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INTERVISTA ESCLUSIVA a Fabrizio Pasquali: “La crisi del settore arbitrale della pallavolo è sistemica”

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Nella stagione di club appena conclusa, ci riferiamo ai nostri campionati di Serie A maschili e femminili così come alle competizioni CEV, più volte abbiamo raccontato, spiegato, documentato quanto la classe arbitrale fosse in difficoltà, per colpe dirette e indirette. Argomento che nel  mondo della pallavolo, a tutti i livelli, è quasi tabù (leviamo anche il ‘quasi’). La tendenza è di non voler vedere, trincerandosi dietro poche parole, sempre le stesse: “non siamo il calcio”, “non diventiamo come il calcio”. Parole che legittimano la difficoltà e non contribuiscono a risolverla. Questo atteggiamento di chiusura, negazione, auto-celebrazione spesso immotivata, non ha fatto altro che portare negli anni a un lento ma costante declino tecnico del settore arbitrale della pallavolo in tutto il mondo, e la VNL di quest’anno sta presentando il conto. Un conto così salato che adesso è sotto gli occhi di tutti e tutti ne parlano, in tutto il mondo, anche perché poi, quando a giocare sono le Nazionali, magicamente l’attenzione sugli errori arbitrali diventa “calcistica”, ma in questo caso senza che nessuno si scandalizzi. Anzi.

Per analizzare meglio questo problema, questa crisi, questo declino tecnico (ma non solo tecnico) del settore arbitrale, abbiamo intervistato Fabrizio Pasquali, una delle eccellenze del mondo arbitrale di tutti i tempi. Ascolano, classe 1967, allievo ed erede di Luciano Gaspari, leggenda a sua volta, è stato arbitro di Serie A per più di 20 anni, arbitro internazionale per 18 anni chiudendo, una carriera che a livello internazionale non ha eguali, con la designazione da primo arbitro della finale del Mondiale maschile del 2018. Dal 2018 al 2021 ha ricoperto poi l’incarico di Commissario degli arbitri di serie A della FIPAV. Nel 2018 è stato nominato CEV Referee Delegate. Nel 2021 è entrato a far parte della Commissione Arbitrale Mondiale FIVB.

Insomma, un palmares chilometrico, una figura di spicco come ce ne sono poche in circolazione, molto stimata anche in altri ambienti arbitrali tanto che oggi è diventato uno dei referee coach più ricercati da tanti arbitri di calcio, basket, rugby, pallamano. Stranamente, e anche questo lo dice lunga, non da arbitri di pallavolo…

Pasquali iniziamo subito con una domanda a bruciapelo: il settore arbitrale è ancora un settore tecnico, come definizione vorrebbe, o è diventato oggi un settore politico/politicizzato in tutto il mondo?
“Rispondo a questa domanda raccontando un aneddoto che mi fa sempre molto sorridere, ma pensando alla sua domanda dovrebbe invece far riflettere più di qualcuno. Parliamo di calcio, di quando Carletto Mazzone allenava la Roma. In una partita vede Amedeo Carboni involarsi in attacco e gli inizia a urlare “Amedè, Amedèèèèè”. Finita l’azione Carboni si avvicina alla panchina: “Mi dica mister” e Mazzone gli fa: “Amedè, ma tu quante partite hai fatto in Serie A?”. “Non so, 300, 350 mister”. “E quanti gol hai fatto Amedè?”. “Uno mister” risponde Carboni. “E allora ‘ndo c…o vai Amedè, torna in difesa che l’attacco non è per te”. Ho risposto alla sua domanda con questa metafora?”.

Ci torneremo più avanti. Dal punto di vista arbitrale, invece, anche qui andiamo dritti al punto: a cosa stiamo assistendo in queste prime settimane di VNL?
“Stiamo assistendo ad una sperimentazione che è figlia della deregulation in atto nella pallavolo. Come tutte le novità ha bisogno di assimilazione. Il tentativo di regolamentare un fallo particolare di gioco, quello relativo alla palla portata, alla palla spinta, che qualcuno a torto definisce ‘nuova’ regola. La verità è che la regola esiste da sempre ma semplicemente negli ultimi anni non la fischiava più nessuno e si è finiti col giocare una sorta di ‘pallaprigioniera’, con giocate più affini alla NBA che al Volley… L’incapacità di gestirla ha portato a una mancanza di coerenza tecnica per la quale occorre qualità arbitrale e conoscenza del gioco. Per farle capire meglio, due anni fa è stata eliminata la doppia. La domanda la faccio io a lei: ma perché, qualcuno fischiava più le doppie? Nessuno! Se si toglie la valutazione tecnica soggettiva del gesto, a che serve l’arbitro? La deregulation porta a queste cose perché se uno non arbitra e non sa giudicare e valutare un fallo tecnico, significa che A non può fare l’arbitro, B se non lo sa fare deve imparare, deve studiare, deve capire per quale motivo non è in grado di farlo e su queste cose bisogna applicarsi”.

