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Intervista a Mauro Fabris: “Ridurrei l’A1 a 12 squadre. Sud? Aiutiamolo limitando le promozioni”

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In questa seconda parte (QUI la prima) della lunga intervista che ci ha rilasciato, Mauro Fabris, il presidente uscente della Lega Pallavolo Serie A Femminile, ripercorre vent’anni di mandato, descrivendo la trasformazione della pallavolo femminile da realtà marginale, per usare un eufemismo, a eccellenza mondiale. Fabris parla anche della gestione dei calendari internazionali, ritenuti troppo densi e penalizzanti per i club; con lui tocchiamo anche il delicato tema della carenza di impianti adeguati, specialmente nel Sud Italia, ma parliamo anche di arbitri, di media, di sostenibilità e… del suo successore.

Presidente 20 anni, 8 mandati: si sente pronto a chiudere questa lunghissima e bellissima parentesi alla guida della Lega femminile?
“Sì, assolutamente sì, perché penso che oggettivamente quello che dovevo dare l’ho dato e più di così penso non si possa dare. È giusto rinnovare le energie, le forze, ma avendo consapevolezza che è necessario fare un ulteriore salto. Penso di poter dire che chi mi sostituirà partirà certamente da una situazione migliore rispetto a quella che ho trovato io, molto diversa, molto cambiata”.

Il suo, però, non sarà un vero addio.
“No, non uscirò dall’ambiente ma guiderò Spike, la società che abbiamo costituito”.

La costituzione di questa newco rappresenta una svolta per certi versi epocale.
“Si tratta di un cambiamento importante, sposato quasi all’unanimità da 36 club su 37. È giunto il momento che chi investe abbia dei ritorni importanti. Questa scelta io la reputo coraggiosa e appunto illuminata per il futuro. Già il primo anno la decisione di gestire i diritti internamente sta dando frutti che prima non avevamo. Noi come Lega non prendiamo un euro dal pubblico né dalla Federazione. Anzi, siamo noi che versiamo alla Federazione più di 1 milione e mezzo all’anno”.

Cos’era la pallavolo femminile italiana nel 2006 e cosa è oggi, 20 anni dopo?
“Era la ‘Cenerentola’ del movimento pallavolistico, che giustamente viveva sugli allori degli straordinari successi della Generazione dei Fenomeni al maschile e quindi non aveva molta visibilità, molto spazio, molto potere nel sistema sportivo in generale e purtroppo anche in quello pallavolistico. Esistevano solo i maschi. Oggi, vent’anni dopo, siamo a detta di molti il campionato più bello del mondo, imprese e aziende vedono nella pallavolo femminile uno strumento di promozione dei propri marchi perché siamo un ambiente sano, pulito, non c’è doping, non c’è violenza, non c’è nulla di quello che vediamo in altre discipline. Siamo diventati la seconda lega dopo il calcio, prima del basket, prima della maschile, prima di tutte le altre discipline per quanto riguarda il seguito sui social network”.

Come ci siete riusciti?
“Attrarre investitori che investissero nel movimento è stato il mio principale impegno in questi anni. Quando sono arrivato c’erano mecenati, imprenditori che sostenevano magari la squadra dove giocava la figlia, ma non c’erano sponsor, c’era una Lega molto litigiosa tra i club, non c’era una governance e di conseguenza c’era un problema di credibilità e autorevolezza. La Rai era l’unica che trasmetteva qualche partita, dando comunque sempre la priorità ai maschi. Pian piano è cambiato tutto. Il campo rosa ci ha dato un’identità. Ci siamo dati regole draconiane, per far parte di questo movimento bisognava avere i bilanci in ordine. Siamo riusciti anche a cambiare gli orari delle partite: una volta la pallavolo giocava alle 18.00 perché doveva aspettare che finissero le partite di calcio, e invece abbiamo posto fine a quel tipo di ‘sudditanza’. Dunque, partendo dall’identità, passando per la trasparenza, siamo via via stati percepiti come un movimento solido e questo ha attirato sempre più investitori”.

Un aneddoto per spiegare questa evoluzione?
“Un’altra tappa importante fu il primo contratto con Sky: quel contratto non ci diede solo maggiore visibilità, ma costrinse, tra virgolette, molti club a strutturarsi meglio, a crescere, a capire che bisognava evolversi. Tanto per dire, lo racconto oggi col sorriso, quando iniziarono le prime dirette Sky, a molte società dovemmo spiegare che allenatori e giocatrici avrebbero dovuto fare interviste pre e post gara, di conseguenza via le tute, gli staff iniziarono a vestirsi in giacca e cravatta. Dovemmo spiegare a molti anche cosa fosse un backdrop (glieli fornivamo noi della Lega) e come andava utilizzato”.

