Da tifosa a scrittrice: Michela Bosani Moroni racconta la storia del nonno partigiano

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Di Eugenio Peralta

Una vita nei palazzetti di tutta Italia e non solo, prima da giocatrice (centrale) nei campionati giovanili e territoriali a Parabiago, Nerviano e Legnano, poi da sfegatata tifosa di Novara ma soprattutto di Sara Anzanello, Tai Aguero e Serena Ortolani, che sono diventate anche sue grandi amiche. Eppure nel suo libro, pubblicato a dicembre 2021, il protagonista non è il volley: Michela Bosani Moroni lo ha scritto per ricordare il nonno Pio Vittorio Moroni, scomparso nel 2017, che fu partigiano nella Seconda Guerra Mondiale e prese parte attiva alla Resistenza con la 182esima Brigata Garibaldi di Legnano, oggi intitolata a Mauro Venegoni.

Ti racconto la storia del nonno – Il partigiano Moroni” è il titolo del libro, edito da Evoé Edizioni, in cui Michela si ispira alla sua vicenda per quello che, più che una biografia, è un romanzo storico: “Ho deciso di scriverlo – racconta in un’intervista di Francesco Jacini per Baloo Volleyper mantenere una promessa che gli avevo fatto. Lui ci teneva molto a raccontarmi ciò che aveva visto e vissuto durante la Seconda Guerra Mondiale, per lui era molto importante che la storia non venisse dimenticata, che essa non cadesse nell’oblio. Gli ho promesso che, dopo di lui, avrei continuato io a raccontare il suo trascorso, e così è stato. Ho iniziato a scrivere a gennaio 2019, abbandonando poi la mia prima bozza verso aprile-maggio; poi ho ripreso il tutto due anni dopo, con il desiderio di riuscire a pubblicare il mio libro in occasione del centenario della nascita di mio nonno, l’11 dicembre 2021, e ce l’ho fatta!“.

L’autrice, molto legata al “partigiano Moroni” (ha chiamato il figlio Vittorio proprio in suo onore), descrive il nonno come “un pensatore autonomo, critico e libero nello spirito, che si adattò alla vita da soldato per sopravvivere e per non causare problemi alla propria famiglia, ma non condivise mai il pensiero unico imperante all’epoca. Dopo l’armistizio di Cassibile divenne uno sbandato, e con un viaggio denso di peripezie tornò a casa, dove scoprì di essere in pericolo. Conobbe la realtà partigiana e riconobbe se stesso nei suoi valori: aderì quindi al movimento diventandone parte attiva. Più volte rischiò la vita senza scendere a compromessi, ma sopravvisse a quel quinquennio devastante portando con sé i traumi di ciò che aveva vissuto“.

La festa della Liberazione dal nazifascismo rappresenta da sempre un’occasione particolare in casa Moroni: “Sicuramente il 25 aprile è stata per lui una data importante, che segnava la fine di un periodo buio della sua vita e un inizio speranzoso di un futuro migliore: lui venne smobilitato ufficialmente il 1° maggio 1945. In occasione del settantesimo anniversario della Liberazione ho voluto fargli una foto con in mano il tricolore e la scritta ’25 aprile 1945, io c’ero!’. Ha posato sorridente per quella foto, ma so che dietro a quel sorriso sono nascosti tanti brutti ricordi del passato. Una sera in ospedale a Legnano ho capito quanto la guerra lo avesse davvero segnato: stava sonnecchiando tranquillo, ma a un certo punto ha sbarrato gli occhi, terrorizzato. Si è messo seduto sul letto e mi ha intimato di scappare: diceva che i tedeschi stavano arrivando a prenderci, che lui non riusciva a muovere le gambe ma io dovevo correre e mettermi al sicuro. A distanza di oltre 70 anni, ancora gli capitavano questi incubi“.

Quello con la guerra è rimasto infatti, per tutta la vita di Pio Vittorio Moroni, un rapporto complesso: “Mio nonno mi raccontava spesso ciò che aveva visto e vissuto durante il conflitto – ci ha spiegato l’autrice – e lo faceva con tranquillità, con molto tatto e con tantissima sensibilità. Ma non mi ha mai raccontato cose atroci e crude, e sono sicura che tanti ‘segreti’ se li sia portati via con lui. Un po’ per vergogna, forse, un po’ per un forte senso di protezione… non è mai facile per nessuno raccontare le brutte esperienze, e quando si parla di una guerra, con annessi e connessi, credo sia ancora più difficile“.

Ora la sua storia è diventata un libro, una testimonianza importante anche per le nuove generazioni: “Vorrei che attraverso il mio racconto passasse un messaggio di coraggio – dice Michela – la storia di un ragazzo come tanti, che a 20 anni si è visto catapultato in una realtà che non gli apparteneva. Ha dovuto tenere duro, non arrendersi mai, seguire un ideale che non era quello in cui credeva. Ma poi, non appena ha potuto, con tantissimo coraggio e anche tanta paura e tante incertezze, ha deciso e voluto scegliere la strada più difficile, senza mai scendere a compromessi e mettendo a repentaglio anche la sua stessa vita“.

Non c’è notte tanto lunga da impedire al sole di risorgere, diceva Jim Morrison – conclude Michela – e, se ci pensiamo, è così anche in questo caso. La guerra ha rubato a mio nonno 5 anni della sua vita, ma poi è finita! Lui ha ripreso in mano la sua vita, si è costruito la sua famiglia, ha sempre lavorato sodo per non far mancare nulla ai suoi due figli e poi a noi nipoti“. Un messaggio di speranza che vale per la festa del 25 aprile come per tutti i giorni di quest’epoca in cui i fantasmi della guerra sono tornati a ripresentarsi in Europa.