Ci sono campionesse che restano nella storia per i trofei e altre per il modo in cui hanno lasciato il segno in un’epoca. Tra il 2003 e il 2008, a Bergamo, Angelina Grün (Hübner dopo il matrimonio) è stata entrambe. Schiacciatrice dalla tecnica sopraffina, temibile in attacco e al servizio, capace di incidere in ogni fase della partita, fu una delle colonne della Foppapedretti nella conquista di tutti i titoli, lasciando un’impronta indelebile nella storia. È anche grazie all’esperienza a Bergamo che, per lei, la pallavolo smise di essere solo prestazione: diventò identità.
A distanza di anni, quella stessa energia si trasforma. Angelina non è più soltanto l’ex schiacciatrice che abbiamo visto dominare in Italia: è cofondatrice di GOLDSPIRIT, progetto di coaching e mentoring che accompagna atleti, allenatori e squadre nel percorso di crescita oltre la vittoria. L’obiettivo non è insegnare a vincere, ma a restare umani nel competitivo mondo dello sport, valorizzando confini, resilienza, salute mentale e identità. Questa intervista racconta il ponte tra la leggenda in campo e la persona dietro la campionessa, per capire cosa le esperienze di ieri possano ancora insegnare oggi.
Angelina, il tuo nome occupa un posto importante nella storia della pallavolo. Oggi, ripensando alla tua carriera, che sensazioni provi e che valore hanno per te i traguardi che hai raggiunto?
“Dopo la mia carriera sportiva ho iniziato una nuova vita costruendo la mia famiglia, un’esperienza che mi ha messa alla prova in modi completamente diversi. Guardando indietro ai tanti successi e alle due partecipazioni alle Olimpiadi, sembra quasi passato un secolo, eppure oggi ne vado fiera. Non è sempre stato così, ma ciò che è rimasto davvero nel mio cuore sono i ricordi vissuti con le mie compagne, più preziosi di titoli o trofei. Alcune esperienze sono state anche dolorose, ma da ognuna ho imparato qualcosa di importante, e i momenti più belli vissuti in Italia restano tra quelli che custodisco con più affetto”.
Sei stata una delle schiacciatrici più forti di sempre. Qual è stata, secondo te, la chiave del tuo successo? E quanto hanno inciso il talento e quanto il duro lavoro e la dedizione?
“Ho sempre avuto voglia di dare il massimo, in allenamento come in partita. Il mio motore non era tanto vincere, quanto crescere e migliorarmi ogni giorno. E l’amore per il gioco… quello non è mai mancato. Dedizione, talento e la voglia di fare sempre meglio, insieme alla capacità di entrare in sintonia con le persone intorno a me, sono state le qualità che mi hanno accompagnata lungo tutto il percorso e che, a mio parere, hanno fatto la differenza”.
La pallavolo insegna molto, dentro e fuori dal campo. Quali sono le lezioni che ti hanno formato di più, soprattutto nel percorso che ti ha portata a diventare la persona che sei oggi?
“Tutte le esperienze che ho vissuto mi hanno formato. Da giovane non ero consapevole di molte dinamiche e ho imparato tanto su me stessa. Per esempio, cercavo sempre di soddisfare le aspettative degli altri e di adattarmi. Ad un certo punto, però, questo mi ha portato a esaurimento, e ho dovuto prendermi una pausa dal volley per ritrovarmi. Forse non tutti ricordano che nel 2009 ho rescisso anticipatamente il mio contratto con il VakifBank e mi sono fermata. Ho fatto terapia, lavorato per un periodo, e poi ho giocato per un anno e mezzo a beach volley, prima di tornare alla pallavolo indoor per altri due anni e mezzo”.
“Gli ultimi anni della mia carriera li ho vissuti in modo molto intenso, perché ho acquisito una maggiore consapevolezza di me stessa e delle dinamiche degli sport di squadra. Ho compreso quanto, nella pallavolo, il gruppo sia al centro e quanto poco spazio venga lasciato all’individuo. Mi chiedevo come favorire una comunicazione efficace e una reale responsabilità personale, affinché ciascuno si sentisse riconosciuto e valorizzato. Dopo il ritorno all’indoor ho provato a mettere in discussione alcune dinamiche e ad affrontare problemi scomodi, e le reazioni sono state molto diverse. Ancora oggi cerco di trovare un equilibrio tra prendermi cura di me stessa e adattarmi o sacrificarmi per gli altri. E continuo a sperare che esista un “sia l’uno che l’altro”, invece del solito “o l’uno o l’altro””.
