Questa che seguirà non è un’intervista. È una chiacchierata senza domande preconfezionate, un viaggio in macchina in cui io rientravo da scuola, lui anche, con l’unica differenza che io ci sono andato a lavorare e lui a parlare della sua avventura a Prata. Di quanto, questo lo penso io, ovviamente lui no, sia disperatamente il più figo di tutti, ora che a 27 anni, ha vinto il campionato e per la prima volta farà giocare un adorabile paesino friulano nel torneo dei tornei, altresì chiamato Superlega.
Il candidato definisca “il più figo di tutti”: Nicolò Katalan, cognome il quale non ho alcuna vergogna ad ammettere, non so se si pronunci con l’accento sull’ultima o penultima sillaba, e in un grande mercato della metrica italiana in cui mi sono sempre spostato un po’ più in là, con lui al telefono faccio un po’ e un po’. Per i più disattenti, riprendo la descrizione delle puntate precedenti: capello alla Jacob Elordi del pre-periodo Wuthering Heights, baffo inconfondibile alla Paul Mescal post romanzata di Sally Rooney, due metri di statura e modi di fare all’americana. Se la prossima Superlega avesse necessità di alzare il livello dei personaggi, Katalan è uno che conosce a memoria Guccini, non uno che ti confeziona la playlist da serata o da pre-gara, ma uno che quando lo inviti a pensare alla sua passione per la musica ereditata da un padre socio di un negozio di dischi, ti cita Don Chisciotte, che sempre per i più disattenti, è un pezzo che non capisci certo a 20 anni, ma nemmeno a 30, in cui il più intellettuale dei cantautori italiani gioca con la letteratura picaresca e con una storia che non è seconda nemmeno a Dante Alighieri.
Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro?
Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà?
Forse sono proprio questi versi che Nicolò avrà pensato prima di regalare a Mauro Rossato, addetto stampa di Prata e amico, una delle più sincere e stupende interviste della promozione, quella dove, oltre a parlare di quanto sia bello vedere i propri sei anni di carriera convogliare verso la A1, racconta quanto sia complicata passare notti insonni se chi fa il mio mestiere, butta lì un rumors sbagliato su presunti cambi di panchina (poi ci torniamo) nel bel mezzo di una finalissima.
Venticinque righe non so quanto bastino per farvi capire che se lui è fiero di sé e del percorso fatto finora, io sono un orgoglioso motivatore di un ragazzo del quale apprezzo questa storia, così figlia della provincia e così poco mainstream a sicuro lieto fine.
Di Katalan del volley, in un mondo in cui facciamo sempre più fatica a rimanere con la bocca spalancata quando passa un’idea nuova, perché di idee, nello sport, non ce ne sono più molte, se ne sente sempre più l’esigenza, e di atleti che abbiano voglia di alzare l’asticella della propria vita e del proprio pensiero, se ne ha sempre un grande bisogno. E ora, questo ragazzo così istrionico, laddove vi piaccia questo aggettivo, lo consegniamo alla serie maggiore. Sperando che tutti ne abbiano cura nel custodirlo come un piccolo dono degli ultimi anni.

Il suo primo tempo che chiude la partita e manda Prata in SuperLega. Il pensiero.
“In realtà credo di non aver pensato a niente. Sono quei momenti in cui tutto passa velocissimo: vedi la palla cadere, capisci che è finita, poi esplode tutto. È stato un grandissimo traguardo, qualcosa che questa società e questo gruppo hanno costruito nel tempo. Poi il fatto che il punto finale sia arrivato da me è una cosa bella, emozionante, ma resta soprattutto la vittoria di tutti”.
Prata e Katalan. Sei anni assieme, due campionati vinti.
“Ne parlavo anche con un giornalista domenica sera. Già quando eravamo in A3, dentro di me, un pensiero a qualcosa di grande lo facevo. Ho visto questa squadra strutturarsi anno dopo anno, crescere, fare passi avanti. Questa promozione è il frutto di anni e anni di lavoro, non nasce in una settimana o in una finale. È la dimostrazione che quando una società semina bene, prima o poi raccoglie”.
“Adesso ci siamo messi nei casini”. Quanto Nicolò in questa frase?
“Nel senso buono, ovviamente. Ci siamo messi nei casini perché il lavoro paga, ma quando il lavoro paga poi ti porta davanti a sfide ancora più grandi. La Superlega è un altro mondo: livello altissimo, ritmi diversi, palazzetti diversi, giocatori incredibili. Però sono quei problemi che uno sogna di avere. Adesso bisogna godersi il momento, poi comincerà una nuova montagna da scalare”.

Quanto è grande il salto dalla Serie A2 alla Superlega?
“È grandissimo. Non bisogna nascondersi: sarà un passo enorme. Però credo che la cosa più importante sarà viverla con serenità. Se lavori bene, se resti umile, se ti godi l’esperienza senza farti travolgere, qualche soddisfazione te la puoi togliere. È chiaro che arrivare tardi, costruire una squadra per reggere la botta e organizzarsi per un campionato così non è facile. Ma questa società ha già dimostrato di saper lavorare e lo farà anche stavolta”.
Vi siete resi conto di quello che avete fatto?
