Foto Lega Volley

Il “giro (non solo) d’Italia” di Jacopo Massari: una storia da raccontare (seconda parte)

DATA PUBBLICAZIONE
TEMPO DI LETTURA
più di 5 minuti
SHARE
SHARE
TEMPO DI LETTURA
più di 5 minuti

Più di vent’anni da protagonista sui campi di gioco come quelli già vissuti da Jacopo Massari, non possono che lasciare il segno nella storia, ma hanno anche tanto, tantissimo da insegnare. Qualcosa che quel ragazzo del 1988 partito da Parma, poi, passato da Piacenza, Modena, dalla Francia, dalla Bulgaria e da tante altre realtà prima di arrivare, oggi, al Consorzio Vero Volley, ha imparato e ne ha fatto lezione (un po’ come quelle lezioni che ha seguito per laurearsi in Scienze Motorie e, poi, per conseguire un Master in Sport Design and Management).

Nella prima parte di questa intervista (dove abbiamo parlato della sua carriera, di esperienze in Italia e all’estero: QUI), presentando il futuro a Monza, Massari ha detto: “Sono carico e interessato a vedere come si svilupperà questo gruppo, nel senso che penso che ci sia un giusto mix tra ragazzi molto giovani, o meglio, ragazzi giovani, perché ormai l’età media si sta abbassando ed è una cosa positiva, con qualche giocatore un po’ più esperto“.

Ecco, quella precisazione, il fatto di togliere la parola “molto” davanti a “giovani” per sottolineare come l’età media dei pallavolisti che arrivano ad alto livello si stia ancora abbassando, insieme al fatto che tu abbia voluto evidenziare che è “una cosa positiva“, mi hanno colpito. Partiamo, allora, da qui…Il mio avvicinamento alla pallavolo di alto livello è stato un po’ atipico: personalmente, per esempio, non ho mai partecipato a delle finali nazionali nel settore giovanile e con un percorso come il mio può capitare di arrivare più tardi ad alto livello. Anche a me è stato detto diverse volte che non ero abbastanza alto per fare il centrale (allora erano 186 i centimetri di altezza per Massari, “proprio come adesso, sono sempre rimasto uguale!“, NDR), per fare parte delle selezioni a livello provinciale, regionale o quant’altro, e non ho mai vestito la maglia delle nazionali giovanili. Non penso, però, che questo debba essere qualcosa di obbligatorio, che se non si fanno quelle esperienze non si può arrivare. Perché a livello giovanile sono tanti i cambiamenti che avvengono nel tempo, sia fisici, che psicologici e a livello di vita e non è detto che un ragazzo che a 14 anni o poco più non ha ancora fatto niente di così importante non possa, a 18 o dopo, comunque, arrivare in Serie A. Penso che a volte bisogna avere anche un po’ di fortuna nelle ‘connessioni’ e una mia possibilità è stata quella di fare un provino a 14 anni nelle giovanili di Parma: in quell’occasione hanno visto qualcosa e ho cominciato un percorso. Per fortuna la pallavolo, però, le opportunità ai giovani le offre”.

Quindi, ben venga un accesso “anticipato” dei ragazzi nelle prime squadre, ma evitiamo assolutamente di mettere “etichette” e di pensare che se qualcuno non è ancora arrivato a 20 anni non andrà mai da nessuna parte, giusto? “Il fatto di poter avere la possibilità, come sta succedendo di più adesso, di entrare presto in Serie A, anche se va detto tra virgolette, è una grande opportunità. Ho visto l’anno scorso un giocatore come Pardo Mati, che in un anno e mezzo in prima squadra si è trasformato. Questo, anche tralasciando per un momento l’aspetto tecnico e pensando solo a quello fisico. Perché ad alto livello si ha la possibilità di lavorare in un certo modo e di farlo in un’età dove il corpo acquisisce tutto. Io, magari, ho iniziato a farlo a vent’anni ed è già diverso. Non dico che sia meglio o peggio, però, sicuramente è diverso. Visto che adesso ci sono sempre più strumenti e possibilità per fare in modo che i giovani possano allenarsi a un certo livello prima e nella maniera giusta, è qualcosa di positivo. In passato il pensiero era che bisognava essere già pronti per arrivare in Serie A e lì, poi, si doveva giocare. O, almeno, questo è quello che ho vissuto nella mia esperienza personale. Anche perché le prime squadre, per esempio quella di Piacenza, erano veramente forti: quando sono arrivato lì ero davvero il diciassettesimo, diciottesimo giocatore di una rosa che l’anno dopo ha vinto lo scudetto e in cui i ragazzi, anche solo under 25, non erano, poi, così tanti…”.