Dopo Sky, qualcosa è cambiato anche con la Rai?
“Sì, ma solo di recente alla fine. Fino a due anni fa la Rai trasmetteva due partite di Superlega e una di Serie A1. Abbiamo dovuto fare una battaglia, che poi abbiamo vinto solo mettendola sulla questione di genere. Ovvero può l’ente pubblico trasmettere due partite dei maschi e una delle femmine? Adesso, dei tre spazi che la Rai concede alla pallavolo, ne dà uno a testa sicuro e poi un altro a rotazione. Quindi siamo arrivati anche lì a pareggiare. Ma c’erano anche altre situazioni che non ci andavano bene. Tanto per dire, un arbitro che arbitrava una partita del maschile guadagnava di più rispetto a quando arbitrava la femminile. Cioè sono tutte situazioni che ti facevano capire che eri considerata letteralmente la ‘Cenerentola’ della pallavolo. E se sei Cenerentola a casa tua, figurati fuori come ti considerano, no? Quindi è stata una battaglia proprio affermare un ruolo che non c’era. Eppure, come dire, in quegli anni abbiamo avuto Bergamo, e prima di Bergamo c’è stata Matera e la Teodora Ravenna o altri club gloriosi che comunque in Europa vincevano…”

Quel boom, ad ogni modo, cambiò tutto.
“Direi di sì, da lì a poco si è creato un ecosistema che poi è riuscito a portare tutte le ragazze della nazionale a giocare in Italia. Fino alle Olimpiadi di Londra metà delle giocatrici della nazionale giocava all’estero. Questo ha consentito di avere anche il Club Italia all’interno della Serie A”.

La ‘trattativa’ che portò alla prima ammissione del Club Italia in Serie A è nota tra gli addetti ai lavori, ma forse non al grande pubblico. Ce la può raccontare?
“Ricordo che giocai quella partita a favore del Club Italia contro i pareri di club autorevoli. Fu oggetto di una vera e propria trattativa perché alla Federazione, che di solito non ti regala mai nulla, chiedemmo in cambio di darci la possibilità di avere le campionesse straniere in Italia. Loro volevano ridurre il numero delle tre straniere in campo, noi spiegammo che avere le campionesse straniere in Italia serviva a far crescere anche le nostre, che a quel punto potevano confrontarsi con scuole differenti e con delle stelle planetarie. Il tempo credo che ci abbia dato ragione: la nostra nazionale in questi anni sta vincendo tutto, compresi Mondiale e Olimpiadi, e lo stesso hanno fatto i club nelle competizioni europee. Cioè, allenarti o sfidare gente come Gabi in campionato poi ti prepara anche a sfidare gente come Vargas in Champions o con le Nazionali. Credo sia un vantaggio, no?”.

Quindi, al netto delle recenti querelle, lei è sempre stato pro Club Italia.
“Avere il Club Italia in Serie A è una scelta che personalmente ho sempre sostenuto e continuo a sostenere, anche se bisognerebbe gestirla con maggiore attenzione. Anche per l’A2. Per noi è comunque un impegno giocare contro il club che seleziona le promesse del futuro, ma di fatto dal punto di vista agonistico, sportivo, o se volete della visibilità, ci dà comunque poco. Questo è oggettivo. Ma era giusto farlo e secondo me è giusto farlo”.

Tornando al grande successo che riscuote oggi la pallavolo femminile, oltre ai grandi club, oltre alle grandi campionesse, la gente va a vedere le partite anche perché si diverte più che altrove.
“Oggi il nostro pubblico è un pubblico che ama la pallavolo, ma in particolare ama la pallavolo femminile. E poi è un pubblico che sì, è costituito da fans, da tifosi, ma in generale è costituito da gente che ama partecipare a un evento, al di là dell’appartenenza territoriale. L’esempio più significativo lo abbiamo avuto a Torino con la Coppa Italia: 25.000 persone in due giorni con l’85% di presenze di torinesi, che non potevano certo sostenere una squadra di Torino. È stato un qualcosa che abbiamo apprezzato molto, perché abbiamo lavorato tanto nella costruzione di eventi di questo tipo. Eventi che spingono la diffusione della cultura della pallavolo in generale, non solo femminile. Il nostro sport avvicina le famiglie e chi vuole trascorrere ore serene a vedere qualcosa di bello dal punto di vista sportivo, oltre ad atlete strepitose come le nostre”.