Hai fatto parte di squadre fortissime. Secondo te, cosa distingue una buona squadra da una davvero grande, in termini di identità, cultura e valori condivisi?
“Credo che ogni squadra abbia il potenziale di fare qualcosa di speciale, indipendentemente dal fatto che alla fine vinca titoli o meno. Trovare e costruire una propria identità, soprattutto in tempi brevi, è un processo complesso, ma incredibilmente magico. Durante la mia carriera ho giocato in molte squadre con atlete di grande esperienza, eppure non sempre quella con le giocatrici più forti era quella che vinceva di più o dove ci si divertiva maggiormente. Perché una squadra possa davvero esprimere il suo potenziale, è essenziale avere un ambiente sano e sicuro, il supporto di un allenatore capace di guidare ma anche di lasciare spazio, e soprattutto un rispetto profondo tra le giocatrici, che permetta di connettersi autenticamente, dentro e fuori dal campo”.
Come descriveresti le tue esperienze in Italia, a Modena e a Bergamo? Cosa ti ha dato il nostro Paese, sia dal punto di vista sportivo sia umano?
“Sono arrivata in Italia da giovanissima, senza grandi aspettative né esperienze di vita all’estero. Ho scoperto subito che da voi la pallavolo ha una considerazione completamente diversa rispetto alla Germania: è chiaro a tutti che giocare a pallavolo è un vero lavoro. Nelle squadre in cui ho giocato ho trovato un’attenzione costante alla qualità e alla professionalità, e ho imparato quanto sia importante avere standard elevati in ogni dettaglio. Allo stesso tempo, ho potuto vivere la quotidianità italiana, segnata dal piacere e dalla gioia di vivere. Questo per me è stato un insegnamento prezioso: si può lavorare con serietà e dedizione, senza rinunciare a godersi appieno la vita”.
Tra il 2003 e il 2008 hai vinto tutto con la Foppapedretti Bergamo. Cosa rendeva così speciale quella squadra?
“Ho tanti ricordi di quel periodo. Eppure, non è mai esistita “una sola squadra”: a Bergamo i roster cambiavano stagione dopo stagione e anche gli allenatori sono stati tre nel corso della mia permanenza. Tuttavia, c’era qualcosa che le univa tutte: il senso di appartenenza, la voglia di divertirsi e la determinazione nel perseguire gli stessi obiettivi. Il club offriva un ambiente in cui potevamo esprimerci liberamente, con tutte le giocatrici pronte a dare il loro contributo, mentre i tifosi ci seguivano sempre con entusiasmo”.
Durante la tua carriera, c’è stata una stagione o un torneo particolarmente difficile o frustrante? Come l’hai affrontato e cosa hai scoperto di te stessa in quel periodo?
“Soprattutto verso la fine della mia carriera ho attraversato momenti molto difficili. Probabilmente perché ero diventata più consapevole dei miei valori, ma non sempre avevo le parole o il coraggio per esprimerli, e il sistema in cui mi trovavo non era strutturato per accogliere questo tipo di riflessioni. Valori come lealtà e rispetto, che si manifestano attraverso una comunicazione onesta, non sono affatto scontati”.
“Nella mia ultima esperienza a Baku eravamo 14 giocatrici di 12 nazionalità diverse. Pur contando su giocatrici straordinarie, non siamo riuscite a creare una vera squadra. Sono però molto grata per quell’esperienza, perché mi ha insegnato molto non solo sullo sport, ma anche su me stessa, sui miei valori e su ciò che avevo ancora da apprendere. Altrettanto complesso è stato l’ultimo torneo di qualificazione olimpica con la nazionale tedesca: alcune questioni irrisolte ci hanno fatto sfuggire il pass per pochissimo. E più che il risultato, a ferire è stata la mancanza di coraggio nell’affrontare quei problemi. È stato un colpo duro, ma anche un insegnamento prezioso”.
Come descriveresti le sensazioni che provavi in campo, tra adrenalina, tensione e gioia? E oggi, dopo aver lasciato il campo, cosa ha preso il posto di quella scarica di emozioni?