A mettere in difficoltà gli arbitri è anche questo eccesso di sperimentazione regolamentare?
“Negli ultimi anni gli arbitri si sono spesso trovati ad affrontare delle novità che sono state introdotte senza nessuna chiarezza di istruzioni. Si cambiano le regole e spesso non se ne valuta con attenzione la portata dal punto di vista arbitrale”.

Un esempio?
“Il layout del campo di gioco. È stato cambiato anni fa, in funzione di esigenze televisive ed è stata spostata la postazione del primo arbitro dalla parte delle panchine. Bello, l’immagine è pulita, perfetta, tutto quello che si vuole, ma gli arbitri si sono ritrovati ad affrontare questa situazione loro malgrado. Le prime volte senza neanche esserne a conoscenza. C’è un problema di carattere tecnico rispetto a questa posizione del seggiolone. In primo luogo il secondo arbitro è stato completamente esautorato, svilito nelle sue funzioni. In secondo luogo il primo arbitro ha delle difficoltà enormi perché non ha più sotto controllo la gestione delle panchine. Questo genera situazioni di grande confusione. Soprattutto durante un check, ha nell’auricolare chi gli parla dalla videocheck room, sotto giocatori e allenatori che gli urlano addosso. Si può arrivare anche a gestire una situazione del genere, ma bisogna essere formati, preparati”.

In questo caso sarebbe meglio tornare al passato?
“Le questioni oggettive possono anche essere metabolizzate, pensiamo ad esempio alla regola degli 8 secondi per battere. Ma quando si parla di cose soggettive, come in questo caso, esce fuori tutta la poca preparazione e la poca qualità tecnica che gli arbitri hanno oggi in tutto il mondo. Perché questo problema è comune a tutte le federazioni, Italia compresa”.

Come si è arrivati a questa crisi tecnica del settore arbitrale?
“Lo sviluppo della figura arbitrale non è mai stato un punto di forza dello sport. È un problema legato alla conoscenza delle cose e purtroppo la conoscenza è per pochi. Non c’è mai stato interesse per la formazione, per portare il livello arbitrale a lungo termine all’altezza dell’importanza dello sport che devi andare ad arbitrare. Questo sta portando anche a un impoverimento culturale, cioè proprio dell’immagine, della figura arbitrale. La convinzione che l’intelligenza artificiale sarebbe stata e sarà la panacea del problema, è una mera illusione, ma di questo passo gli arbitri nella pallavolo diventeranno molto simili a quelli del tennis, dove la tecnologia è stata introdotta su richiesta dei giocatori cosi come nel volley il videocheck è stato introdotto non per supportare gli arbitri ma per aiutare le squadre”.

Lei sostiene che gli arbitri verranno sostituiti dalla tecnologia, ma per quello che stiamo vedendo sono proprio gli arbitri che permettono alla tecnologia di fare il loro lavoro. Un esempio su tutti, il caso in Italia-Francia maschile con la ricostruzione grafica sbagliata dell’occhio di falco e l’arbitro che, anche davanti all’evidenza, ripeteva a cantilena “Automatic System”…
“Sì, è vero è un mio pensiero ma ci sono studi di università mondiali prestigiose che lo confermano. L’impressione è che sul seggiolone non vi siano più arbitri ma videochecker. La tendenza a cui stiamo assistendo è che gli arbitri si stanno affidando sempre di più all’intelligenza artificiale e questo produce a tutti gli effetti un corto circuito decisionale. Criticità che avviene perché gli arbitri non sono più abituati ad arbitrare ed è un corto circuito che purtroppo ci porta ad un’altra considerazione”.