Grandi eventi, ma impianti adeguati pochi. Per non parlare del centro-sud. Un peccato.
“Degli impianti che ci sono, pochi sono adeguati per gestire eventi come li vorremmo fare noi. Nelle grandi città ce ne sono, ma non a sufficienza. Nelle medie piccole città proprio non se ne parla. Credo che uno dei temi per chi dovrà gestire il movimento in futuro sia proprio quello di di cominciare a dire che in certi impianti non si può più giocare la Serie A1”.

La geografia della Serie A1 è tutta concentrata al nord. Neanche lei, in questi otto mandati, è riuscito a far ‘sconfinare’ il massimo campionato a sud.
“Sì, indubbiamente è così. C’è un limite che storicamente è legato, come accennavo prima, anche all’impiantistica. Tanto per dirne una, già a maggio il PalaEur di Roma non si può usare per via dell’aria condizionata. Abbiamo comunque dei segnali importanti dal sud, imprese che hanno capito la forza di questo movimento e quindi credo che questo gap, che c’è, nel breve periodo potrebbe essere recuperato se sapremo assecondare un certo tipo di situazioni”.

Che genere di situazioni?
“In A2 la metà delle squadre sono del sud, isole comprese. Dobbiamo però consentire a queste società di A2 di strutturarsi senza scomparire velocemente, come invece è sempre capitato. Purtroppo c’è un turnover di club più intenso che a nord, ma questo perché non riescono a radicarsi, ad avere quella linfa, quelle risorse che possono servire. Dobbiamo dare la possibilità e il tempo a questi club di A2 di strutturarsi. È per questo che ad esempio sto facendo questa battaglia anche con la Federazione per avere una Serie A2 a 16 squadre, quindi con girone unico. Quattro retrocessioni su sedici, perché si devono far salire quattro squadre da questa nuova A3…, sono troppe perché in questo modo ai club virtuosi non si dà il tempo di strutturarsi. Come salgono poi subito scendono o muoiono perché non reggono. Se un club sa che probabilmente retrocederà, non investe. Quindi questo è il tema, questo è il tema che a volte è difficile da far comprendere anche a livello federale, cioè bisogna dare tempo a questi club di strutturarsi e per strutturarsi bisogna limitare le promozioni”.

Ridurrebbe anche il numero delle squadre della Serie A1?
“Assolutamente sì, l’A1 per me dovrebbe scendere a 12 squadre e l’A2 consolidarsi a 16”.

Parlando di sostenibilità, c’è anche un tema di fiscalità che in Italia non va incontro alle società.
“Questa è una cosa da imputare al Governo e al Parlamento per non aver mai voluto, ad esempio, rendere stabile la norma fatta durante il Covid che consentiva di defiscalizzare le sponsorizzazioni sportive. Già solo questo aiuterebbe molto le società. Lo Stato dovrebbe permettere al privato di investire. Vale anche dal punto di vista dell’impiantistica. C’è bisogno di una norma che consenta a chi vuole investire, anche al sud ovviamente e soprattutto nelle città dove abbiamo questi vivai importanti, di costruire impianti nuovi. Guardiamo Firenze, ad esempio. Wanny di Filippo ci ha messo dei soldi suoi per costruire il palazzetto, l’ha fatto con grande senso di gratuità verso la comunità, ma quanti anni ha dovuto penare dietro a tutti gli iter burocratici?”.

Stando così le cose, il professionismo per la pallavolo è un miraggio.
“Allo stato attuale, se si passasse oggi al professionismo, sarebbero pochissime le società in grado di sopravvivere”.

