foto di Riccardo Sbertoli per VolleyNews.it

Un capitano a nozze: Riccardo Sbertoli ci racconta il suo matrimonio, Trento, la Nazionale

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Dieci anni prima che lui nascesse, ovvero nel 1988, Eros Ramazzotti pubblica l’album Musica è, ed è uno degli ultimi momenti in cui qualsiasi adolescente dotato di walkman è corso in cartolibreria per comprare Smemoranda e Uniposca e scrivere la canzone più squarciagolata della fine degli anni ’80, Ti sposerò perché.

Chissà, mi chiedo guardando le foto del matrimonio di Riccardo Sbertoli e di sua moglie Beatrice, se diversamente da Ramazzotti, che il 9 giugno, non ha eseguito quel brano a San Siro nel suo concerto evento e che è tutti gli anni dell’adolescenza che possiamo permetterci, chissà, dicevo (se non subordinassi troppo le frasi), se c’è stato un momento da dedica alla radio almeno la sera del 30 maggio; se Riccardo o Beatrice si sono dedicati quella frase spaccacuore:

c’è in comune fra di noi c’è più di una cosa
ti sposerò perché
per esempio so che del pallone sei tifosa
ti sposerò perché
non mi chiedi mai il giorno che sarai mia sposa
e poi
e poi perché io so già che
se litighiamo io e te
non stiamo mai più di un minuto
col cuore arrabbiato (…)

Me lo sono chiesto perché il primo di una serie di matrimoni che riguarderà la pallavolo estiva e non solo, ovvero quello di Sbertoli, racconta molto di quello che poi Riccardo ha vissuto in tutti questi anni e soprattutto di ciò che lui ha costruito (assieme a Beatrice) lungo la carriera. Le carriere, me lo concederà proprio lui, che non ho mai nascosto di stimare più di qualsiasi altro palleggiatore attuale, si costruiscono con la generosità di Riccardo, cominciando dal circondarsi delle persone giuste (leggasi Michieletto, Lavia, Anzani ad esempio) e con i quali condividere vittorie e sconfitte e dolori (leggasi infortuni difficili, stop lunghi che fanno più notizia e male che altro); con i quali crescere, essere vita e diventare percorso, legarsi lungo una strada e spingersi fino al confine dei propri sogni.

O semplicemente ritrovarsi una sera a Milano, sposarsi, festeggiare e commuoversi tutti, all’insegna del bene che per Sbertoli proviamo tutti:

“Mi creda, è stata una grande emozione. Con Beatrice ci conosciamo dai tempi della scuola. La nostra storia inizia al liceo, nel 2013. Lei era lì, io ero lì. Due adolescenti che si incontrano tra i banchi di scuola. Siamo stati insieme per qualche anno, poi ognuno ha preso la sua strada. Ma il filo non si è mai spezzato del tutto e alla fine del 2021 ci siamo ritrovati. Eravamo persone diverse, più mature, con le idee più chiare su cosa volevamo dalla vita. E tutto è stato naturale, come se non fosse passato nemmeno un giorno. Forse è per questo che funziona: perché le basi le abbiamo costruite quando eravamo ragazzi e non c’erano ancora pressioni, carriere, distanze. C’eravamo solo noi”.

Avete scelto Milano, che per entrambi significa molto.
“Significa casa, nella chiesa del quartiere dove siamo cresciuti, quindi aveva un significato speciale. Il ricevimento l’abbiamo fatto fuori Milano, in un posto a Lecco che abbiamo scelto insieme. Un luogo che sentiamo nostro”.

Il momento più emozionante?
“Quando Bea è entrata in chiesa. Lì per un secondo tutto si è fermato. Il rumore, la gente, le preoccupazioni. Non c’era più niente, solo lei che camminava verso di me. Non so quante volte in vita mia mi sia emozionato così. Quel momento è stato perfetto”.

foto di Riccardo Sbertoli per VolleyNews.it

Tutta la pallavolo che per lei conta era lì con lei. Forse è un po’ il racconto di quello che è il giocatore Sbertoli dentro e fuori dal campo.
“C’erano tutte le persone che ci vogliono bene, e la cosa stupenda è che i miei amici di infanzia, gli amici di Beatrice, i compagni di squadra e di nazionale, sono stati tutti assieme creando un’atmosfera bellissima. Ho il ricordo del mio amico di infanzia che ballava con Daniele (Lavia n.d.r.) e Alessandro (Michieletto n.d.r.)”.

Diciamo che le danze si sono aperte a Madrid con l’addio al celibato fatto assieme a Roberto Cominetti.
“Con cui ci conosciamo da tutta la vita. Mi lasci dire che al matrimonio di Roby purtroppo non potrò essere presente per gli impegni della nazionale e la cosa mi dispiace parecchio. Abbiamo organizzato delle giornate in cui dalle dieci del mattino ci siamo divertiti come pazzi fino a notte fonda e sono stati dei giorni bellissimi”.

Tutto ciò che succede a Madrid, resta a Madrid?
“Mi sembra ovvio (ride n.d.r.)!”