“Non ricordo molto la tensione che vivevo in campo. Quello che mi è rimasto è soprattutto la sensazione di colpire la palla nel modo giusto, quando tutto si allinea perfettamente. E poi la gioia condivisa dopo un punto, il festeggiare insieme: sono questi i momenti che ricordo di più. Oggi? Non c’è nulla di davvero paragonabile”.
Segui ancora la pallavolo? Se sì, come vedi l’evoluzione del gioco, la supremazia della Serie A1 italiana e della Sultanlar Ligi turca, e lo status attuale del volley tedesco?
“Seguo ancora molto la pallavolo. Ultimamente anche il settore maschile, perché mio marito allena una squadra di Bundesliga qui in Germania. Nel tempo ci sono stati molti cambiamenti. Oggi, a livello europeo, si nota un certo dominio delle squadre turche e italiane, ma il panorama resta comunque molto vario, forse ancora più rispetto ai miei tempi. Ho anche l’impressione che la pallavolo venga praticata in un numero sempre maggiore di Paesi. Nel settore femminile, però, mi dispiace che il gioco sia spesso molto incentrato su singole giocatrici (come Egonu, Haak, Vargas, Antropova, ecc). Personalmente preferisco una pallavolo più equilibrata, anche se questa è solo una mia opinione. In Germania, al momento, non c’è una giocatrice di quel livello, soprattutto nel ruolo di opposto. Per questo la nazionale deve sviluppare un modo di giocare diverso, che possa essere efficace anche senza basarsi sulla potenza fisica. Vedo comunque molto potenziale e mi auguro che in futuro ci sia ancora più fiducia nei propri mezzi”.
Parliamo del presente: ci puoi raccontare di GOLDSPIRIT e del lavoro che fate?
“GOLDSPIRIT è un team di coaching non-profit impegnato a promuovere la salute mentale e fisica nello sport. Accompagniamo gli atleti in tutte le fasi della loro carriera, prestando particolare attenzione alla loro personalità e al loro benessere. Per noi lo sport va ben oltre la semplice prestazione. Offriamo percorsi di coaching individuale, ma il nostro obiettivo è anche trasformare l’intero sistema sportivo, aiutandolo a riconoscere e valorizzare la persona, non solo l’atleta. Per questo organizziamo workshop dedicati agli allenatori. In generale, vogliamo rendere il mondo dello sport più sano, consapevole ed equilibrato, così che tutti possano sentirsi vincitori, a prescindere dai titoli conquistati”.
Qual è la lezione più importante che desideri trasmettere agli atleti attraverso GOLDSPIRIT? E in che modo si collega alla tua esperienza da pallavolista?
“Tutte le nostre esperienze personali (la mia collega Ulrike Breitbach era ostacolista) costituiscono oggi il fondamento del nostro lavoro con GOLDSPIRIT. Anche se agli occhi degli altri ho vissuto una carriera di successo, non sono sempre stata felice né emotivamente equilibrata. Durante il mio periodo in Italia, ad esempio, ho affrontato un disturbo alimentare. Ciò che mi mancava era un ambiente, delle persone di riferimento, con cui confrontarmi su strategie, pensieri ed emozioni, e che mi aiutassero a sviluppare soluzioni sane. Un contesto in cui non contasse solo la prestazione, ma la persona. Oggi è proprio questo il cuore del lavoro di GOLDSPIRIT. In questo percorso, Ulrike ed io integriamo anche le nostre esperienze come madri e mogli, perché prima di tutto siamo esseri umani, ciascuno con le proprie sfide e i propri bisogni”.
Fuori dalla pallavolo e dal lavoro, cosa ti fa sentire davvero completa e in pace con te stessa? Quali persone, momenti o abitudini ti aiutano a ricordare chi sei e cosa conta davvero?
“Trovo serenità e gioia in diversi ambiti della mia vita: con le amiche, immersa nella natura e anche nel lavoro. Come madre di due figli ho grandi responsabilità, e attraverso di loro riscopro molte cose con occhi da bambina. Mi riempie di gioia vederli esplorare e imparare con curiosità e fiducia in sé stessi, e vorrei riuscire a portare questo stesso spirito anche nella mia vita adulta”.
Intervista di Alessandro Garotta
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