Domenica 10 maggio, sul calare della sera, sottovoce, alla Marzullo, ma con quel suo sorriso da toscanaccio capace come pochi di farti piangere e ridere allo stesso tempo, Marco Falaschi ha annunciato il suo ritiro dalla pallavolo giocata. Ha scelto ‘After Hours’ per fare questo annuncio, “perché è la casa della nostra pallavolo e la pallavolo è stata la mia vita per vent’anni”. Poche parole, una grande emozione, anche perché difronte a lui a casa, non inquadrata, c’era la sua compagna Carlotta Cambi. Immaginiamo lei sì, con gli occhioni lucidi.
Dopo la diretta, Falaschi ha anche salutato la pallavolo giocata affidando i suoi pensieri a un post sui social:
Avevo delle aspettative quest’anno, e com’è risaputo che sia, le aspettative sono sempre diverse dalla realtà.
Non mi nascondo, l’idea era quella di continuare a giocare con la palla ancora un po’, soprattutto di continuare a divertirmi ancora un po’, ma la vita è imprevedibile, e spesso ti mette davanti a delle scelte che, se avessi potuto, avrei rimandato all’infinito, come quella di appendere le scarpe al chiodo.
Non è una cosa però che in questo momento voglio fare, la salute nella scala delle mie priorità rimane lì, bella in alto, e per questo non mi sento di sfidare nessun tipo di sorte, se mai ce ne fosse una.
Ammetterlo a me stesso sarà complesso, la mia vita è sempre andata di pari passo con la pallavolo, non mi aspetto di poterla digerire subito.
Ma come ho detto prima, le aspettative molto spesso non aiutano, perciò da ora in poi cercherò nuovi stimoli, spero non allontanandomi troppo da quello che ho fatto e amato per una vita.
I ringraziamenti sarebbero dovuti, ma capite bene che dopo più di 20 anni di pallavolo giocata non basterebbe un solo post.
È stato un onore vestire ognuna di queste maglie, aldilà delle vittorie e delle sconfitte, ognuna delle persone che ho conosciuto in questo cammino mi ha donato qualcosa che porterò con me in questo nuovo capitolo della mia vita.
Avrei voluto che finisse diversamente,
ma c’est la vie,
mia cara pallavo…
Doveva finire a Modena questa lunga carriera, ma purtroppo una parte di Falaschi ha deciso diversamente e a quella parte non si può dire di no. Ci sono cose nella vita che sono più importanti anche di quella cosa che per un giocatore è stata vita stessa come lo sport, in questo caso la pallavolo. Giusto così, ma dispiace. Tanto. Non può non dispiacere che sia finita così e non in campo con un ultimo abbraccio di compagni, avversari, pubblico e quella palla tra le mani. Per l’uomo che è Falaschi prima di tutto. Per il giocatore che è Falaschi ancora adesso. Dire “il giocatore che è stato” proprio non ci viene. Non oggi. Non ora. Non ancora.
Prendendo a prestito una frase divenuta ormai cult de Il Cavaliere Oscuro, ma riscrivendola a modo nostro, siamo portati a dire che “Falaschi è un tipo di eroe che la pallavolo merita, e anche quello di cui avrebbe sempre bisogno”. Perché diciamo questo? Tutto parte da un pensiero più profondo che nasce da lontano, che passa anche (non solo) dal terzo fallimento mondiale del nostro calcio, ragiona sulla cultura sportiva, o presunta tale del nostro Paese, passa anche da una profonda autocritica del nostro mestiere, quello del giornalismo sportivo, e ci sbatte in faccia un limite gigante che noi tutti abbiamo e che non vogliamo ammettere di avere: un campo visivo limitato.
È la classica scena di quello che chiude il pugno, alza l’indice, te lo mette davanti alla faccia e ti chiede “Cosa vedi?”. Tu gli rispondi frettolosamente “Un dito”, e quello ti fa “Allora vuol dire che mi sono nascosto bene”. Quel dito, per il mondo dello sport, per chi lo vive e chi lo racconta, sono i risultati. Noi dello sport vediamo frettolosamente solo il dito e poi ci sfugge tutto il resto.