“Forse non ancora del tutto. Sono giorni di festa, di abbracci, di messaggi, di gente che ti ferma e ti ringrazia. È una cosa enorme per Prata, per la società, per il territorio. Magari tra qualche settimana, quando si abbasserà un po’ l’adrenalina, capiremo davvero dove siamo arrivati”.
Quando ha capito che la promozione era davvero possibile?
“Forse dopo gara 1. Era ancora presto, perché una finale è lunghissima e non puoi mai pensare di averla già vinta. Però vincere a casa loro, in un campo difficile come Pineto, ci ha dato una spinta enorme. Poi loro hanno avuto problemi di infortuni, questo è vero, ma noi abbiamo avuto la bravura di restare concentrati e non abbassare mai il livello. Lì ho pensato: ce la possiamo fare davvero”.
Che finale è stata contro Pineto?
“È stata una finale intensa. Pineto è una squadra forte, che ci aveva già fatto male durante la stagione, quindi sapevamo benissimo il valore dell’avversario. Noi però siamo arrivati ai playoff con una convinzione diversa. Venivamo da un periodo non semplice, ma forse proprio quelle difficoltà ci hanno fatto ritrovare qualcosa. Abbiamo avuto coraggio, siamo rimasti uniti e nei momenti decisivi abbiamo giocato da squadra vera”.
La tua intervista del dopopartita ha fatto molto riflettere. Ha parlato di quanto un certo tipo di giornalismo a tutti i costi, che ha rivelato il nome del vostro prossimo allenatore, ossia l’allenatore della squadra avversaria, possa condizionare gli ambienti.
“Mentre parlavo mi sono anche chiesto se avessi dovuto chiedere il permesso, non tanto per la notizia in sé, perché era una notizia, ma per il momento in cui è uscita. Ma è un pensiero che è durato pochissimo, perché ho subito capito che volevo e dovevo dire quelle parole”.
Le devo chiedere quanto le è pesato doversi fare portavoce di quell’emozione.
“Mi è pesata tanto. Non ho dormito per due notti quando è uscita, perché ho pensato a quanto certe cose, scritte con un tempismo possano ledere il lavoro nostro, ma anche quello degli avversari. So che la gente deve conoscere certi meccanismi, fa parte del nostro mondo, però certe cose rischiano di mettere in cattiva luce persone o situazioni. Quando ti alleni, quando sei dentro a una finale, non pensi sempre a tutto quello che può succedere fuori. Mi sono preso la responsabilità perché ho sentito che dovessi mettere un punto sulla questione”.
La squadra come ha reagito a tutte le pressioni della stagione?
“Credo che la forza sia stata proprio il gruppo. Ci sono stati momenti complicati, momenti in cui potevamo perdere fiducia. Invece siamo rimasti lì. Magari non sempre belli, non sempre perfetti, ma presenti. E nei playoff abbiamo ritrovato energia, serenità e voglia di stare insieme in campo. Questo ha fatto la differenza”.
In SuperLega ci sarà la possibilità di confrontarsi con campioni assoluti. Che effetto fa pensarci?
“Fa un certo effetto, inutile negarlo. Sarà un onore prima di tutto, ma anche uno stimolo enorme. Ti trovi davanti gente che magari hai guardato in televisione o che hai preso come riferimento. Penso a nomi come Boninfante, Papi, che troverò come allenatori avversari e che mi fanno ripensare alla Prata che eravamo. Oppure Luca Porro, un amico o Simon, che è quasi scontato citare. Vederlo dall’altra parte della rete sarà un onore, ma quando inizia la partita devi provare a giocartela. Con rispetto, ma senza paura”.
C’è più emozione o più curiosità?
“Tutte e due. Emozione perché sai che entri nel campionato più bello e competitivo, curiosità perché vuoi capire quanto puoi reggere quel livello. Per me sarà una sfida enorme. Dovrò lavorare ancora di più, curare ogni dettaglio, farmi trovare pronto. Però è esattamente il tipo di sfida che ti fa crescere”.
Adesso, dopo la festa, che cosa ti aspetta?
“Intanto mi godo questi giorni. È giusto festeggiare, perché traguardi così non capitano spesso. Poi staccherò un po’: Vietnam e Cambogia, un viaggio che avevo in mente e che adesso arriva nel momento giusto. Ho bisogno di respirare, vedere altro, svuotare la testa. Poi si riparte”.
Due anni fa mi raccontò della sua passione per la musica e per il cantautorato italiano a “causa” di papà socio di un negozio di dischi. Che cosa ha ascoltato in queste settimane così tormentate agonisticamente?
“Guccini, De André. Le cito “Don Chisciotte” di Guccini, che è una canzone che mi porto dietro. Mi piacciono le parole, le storie, le immagini che certe canzoni riescono a creare. Forse perché nello sport, come nella musica, alla fine contano l’identità e la verità con cui fai le cose”.
Le abbiamo costruito un’immagine da fricchettone. Le pesa Katalan?
“(ride n.d.r.) No, assolutamente. Per scommessa, volevano farmi tagliare i baffi dopo la promozione, ma ho detto di no. Mi piacciono e fanno parte di me come il bagaglio che mi porto dietro. Io sono questo e non ho alcuna intenzione di snaturarmi”.
Intervista di Roberto Zucca
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