Sì, Julio Velasco è l’uomo che serve alla pallavolo italiana. Non solo alla Nazionale, ma proprio alla pallavolo, al “movimento”. Ne abbiamo avuto la conferma – se mai fosse stata ancora una volta necessaria – in occasione dell’incontro dal tema “L’importanza di formare una squadra“, andato in scena al Centro Pavesi di Milano. Un appuntamento del ciclo di incontri formativi promossi dalla Federazione Italiana Pallavolo che vede protagonisti l’allenatore delle Azzurre e Ferdinando De Giorgi, commissario tecnico della Nazionale maschile.
Chi scrive e nel suo “piccolo” si onora anche di dirigere questa testata, ha il privilegio di essere pure un tecnico di Terzo grado con qualche esperienza dentro e fuori dal campo, dall’Under 13 alla Serie A1 e, lo ammettiamo, complice anche il titolo dell’incontro (da “marketing” e, con permesso, anche piuttosto banale), eravamo un po’ preoccupati di assistere a uno “speech” motivazionale. Uno di quelli che da tanto (pure troppo?) sono di moda e che, anche se con il microfono c’era uno come Velasco, non era quello di cui sentivamo più bisogno.
Invece, Velasco ha parlato di pallavolo. Solo di pallavolo. Semplicemente, si potrebbe dire, di pallavolo. Ed è quello che doveva fare. Era tutto quello che serviva e quello che ci vuole per riportare al centro del tema quello che ha più senso per chi sul campo, in fin dei conti, ci spende le ore del proprio tempo cercando di fare bene.
Gli incontri, i “coaching” come sono definiti sul sito della Federvolley, formalmente sono corsi rivolti a tutti i tesserati: allenatori di ogni ordine e grado che, con la partecipazione, possono assolvere gli obblighi di aggiornamento regionale e territoriale, dirigenti e atleti. Novità, poi, è la possibilità di partecipare come uditori.

Il commissario tecnico della Nazionale femminile ha “semplificato” le difficoltà, le complessità, ha spiegato che è il gioco che deve dire agli allenatori quello che devono insegnare, su cui lavorare. Ha evidenziato che in ogni punto di una partita ci sono sempre, e prima, una battuta e una ricezione, e che bisogna allenare iniziando da questo e da quello che permette di giocare. E’ tornato anche sul famoso “mantra” che si “impara a giocare, giocando“, spiegandolo. Ha detto che si apprende per “feedback e salti di qualità“. Ha parlato di competenze, rullate, tecnica di palleggio, di bagher, tuffi, modelli di prestazione, di Under 14, difesa e di molto altro. Ha dichiarato “guerra” al pancake. E ha detto che una “squadra vince perché gioca meglio delle altre“, che l’assioma “quando l’io diventa noi, allora…“, è falso. Ha sottolineato che l’allenatore è un maestro, che deve anche dare dei “voti”, e che un leader è quello che guida (e sa dove andare). Infine, ha chiuso invitando ad avere giocatori “autonomi e autorevoli“, che conoscono la materia e sanno affrontare e gestire le situazioni.
In pratica, Velasco ha parlato di concetti utili a tutti come, per esempio, il fatto che “l’allenamento è adattamento“, che “non è detto che se l’esercizio viene bene, noi giochiamo meglio“, oppure che “il tempo va usato in maniera migliore“, approfondendo, però, anche come. E che l’allenatore deve avere una caratteristica: “l’empatia, da non confondere con la simpatia. Perché bisogna sapersi mettere nei panni degli altri, dei giocatori, anche quando hanno torto. Perché se pure per noi cambiare non è facile, per quale ragione, invece, dovrebbe esserlo per un atleta?“. “Cose” concrete e da fare, in modo semplice. Con “buon senso” e con il sorriso sulle labbra. Ha risposto alle domande senza giri di parole, rispondendo per davvero. Ha raccontato aneddoti, anche di vita quotidiana, differenze tra il settore maschile e quello femminile (“Non capisco perché nel riscaldamento dell’attacco nel settore femminile il pallone lo devono lanciare gli allenatori… io l’ho proibito!“), e con stile non ha mancato pure di sottolineare i difetti di metodo e di rifilare qualche “stoccata”, di più a chi allena, appunto, le donne. Ponendosi, e ponendoci, tra l’altro, la domanda sul perché si continuino a usare troppo spesso termini come giocatore o palleggiatore al posto di giocatrice, palleggiatrice e via dicendo.
Quindi, perché Velasco è quello che serve alla pallavolo italiana e non solo alla Nazionale? Perché nel suo discorso riporta la pallavolo stessa al centro. Lo fa con il suo carisma, che ricorda quello, per citarne uno, di un altro grande tecnico, di un’altra disciplina, come lui non italiano di nazionalità, ma praticamente adottato dal Bel Paese che risponde al nome di Dan Peterson. Velasco è l’uomo “giusto” perché in un’occasione come questa, un corso, rivolgendosi principalmente agli allenatori, parla di tutta la pallavolo, come quando dimostra la contraddizione che c’è nel “chiedere agli atleti del settore giovanile più competenze di gioco di quante, in realtà, se ne richiedono nel primo livello” e che la differenza con la “Nazionale è principalmente che lì le ‘cose’ vengono fatte meglio, ma non sono così diverse“. Perché spiega ai tecnici da come si fa a far giocare dei ragazzini e ragazzine a vincere le Olimpiadi, e lo fa in prima persona senza (troppi) politici intorno, scenografie e altro (e ti viene da pensare a un concerto dei Rolling Stones, che non hanno certo bisogno di cambiarsi d’abito dieci volte per avere l’attenzione del pubblico, bastano loro e la loro musica). Lo è perché inizia dal dire che il “primo problema è sempre individuale, e non di squadra“, e non mette il gruppo al centro dell’attenzione.
Semplicemente, è quello “giusto” perché spiega e insegna come fare quello che serve per giocare bene e perché, parlando di sfortuna, giustificazioni e alibi, “non c’è qualcosa che porta più ‘sfiga’… che giocare male!”.
Velasco ha parlato di pallavolo, praticata e da praticare. In un’epoca di giudici, “santoni” e “tuttologi”, anche in uno sport che di “mode” e modi ne ha visti passare parecchi. Non è tanto, è tutto. E’ quello di cui c’è bisogno.
Allora, ancora una volta: evviva Velasco!
Di Dario Keller
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