Crediamo invece che Falaschi sia l’eroe che la pallavolo merita perché è uno di quelli che in questi anni, sui campi, è sfuggito all’attenzione di tanti, perché ha vinto poco rispetto a quanto avrebbe meritato (ma comunque 1 scudetto, 1 Coppa Italia, altri titoli in A2, Montenegro e Polonia), perché la maglia della nazionale non l’ha vestita abbastanza, eppure è stato ed è il prototipo di sportivo professionista che andrebbe preso a modello.
Crediamo che Falaschi, e quelli come lui, siano gli eroi di cui avremmo (sempre) bisogno, che dovremmo conoscere di più, di cui dovremmo parlare di più, perché racconterebbero lo sport, come viverlo, come praticarlo, come sacrificarsi anche per esso, con competenza, parole giuste, misurate, che affascinano, avvicinano, conquistano. Ne ha così tante, Falaschi, di parole sulla pallavolo che con l’intervista fatta proprio a VolleyNews forse detiene il record mondiale di intervista più lunga mai fatta ad un pallavolista (l’avevamo chiamata addirittura Falaschi Week dividendola in 4 puntate: Parte 1, Parte 2, Parte 3, Parte 4)

Ragazzo per bene, amato da tutti, leader vero sempre pronto a caricarsi sulle proprie spalle qualunque tipo di responsabilità, ma pure ragazzo curioso, che ha speso l’intera carriera a capire di più il gioco che per lui era diventato lavoro, senza mai scolorire quella parola, passione, che è sempre stata titolo e definizione, motore e metodo, sostegno e conforto di una vita sportiva che per lui era anche vita vera.
Con quel sorriso da toscanaccio Falaschi quella passione te la innesta sotto pelle. Con quello sguardo che si acciglia, sempre da toscanaccio, Falaschi sa farsi anche serio quando, con serietà, bisogna andare anche diretto e dritto al nocciolo di certe questioni. Senza nascondersi mai dietro quel famoso dito. Anzi, se ci sono cose che si sono nascoste bene, Falaschi quel dito te lo toglie dalla visuale, ti invita a guardarlo negli occhi e tu ascolti, rapito, quello che ha da dirti.
È sempre stato così con i compagni di squadra di cui è stato capitano. Fin troppo buono con tutti nei primi anni, da giovane, ci racconta qualcuno. Poi sempre più autorevole, anche nei confronti di chi, a differenza sua, il palmares ce l’aveva pesante. Ma l’autorevolezza per Falaschi, e quelli come lui, non è conseguenza di vittorie, titoli, trofei, bensì di argomenti. Argomenti tecnici, argomenti tattici, ma pure, se non in cima a questo elenco, argomenti umani.

In una squadra si è leader in campo durante una partita, quando si ha la capacità di leggere prima e meglio situazioni di gioco. In una squadra si è leader nello spogliatoio quando chiami i tuoi compagni all’ordine, al confronto, al rispetto di persone situazioni e regole, quando senti il dovere di parlare per primo così come quando percepisci il bisogno di dover solo ascoltare, immedesimarti, comprendere, confortare, consigliare. E ancora stimolare, supportare e per sino sopportare. Sì, un capitano fa anche quello: se deve, certe cose sa anche sopportarle per il bene della squadra, e così facendo dà l’esempio, indica la strada. Anche con un dito puntato. E si ritorna ancora lì, a questo benedetto dito.
Un indice puntato verso qualcosa o qualcuno, un indice teso verso l’alto o davanti a un viso. Con quell’indice ora siamo noi a indicare Marco Falaschi. Lui, sì, proprio lui. Lo indichiamo perché meritevole di attenzione, encomi, gratitudine, ammirazione. Lo indichiamo puntando sul suo petto dove si dovrebbe vedere una medaglia al valore che invece, a torto, non c’è. Perché a quelli come Falaschi la nostra cultura sportiva non assegna medaglie al valore, ma neppure prime pagine, ospitate televisive e cose così. Eppure ce ne sarebbe un gran bisogno.
Se, come sosteneva Nelson Mandela, “Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso”, Marco Falaschi è stato a tutti gli effetti, in ogni singolo istante, un vincitore. Ma siccome del toscanaccio ha anche l’ironia, leggendo questa citazione commenterà forse, ridendo a modo suo, che in carriera è stato più vinto che vincitore. E poi magari aggiungerà anche che le medaglie, quelle vere e belle e pesanti, a casa sua le porta comunque… Carlotta!
Dai Fala, che non finisce mica qui. Sin qui sei stato bravino, vediamo che farai adesso. Ci si vede sui campi.

P.S. – Domanda a chi si ostina a portare avanti quella discutibile tesi secondo la quale la pallavolo vince ma non attrae perché le mancano i personaggi… Ma voi, di preciso, dove state guardando?
Di Giuliano Bindoni
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