Uso Cominetti per chiederle una cosa che avrei chiesto più avanti. Non le pesa essere sempre l’uomo delle rinunce?
“Mi spieghi meglio”

Mi chiedo quanto sia difficile dover mettere la carriera e il suo essere un personaggio della nostra pallavolo molto importante. Significa dover dire tanti no, giusto?
“Sì, ma sono no che hanno una giustificazione e se li vivi nella globalità di ciò che poi ti ritrovi a vivere con la pallavolo, è come se dicessi sì alle ambizioni che avevo sin da quando giocavo con Roberto e avevamo entrambi. Gli amici come lui sono felici delle rinunce che faccio perché sanno che per me tutto questo è importante”.

Questa nuova fase della vita matrimonio cambierà il suo modo di vedere le cose?
“Mi capita di pensarci spesso. Da quando conviviamo, da quando la nostra vita è diventata davvero “insieme” con tutte le lettere maiuscole, sento in modo più forte quanto le persone che mi sono vicine siano importanti. Prima forse davo per scontato che ci sarebbero sempre state. Che la famiglia, gli amici, le persone care sarebbero state lì, in attesa, mentre io rincorrevo la mia carriera”.

“Ora no. Ora so che ogni momento passato con chi ami conta. E che non puoi rimandare sempre. La pallavolo è centrale nella mia vita, ma non è più l’unica cosa. Non voglio che lo sia. Mi sono reso conto che si può essere grandi atleti e allo stesso tempo essere presenti, essere marito, essere amico, essere figlio. Però ora io e Beatrice sappiamo quanto per me questo conti, e lei è felice di accompagnarmi ed essere con me nell’affrontare queste scelte di vita”.

foto Lega Volley

Abbiamo parlato prima di Alessandro e Daniele. Non posso non parlare della stagione di Trento conclusa da qualche settimana. Incominciamo da quello che ha salvato.
“Mi sono concentrato molto sul mio ruolo. Forse anche più del solito. Perché quando le cose non girano, quando perdi partite che senti di poter vincere, quando lo spogliatoio è sotto pressione, è lì che il capitano deve farsi sentire. Devi tenere insieme il gruppo. È stata una responsabilità grande, e non nascondo che a volte mi sono sentito stanco. Non fisicamente, ma mentalmente. Perché la fascia non la indossi solo in partita. La porti con te tutto il giorno, in allenamento, nei viaggi, nelle cene di squadra. E quando le cose vanno male, quel peso raddoppia. È stato un anno faticoso, ma proprio perché lo è stato, credo abbia spronato tutti a riflettere, fare una riflessione ed ora gettare le basi per la prossima stagione”.

Quanto le è pesato stare in campo senza di loro in questa lunga stagione?
“Tantissimo. Non credo si possa sottovalutare quello che sono per noi Daniele e Alessandro e quanto siano importanti per la storia attuale di Trento. Non parlo solo di quello che fanno in partita, a muro o in attacco. Parlo di quello che rappresentano in allenamento, ogni giorno. Quando mancano, si perde un riferimento tecnico ed emotivo. Abbiamo dovuto cercare di sopperire con soluzioni di emergenza, partita dopo partita, allenamento dopo allenamento. Il problema è che quando non hai continuità, quando devi cambiare assetti ogni settimana, perdi anche la fiducia nei meccanismi”.

Una volta un suo collega di ruolo mi disse che per combattere le stagioni difficili, bisognasse fare un bel respiro e lasciare la sofferenza all’uscita del casello dell’autostrada:
“Bel parallelismo. Io non parlerei di stagione difficile, parlerei di stagione in salita. A me è servita moltissimo, non lo dico tanto per dire, e mi creda, ho lo spirito di chi rientrerà a Trento con un’energia nuova. Quindi già quando sarò al casello dell’autostrada, per usare ciò che lei ha detto, avrò la solita carica e la curiosità di incontrare questo gruppo che si sta formando per la stagione che ci accingeremo ad affrontare”.

foto FIPAV

Torniamo in nazionale. Si è riaggregato da pochi giorni al gruppo di Cavalese.
“I primi giorni sono sempre belli perché il gruppo anche se cambia ogni anno è sempre bellissimo da ritrovare e riscoprire”.

Non voglio sempre parlare di nostalgia, ma sarà la prima stagione senza Anzani.
“Mi mancherà. Mi mancherà tanto. Anza è stato il nostro papà in Nazionale, una di quelle persone che ti prendono sottobraccio e ti insegnano cosa significa stare in un gruppo vincente senza mai alzare la voce. Il suo essere generoso, la sua presenza costante, la sua esperienza messa sempre al servizio degli altri. Mi mancherà un amico. Il primo anno che eravamo in camera insieme è stato speciale: lì ho capito che tipo di persona era, al di là del giocatore. Non parlava mai di pallavolo fuori dal campo. Parlava di vita, di famiglia, di cosa significa essere uomini prima che atleti. E io gli sono grato per questo”.

Vi aspetta un estate importante, ma soprattutto un Europeo in Italia.
“Chi vince si qualifica per le Olimpiadi. Giocheremo a casa, letteralmente. Sarà una figata pazzesca. Non vedo l’ora di sentire quel calore che si respira quando affrontiamo le partite con la nazionale in Italia”.

Intervista di Roberto Zucca
(©Riproduzione riservata)

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