Quale?
“L’età media degli arbitri internazionali è un’età media altissima, e lo è anche in Italia. Questo cosa comporta? Che se tu sei sempre stato abituato ad arbitrare in una certa maniera, aggiornare delle competenze con delle nuove innovazioni tecnologiche comporta una maggiore difficoltà di adattamento snaturando un po’ la propria tecnica arbitrale. Al contrario faciliterebbe molto di più  le nuove generazioni già abituate ad operare con la nuova tecnologia, rendendoli molto più confidenti nell’utilizzarla. Trovo paradossale che si continui ad allungare il limite d’eta degli arbitri”.

Ha parlato della necessità di formare nuovi arbitri, arbitri giovani, ma uno dei tanti problemi del settore forse è legato proprio al reclutamento.
“Preparare una generazione di nuovi arbitri comporta del tempo. Nella pallavolo si è già in ritardo. Il 2028 è qui davanti, e preparare arbitri per un’Olimpiade o un Mondiale comporta una programmazione complessa. Il problema del reclutamento c’è ed è serissimo, in diverse discipline sportive”.

In Italia come siamo messi?
“Valutando i numeri ufficiali direi non bene riguardo al reclutamento. Sulla formazione, so che la Federazione sta sperimentando una forma di coaching tra arbitri dello stesso ruolo, cioè arbitri di Serie A più esperti che fanno da coach ai loro colleghi, diciamo, più giovani”.

La ritiene una cosa positiva o negativa?
“Nutro qualche perplessità rispetto a questo modo di fare formazione. Gli arbitri in attività hanno necessità di essere supportati e seguiti da un coach e trovo onestamente singolare che vengano impiegati in un ruolo tanto delicato proprio loro che sono i primi ad averne bisogno”.

Lei come è diventato Fabrizio Pasquali, uno dei migliori arbitri al mondo?
“Per passione. Ho avuto la fortuna di vivere la pallavolo a tutti i livelli. Ho giocato, ho fatto l’arbitro, ho fatto corsi per allenatori e dirigenti. Da 43 anni vivo lo sport e la pallavolo in particolare in ogni sua forma. Una mia grande fortuna è stata anche quella di iniziare in una regione, le Marche, che è stata fucina vera di uno dei movimenti tecnici più importanti del nostro Paese. Parliamo di allenatori come Paolini, Lorenzetti, Mencarelli, Pistola, Marco Gaspari e parliamo di arbitri come il suo papà, Luciano Gaspari, Massimo Cinti e mi scuso per chi non sto citando, e sono tantissimi. Confrontarsi con un livello così alto porta a standard di performance particolarmente esigenti. Quando noi sbagliavamo una decisione, la andavamo ad analizzare in maniera maniacale per capire il perché, il per come, il dove e il quando. Questo lavoro, fatto in quel modo, oggi non lo fa quasi nessuno. La preparazione e la conoscenza profonda del gioco ti mette in una posizione di vantaggio anche quando devi gestire situazioni tecniche difficili. Ho fatto tanti errori anch’io, ma erano figli proprio di quella imprevedibilità che uno sport di situazione come la pallavolo determina. Ai giovani di  oggi invece queste cose non vengono dette. Quando tu non sai neanche riconoscere una formazione, non sai come gioca un palleggiatore, non sai quali sono le caratteristiche di un attaccante, beh, mi pare chiaro che poi ci siano problemi…”.

Sono effettivamente gli arbitri migliori a dirigere nelle competizioni internazionali?
“Il criterio non è solo meritocratico, altrimenti non vedremmo molti degli arbitri che arbitrano nelle competizioni FIVB. Dietro c’è anche una ragione politica. Per una Federazione nazionale è importante mandare i propri arbitri perché le dà modo di far crescere il proprio movimento. Ci sono poi esigenze legate alle diverse confederazioni. Va da sè che i migliori arbitri sono il prodotto del livello dei campionati nazionali che dirigono. Ma anche qui la formazione diventa essenziale, come per un atleta anche per gli arbitri confrontarsi con i migliori sviluppa delle conoscenze e delle competenze essenziali nel proprio percorso di crescita”.

