Quando ci congediamo dalla nostra telefonata, con educazione e poche convivialità, mi vengono in mente le parole che Alessandro Bonan ha dedicato in settimana a Paolo Maldini: “Si è sempre contraddistinto per il comportamento poco appariscente, senza ricami, come il suo gioco essenziale, potente e promettente, sicuro, stabile, affidabile, ma anche coraggioso, difensivo e offensivo, a seconda di quello che gli imponeva l’andamento della partita (…)”
Se non fosse che un giornalista sportivo eccellente come Bonan mi avesse preparato l’incipit per Mattia Boninfante, avrei forse lavorato qualche decina di minuti in più. Invece eccolo lì il nostro Maldini, il nostro astro della pallavolo e il nostro (prego inserire ogni aggettivo ascoltato o letto in questi anni per catalogarne la pressione a cui il più grande terzino veniva sottoposto un giorno sì e uno no, e a cui Boninfante è stato sottoposto nelle ultime stagioni).
Ci sono molte cose a cui penso mentre un misto di invidia e di strizza mi prendono quando cerco di costruire il paragone tra questi due personaggi che il frasifattismo (e il me che se ne scusa con l’interlocutore) liquiderebbe come “figli di”. Ci sono molte cose che vorrei dire ripensando anche a Bette Davis e Anne Baxter, che in Eva contro Eva, settantasei anni fa, avevano già capito che il successo è qualcosa di passeggero e generazionale, in cui oggi a sollevare coppe e ad indossare medaglie ci sono Dante Boninfante, o per essere ancora più nostalgici, c’è Cesare Maldini. Il tramonto poi (e nessuna invidia come nella pellicola più bella e famosa di Mankiewicz) è un’occasione per far emergere Paolo (Maldini) e Mattia, il quale è, non me ne vorrà nessuno, la versione più incredibile di Dante. Giocatore che non ha bisogno di apparire (non lo era nemmeno Dante), come Maldini, ma a cui basta esserci.
È bastato vederlo sfondare con il suo talento il campo di Civitanova, diventare titolare in Superlega quando noi ci baloccavamo ancora in tenera età con le figurine Panini, per capire che la strada sarà lunghissima, ma che con Mattia la faremo tranquillamente accelerando con una Porsche.

Il prossimo anno, per la serie “Chissà perché capitano tutte a me”, per mettere dentro un preambolo di citazioni anche Bud Spencer, Boninfante lo cederemo allo Zenit San Pietroburgo, squadra russa che ha capito quanto bene lavoriamo in Italia con i palleggiatori e se ne è ben guardata dal pescare nella steppa, ma di arrubbarci la promessa con la P maiscuola.
Quando dico tutto questo lui non ci ricama, ringrazia sommessamente, guarda già avanti, anche in chiave azzurra.
“Non ho preso parte alla tappa di Lubiana della VNL. Sono giorni in cui stiamo in gruppo e in cui abbiamo modo di lavorare su esigenze diverse”.
Posso chiederle con chi ha legato di più tra i componenti del gruppo azzurro?
“Con Luca Porro, Laurenzano, Bovolenta e Orioli siamo sempre parte dello stesso gruppo dal 2020. Anche con Michieletto in questi anni ho avuto modo di legare, così come con Paolo Porro, con cui condividiamo lo stesso ruolo. Con Paolo ci divertiamo molto, è una bella scoperta”.

Arriva da una stagione pienissima. Lascia la Lube dopo due anni, con una Coppa Italia e due finali scudetto. Come chiude questo capitolo?
“Ho dato il massimo ogni giorno, a volte riuscendo a raccogliere i frutti e altre volte no. Lo capisco e lo accetto perché queste dinamiche fanno parte dello sport e della vita. Difficilmente avrei pensato di poter giocare così giovane in un club di tale prestigio. Il ringraziamento va a tutti quelli che ho incrociato nel percorso, persone che mi hanno aiutato a diventare un uomo e un giocatore migliore rispetto a due anni fa”.
Si dice che il corteggiamento dello Zenit sia incominciato nel mese di dicembre.
“Confermo. Civitanova mi ha comunicato di voler fare altre scelte, che personalmente ho rispettato. Dovevo quindi trovare un’alternativa, e la Russia mi è stata offerta velocemente come volevo io. Loro hanno due slot per gli stranieri. Ci ho pensato qualche giorno, non di più perché ho capito subito che poteva essere una sfida interessante e un’occasione di crescita e ho accettato. Sono stato con mio padre per conoscere la squadra e assistere alla Coppa di Russia e mi è da subito sembrato un ambiente pronto ad accogliermi nel migliore dei modi. Sono felice perché sarà un’esperienza di vita”.
Perché a 22 anni si accettano sfide così?
“Per curiosità. Partire, conoscere un altro campionato, confrontarmi con i rischi e le opportunità. Sentivo fosse arrivato il momento e ho accettato”.
Voglio tornare con lei alla stagione appena trascorsa. Vada lei a ruota libera Boninfante.
“Beh, ho già detto qualcosa, ma sintetizzando penso che questo appena trascorso sia stato un anno più difficile del precedente, nel quale forse per la capacità di rinnovamento del progetto stesso, le aspettative erano inferiori. Abbiamo tutti preso sul serio i momenti più duri della stagione e affrontato con la convinzione che potesse venire fuori qualcosa di buono. In alcune occasioni ci siamo riusciti, in altre no”.
“Ho dato il massimo ogni giorno. A volte riuscendo a raccogliere i frutti e altre volte no”. Con la sincerità che la contraddistingue mi dica un frutto che ha raccolto e uno che non è riuscito ad ottenere.
“Sicuramente affacciarmi in un mondo come la Superlega e stabilirmi in un campionato così, provando a fare risultati e superando i propri limiti è il frutto che ho raccolto da questa esperienza. Cosa non è andato? Forse proprio le difficoltà nate quest’anno che non siamo riusciti a risolvere parzialmente”.

Nella stagione appena trascorsa, ha avuto modo di ritrovare suo padre Dante sulla panchina di Piacenza. È vero che vive particolarmente male le sconfitte contro papà?
“Assolutamente sì. Nella settimana che precede la nostra sfida non parliamo mai di pallavolo. Quest’anno il confronto è terminato sul 2-2. Devo dirle che pesa anche ai miei vedermi magari perdere contro papà. Mi dicono sempre che preferirebbero vedermi vincere (ride n.d.r.). In generale, ora dico seriamente, non vivo male la sconfitta con Piacenza perché gioco contro mio padre. Vivo ancora con molta serietà la sconfitta in generale. Devo ancora lavorarci, credo sia normale”.
Quest’anno si è parlato scherzando sul web della suggestione di vederla in un ruolo diverso. I tifosi la vedono attaccare e si fanno delle idee. Fantasticando, è una cosa a cui ha mai pensato?
“Mai pensato, giuro. Sono azioni che vengono sul momento, non ho un retropensiero sulla pretesa di fare punto o non penso a voler chiudere io forzatamente un’azione”.
Il film di questi anni è quello di un palleggiatore che ama far emergere gli attaccanti e il loro gioco, piuttosto che rappresentare un modello di regia individuale.
“Mi piace dire che sono un palleggiatore immerso nel gioco. Su questo aspetto, ricordo sempre le parole di Velasco: il palleggiatore è un cameriere, deve portare al cliente esattamente ciò che ordina e non ciò che non ha ordinato”.
Intervista di Roberto Zucca
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