Quella era una pallavolo diversa, anche da giocare in campo: com’è cambiato il modello di prestazione del volley in questi anni? “Sicuramente adesso tanto passa dalla battuta, ma anche dalla difesa. La palla rimane di più in gioco e se non rimane ‘su’ è un problema. In tempi abbastanza recenti, secondo me, nell’evoluzione del gioco c’è stata una fase dove la palla cadeva e si pensava che la difesa avesse un ‘peso’ inferiore. In realtà negli ultimi anni il valore della difesa è cresciuto in maniera esponenziale. Poi, è cambiata pure la qualità dell’espressione tecnica abbinata alla parte fisica e atletica. Una decina di anni fa, forse, c’era più attenzione per la componente fisica e quella per la parte tecnica stava un po’ calando, invece, dal mio punto di vista adesso i giocatori sono più completi“.

Lo stesso Julio Velasco, che di pallavolo sia maschile che femminile se ne intende, di recente ha evidenziato che se negli anni Novanta portava la difesa nel settore femminile come esempio da seguire alla “Generazione di fenomeni” e alla sua Nazionale maschile, oggi, è tentato di fare l’opposto, prendendo a riferimento la difesa degli uomini per le donne… “La battuta resta fondamentale, ma il ruolo della difesa è cresciuto ed è diventato più completo, perché una fase break efficiente inizia con il servizio e passa dalla difesa per arrivare alla ricostruzione”.

Insieme al gioco, nella società di oggi sono cambiati anche il ruolo e la percezione che il pubblico ha degli sportivi, che stanno ritrovando un riconoscimento da protagonisti, anche se tra “digitale” e campo. Dopotutto, già in passato qualcuno disse che “lo sport è il più antico e collaudato dei social network“. Di recente in prima persona ti sei impegnato in qualcosa di molto bello come una testimonianza, con Alice Degradi, per Theras for Sport, un progetto di sensibilizzazione che ha l’obiettivo di valorizzare il ruolo dell’attività sportiva nella gestione delle patologie croniche, come il diabete: “È un tema che mi sta a cuore: mio padre ha il diabete e penso che adesso ci siano più consapevolezza e strumenti e, quindi, c’è anche una diversa responsabilità da parte nostra, da sportivi, per sensibilizzare le persone su ambiti diversi. La stessa Alice raccontava che, soprattutto all’inizio della sua carriera, quando si doveva interfacciare con alcune strutture spiegando che aveva il diabete e che, quindi, poteva avere alcuni momenti da gestire a causa della glicemia, questa situazione veniva vista come problematica. In questo momento non dico che sia tutto più facile o semplice, ma c’è la possibilità di comunicare in maniera migliore le nostre sensazioni e anche le nostre difficoltà e di trovare un livello di conoscenza e comprensione maggiori“.

Sulla parola “difficoltà” è importante evidenziare come, finalmente, anche nello sport si inizia a parlare in maniera più approfondita del benessere e della salute mentale degli atleti e si iniziano a considerare le loro prestazioni non più soltanto per una performance, ma anche come un equilibrio tra condizione, pressioni, obiettivi e molti altri fattori che fanno, poi, una persona. E’ un passo culturale importante per lo sport di alto livello: “Sicuramente di questi temi prima se ne parlava meno, o non se ne parlava e basta. Anzi, quando qualcuno accendeva una luce su questo argomento poteva essere visto in maniera negativa. Adesso si è molto più sensibili, anche in fase di ascolto. Penso che da questo punto di vista gli americani siano stati molto bravi a portare un approfondimento di questi aspetti anche nella pallavolo europea e nell’ambito sportivo in generale. Nello specifico della pallavolo ho avuto modo proprio di viverlo e vederlo con alcuni compagni di squadra. Penso che siano tematiche fondamentali. L’aspetto umano, psicologico, di come ci si sente all’interno di un gruppo, la possibilità di poter ascoltare, seguire e condividere le tue sensazioni, nonostante la pressione e tutto il resto, e anche il fatto di poter comunicare tutto questo e di come è possibile comunicarlo, sono temi importanti. Non sempre è tutto collegato, dipende anche dalle diverse realtà, e non è sempre facile, ma credo che se si trova il modo giusto per parlarne, poi, in ambito sportivo può anche essere più semplice farlo rispetto ad altri contesti, perché c’è più comprensione dell’emozione che si vive“.