Quanto si prepara generalmente un arbitro prima di una VNL?
“Poco. Diciamo che la preparazione è uno dei problemi, simile a quello degli arbitri italiani che vanno ad arbitrare gare di cui conoscono molto meno di quello che dovrebbero. A confronto la preparazione che fanno gli arbitri di calcio, di basket o di rugby è fantascienza. Io sono rimasto colpito perché sanno tutto, soprattutto quello di cui necessitano per ottimizzare la loro prestazione. Gli arbitri di pallavolo sono lasciati spesso al loro destino, senza un’adeguata preparazione, o nella convinzione che quello che sanno sia sufficiente per gestire degli eventi così, e parliamo di eventi tra i più importanti a livello internazionale. Quello del volley è purtroppo un mondo che vive di autoreferenzialità. Credo che quello arbitrale, e lo dico da tempo, è un problema che viene percepito da tutti, tranne da chi invece se ne dovrebbe preoccupare. E in questo momento gli arbitri sono diventati uno degli anelli deboli della catena. E quando ne devi misurare la tenuta, la catena è forte quanto il suo anello debole. Per essere espliciti, il livello di credibilità degli arbitri non è mai stato cosi in discussione”.

In che modo hanno perso di credibilità?
“Perché negli ultimi anni purtroppo gli arbitri non arbitrano più e non sono più formati dal punto di vista tecnico. La qualità, ripeto, di conoscenza del gioco è fondamentale. Se tu non conosci il gioco diventa difficile poter arbitrare e farlo in maniera coerente. Perché l’altro problema che c’è nella soggettività qual è? È che tu devi tracciare un riferimento di carattere tecnico coerente al punto che non puoi fischiare la stessa cosa una volta sì, una volta no. E quando l’asticella tecnica diventa alta l’arbitro deve essere un tecnico di grande qualità”.

Insomma, verrebbe da dire che chi governa la pallavolo stia pensando più al fumo che all’arrosto.
“Ho letto il suo articolo bellissimo sulle battute sbagliate. La gente si rompe le scatole, diciamolo pure chiaramente. Me ne viene in mente un’altra, tutto questo intrattenimento artificiale uniforme in tutto il mondo: da Toronto a Sydney, da Tokyo a Buenos Aires, San Paolo del Brasile passando per Roma, Varsavia e Bangkok. Tutto uguale! Cioè, facciamoci qualche domanda se è questa la pallavolo che vogliamo e se l’aspetto più importante da tutelare, quello su cui concentrarsi di più, non sia il gioco. Il gioco ormai è passato in secondo piano e con lui anche gli arbitri”.

Pasquali torniamo allora alla domanda iniziale, settore tecnico o politico. La riformulo: qual è la vera natura del problema, della crisi tecnica del settore arbitrale?
“È un problema sistemico. Gli arbitri non sono considerati una priorità. Per esempio, mi domando come sia possibile che una Federazione Internazionale con la visione dell’FIVB non abbia ancora un dipartimento arbitrale completo e funzionante. Il risultato è che gli arbitri spesso vengono lasciati al loro destino e cercano di arrangiarsi al meglio. Cioè, che cos’è che fa l’arbitro il più delle volte? Non fischio, non mi impiccio, non ho difficoltà. La definirei una “moda leggera”, basta vedere le partite dei nostri campionati, si vedono cose che per me sono inspiegabili: si lavora poco, si studia meno e l’aspetto tecnico non è curato o non è prioritario. Le dinamiche del settore sono particolari, parliamo di una collettività basata sull’individualismo e questo porta inevitabilmente delle criticità. Ci vuole grande equilibrio nella gestione. Se all’aspetto tecnico si fanno preferire invidie, rancori, maldicenze diventa tutto più complicato. Pensate a una squadra. Nessuna squadra al mondo diventa vincente senza un bravo allenatore. Il bravo allenatore forma e istruisce i suoi giocatori, li fa evolvere, diventare migliori, ognuno di loro è parte del progetto. Anche per gli arbitri è così. Nel calcio, ad esempio, chi è il presidente della Commissione Arbitrale della FIFA? Un certo Pierluigi Collina, non ‘Ciccillo Vattelappesca’. Nel basket c’è Gigi Lamonica e potrei continuare con altri esempi. Facciamocele due domande senza che ci si offenda…”.

Eppure mai nessuno ha dichiarato apertamente che il settore arbitrale della pallavolo sia un settore in difficoltà.
“Questo è il bello della comunicazione… Ci sarebbe bisogno di un po’ di contraddittorio. Io sostengo che la narrazione è fuorviante. Dire che questi o quelli sono i migliori al mondo non esime nessuno dal dare il meglio di se. La crisi tecnica è sotto gli occhi di tutti ed è generalizzata, comune a tutte le federazioni nazionali ed internazionali. In questa VNL stiamo vedendo i migliori allenatori al mondo lamentarsi platealmente come mai si era visto prima e ora tutti parlano degli errori arbitrali. Ma perché, prima era tutto perfetto? In Italia nei nostri campionati va tutto bene? Per non parlare della Champions League e delle altre coppe europee, quante topiche abbiamo visto negli ultimi anni? A rischio di ripetermi, basterebbe far chiarezza su cosa si vuole dalla figura arbitrale. Leadership o subordinazione?”.