Tema calendari, quest’anno se ne sta discutendo ampiamente… Se Fabris avesse carta bianca, come disegnerebbe le stagioni di club e nazionali?
“Disegnerei un calendario che dia la possibilità a chi investe per il movimento di avere un ritorno dagli investimenti sostenuti perché, insisto, non abbiamo più mecenati, non abbiamo più benefattori, abbiamo investitori. Vale per l’Italia, vale per il resto del mondo. Le squadre russe erano sostenute da aziende statali, quelle turche da grandi gruppi bancari o polisportive o altro ancora, ma nel resto dell’Europa e del mondo non è così. Quindi bisogna dare il tempo, almeno per le realtà più avanzate, come siamo noi in termini di competitività e di un campionato, appunto, considerato tra le eccellenze nel mondo, di avere un ritorno dagli investimenti sostenuti. Ciò detto, i successi delle nazionali sono i successi del movimento e senza i risultati delle nazionali anche noi non saremmo saliti così tanto nell’interesse della gente, delle persone, e su questo non ci piove. Il calendario di Fabris darebbe però lo spazio più lungo possibile per i campionati nazionali lasciando appunto alle nazionali tutto quello che serve per le qualificazioni olimpiche, per i titoli europei, per i titoli mondiali, ma eliminando manifestazioni che non hanno senso e che ci impongono la chiusura delle attività dei club. Quando si attiva il transfer per la stagione delle nazionali, tu quelle giocatrici non le puoi più utilizzare. Poi, aperta e chiusa parentesi, se si fanno male a pagare sono i club. Cosa succede da maggio in poi? Che hai un numero ridotto di giocatrici che vanno in nazionale e che continuano la loro stagione infinita e massacrante, e migliaia di altre giocatrici non convocate che per cinque mesi non fanno nulla. Tiro in ballo anche la CEV: in Champions i top team non potrebbero entrare in gioco più avanti nel torneo invece di fare trasferte inutili e complicate in posti dove dopo quaranta minuti hanno già finito di giocare? Vogliamo parlare anche dell’FIVB e dei Mondiali ogni due anni? Io trovo che a livello di federazioni internazionali a volte ci sia più la ricerca di reperire risorse che promuovere la pallavolo. Ciò che serve, soprattutto per il bene dei giocatori e delle giocatrici, che sono il nostro patrimonio più grande, è il buon senso. Bisognerebbe avere maggiore buon senso”.

Presidente cambiamo argomento: in Italia come viene trattata la pallavolo dal punto di vista dei media? Viene trattata come merita o siamo ancora lontani?
“Non siamo lontani come vent’anni fa, ma resta il fatto che prestigiose testate continuino a ‘spiegarci’ che c’è il calcio, poi oggi c’è il tennis, poi ci sono i motori, poi c’è il basket, poi c’è la pallavolo. Se poi facciamo questa graduatoria declinandola al femminile, peggio mi sento. In questi anni di dominio, di successi uno in fila all’altro in Europa e nel mondo, se devo pensare alla volta che la pallavolo femminile ha avuto maggiore visibilità penso anche, purtroppo, a quella volta in cui si è parlato di un bacio a fine gara tra una pallavolista e la sua compagna. Anche se sempre meno, questo va detto, c’è ancora questo aspetto che guarda più al dato di genere che al dato sportivo e questo è sbagliato, secondo me”.

La pallavolo femminile è cresciuta tanto in questi anni come movimento, ma anche tecnicamente. Il settore arbitrale secondo lei è cresciuto di pari passo?
“Ho visto degli arbitraggi orrendi quest’anno in Champions, ma ne ho visti di orrendi anche alle Olimpiadi. Per quanto la tecnologia dovrebbe dare una mano, vedo arbitri a livello internazionale che proprio non sono in grado di gestire partite di alto livello. Non sono uno di quelli che vorrebbe che gli arbitri di pallavolo scomparissero, ma credo che debbano lavorare molto sulla formazione. In particolar modo chi gestisce il videocheck, non è possibile perdere così tanto tempo come troppo spesso capita”.

Presidente finiamo da dove abbiamo iniziato: lei nel 2006 era impegnato in politica, come fu convinto a entrare nel mondo della pallavolo?
“Come dicono tutti quelli che mi vogliono bene, non capivo nulla di pallavolo e tutt’oggi non capisco nulla di pallavolo. A propormelo fu Giovanni Coviello, all’epoca presidente di Vicenza. Mi parlò di una situazione molto complicata, con club che litigavano sempre tra di loro senza mai riuscire ad arrivare a una decisione unanime. Lì per lì non pensavo di accettare, gli dissi allora che lo avrei fatto solo se mi avesse portato i voti di tutti. Coviello, non so come ci riuscì, quei voti me li portò. Sostanzialmente mi incastrò – sorride, ndr – e a quel punto fui costretto a mantenere la parola data. Hanno creduto in me per otto mandati, è stata un’esperienza bellissima. Io l’ho fatta gratuitamente, nel senso che non ho mai voluto e non ho mai percepito nulla in quanto presidente. Dal mio punto di vista, e credo alla luce anche dei risultati, abbiamo fatto delle scelte coraggiose, che hanno sostanzialmente dato un volto alla pallavolo femminile. Scelte che solo uno che veniva dall’esterno poteva fare”.

Il suo successore dovrà essere ancora una figura ‘esterna’ al Consorzio?
“Credo che serva assolutamente una figura super partes per guidare una Lega come la nostra”.

Intervista di Giuliano Bindoni
(©Riproduzione riservata)

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