Qual è, oggi, la responsabilità di uno sportivo al di là del gioco e delle prestazioni e come dovrebbe interpretare il proprio ruolo un atleta che è davanti agli occhi di tutti? “È una bella domanda ed è un po’ difficile rispondere, in parte è complicato. Nel senso che, ormai, uno schermo è il primo ‘passaggio’ che si ha molto spesso davanti quando si guarda uno sportivo. Quindi, non è detto che si parli solo di una partita in sé, ma più di quello che un giocatore fa passare attraverso il proprio schermo. È importante tenerlo presente, perché ciascuno di noi è un esempio davanti agli altri, quindi, anche una dichiarazione, un comportamento possono essere presi in una maniera negativa o, magari, anche strumentalizzati. Poi, dipende anche da quanta visibilità ha un giocatore. Penso che essere disponibili e dare il meglio di noi dentro al campo, proprio come versione di se stessi, da questo punto di vista offra a chi è fuori la possibilità di scegliere. Quindi, magari, di prendere il lato positivo delle cento ‘cose’ che uno fa all’interno del campo al posto di quella negativa che ogni tanto può scappare. Sicuramente, da parte nostra, c’è responsabilità“.

Il Consorzio Vero Volley è una struttura con un progetto importante nel settore giovanile, sia per quanto riguarda i ragazzi che le ragazze: se dovessi parlare a un giovane che inizia a giocare, prendendo spunto da quel ragazzino di Parma che sei stato, c’è qualcosa che gli diresti della pallavolo? “Quello che mi verrebbe da dire, prima di tutto, e che dico spesso ai ragazzi è di divertirsi. Può sembrare anche banale, ma la verità è che io, per esempio, ho smesso con altri sport, dopo aver fatto sia calcio che atletica, perché non mi divertivo più così tanto. Nella pallavolo ho trovato un’attività che ero contento di fare, questo a prescindere dal fatto di volere arrivare in alto, qualcosa che all’inizio non era il mio obiettivo, ma che è arrivato soltanto dopo. Sono stato anche fortunato, trovando dei compagni che sono diventati amici e che lo sono tuttora. La mia quotidianità era prendere due treni e due autobus per andare agli allenamenti, tutti i giorni. L’ho fatto per cinque anni e non mi è pesato. Se non avessi avuto un gruppo così o una situazione dove mi divertivo, magari, avrei lasciato prima o avrei cambiato. Quindi, la pallavolo è prima di tutto un divertimento, poi, è anche affrontare le difficoltà. Anche solo quella di organizzarsi con la scuola, lo studio e gli impegni sportivi porta a dei momenti di difficoltà, pure in famiglia, dove è necessario saper gestire queste situazioni. Però, quello è il momento in cui si deve imparare a reagire e a superare le problematiche che, poi, è qualcosa che serve per sviluppare una base di resistenza, di resilienza come va di moda dire, che va oltre lo sport. Perché è in quei momenti che si capisce quanto si vuole fare qualcosa, dimostrando se ci piace veramente“.

E se quella frase, invece, ti trovassi a rivolgerla a un bambino in particolare, proprio a quel te stesso che entra in palestra per la prima volta? “Io ho avuto un passaggio, ancora all’inizio, quando mi sono avvicinato alla Serie A, nel quale mi sembrava che da fuori mi dicessero che non potessi farcela, che non avevo la possibilità di arrivarci. Lì è stata molto importante la mia famiglia, che mi ha sostenuto. Quindi, a quel ragazzino di nome Jacopo, direi ancora di più di crederci, anche quando ci sono quei momenti nei quali si pensa di non potercela fare o di cambiare o quant’altro. Gli direi di crederci. Perché alla fine se si vuole arrivare o si ha le opportunità per farlo, un treno passa e se ci credi quel treno lo prendi. Perché di treno qualcuno ne passa. Magari non sono cento, ma qualcuno passa…”.

E come non credere a Jacopo Massari, che su quel treno ci è salito tanti anni fa e ancora è in viaggio?

(QUI la prima parte dell’intervista dove abbiamo parlato della sua carriera, di esperienze in Italia e all’estero e di molto altro ancora).

Di Dario Keller
(© Riproduzione riservata)

VolleyNews.it è anche su Whatsapp: non perderti le nostre notizie, curiosità, interviste, contenuti esclusivi, aggiornamenti e approfondimenti. Diamo voce insieme alla pallavolo!

ARGOMENTI CORRELATI

CONDIVIDI SUI SOCIAL

Facebook

ULTIMI

ARTICOLI