A proposito di leadership, come giudica quegli arbitri che si confrontano con giocatori e allenatori chiamandoli per nome e non per cognome?
“Anche qui dipende da come identifichiamo la figura dell’arbitro. Nella convinzione di essere friendly nel loro modo di approcciare, certi arbitri non si rendono conto che invece anche lì delegittimano loro stessi perché manca ormai palesemente quella forma di rispetto dei ruoli. In più viviamo in un’epoca dove vogliamo piacere a tutti. L’arbitro non può piacere a tutti. L’arbitro deve fare l’arbitro, l’aspetto deontologico rimane essenziale. Non credo sia edificante andare a scherzare con i dirigenti, chiedere la maglia o la foto ai giocatori, o peggio diventarne followers sui social. Ci può stare essere amico o essere in confidenza con qualcuno, ma fuori dal campo. Dentro il  campo ognuno ha il suo ruolo e deve essere libero di poterlo svolgere. Se tu scegli quella tipologia di role model, di modello, gli arbitri giovani cosa devono pensare? Che per arrivare devi studiare, devi applicarti, devi essere ligio al regolamento, devi comportarti in maniera professionale, devi dare del Lei alle persone oppure devi farti i selfie con i giocatori o strizzare l’occhio a una telecamera? La responsabilità enorme nella scelta dei dirigenti della classe arbitrale parte da questo. Quando non hai credibilità, questa situazione diventa una catastrofe!”.

Per lei chi è oggi il miglior arbitro di pallavolo al mondo?
“Per distacco su tutti gli altri, Juraj Mokrý”.

E il miglior arbitro italiano?
“A quest’altra domanda preferisco rispondere dicendo che in Italia ci sono tantissimi giovani arbitri, senza distinzione di genere, bravi, potenzialmente di grande prospettiva, ma tanti. Il problema è che li perdiamo perché avrebbero bisogno di un certo tipo di supporto che invece non ricevono”.

Pasquali stiamo celebrando il de profundis del settore arbitrale o c’è una soluzione al problema?
“Nessun de profundis ma solo la consapevolezza di un problema che esiste e va adeguatamente affrontato. Il rimedio è il lavoro e mettere gli arbitri nelle migliori condizioni per svolgerlo, mi riferisco all’organizzazione delle trasferte, ai rimborsi arbitrali, alla pianificazione degli impieghi. Quando una squadra di pallavolo perde una partita cerca di analizzare perché ha perso, va a sviscerarne tutte le ragioni, interviene sugli errori commessi. Il mondo arbitrale, purtroppo, questo non lo fa. Se un giocatore commette tot errori in una partita, l’allenatore lo sostituisce. Un arbitro che commette lo stesso numero di errori in una partita non viene nemmeno messo in discussione per la successiva. Così passa un concetto semplice, sbagliare o fare bene è la stessa cosa!”

Per concludere, mi darebbe la sua definizione di arbitro?
“L’arbitro deve essere una persona capace di servire lo sport che arbitra in modo serio, questa è la chiave. Da referee coach, parto sempre dicendo questo: quello arbitrale è un servizio, super partes, che si dà al proprio sport ed è un servizio dove il ruolo arbitrale è fondamentalmente quello di facilitare lo svolgimento del gioco. E facilitatore non fa rima con intrattenitore. Di intrattenimento alle partite di pallavolo ne abbiamo già fin troppo, non crede?”.

C’è altro che vorrebbe aggiungere?
“A costo di esprimere un pensiero divergente, vorrei puntualizzare che il valore di una persona, tantomeno di un arbitro, non dipende dall’approvazione degli altri. L’opinione altrui non qualifica un arbitro altrimenti si innesca una competizione perniciosa. L’arbitraggio è un hobby che va vissuto con leggerezza, non con superficialità, allora sì che diventa motivo di crescita”.

Intervista di Giuliano Bindoni
(© Riproduzione riservata)

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