La pallavolo, di questi tempi, in Italia, non la si ama e non la si scopre solo per i risultati e le vittorie, le medaglie e le coppe che stiamo portando regolarmente a casa tra club e nazionali, tra uomini e donne. La si ama, e la si scopre, anche per alcune storie di dolore e risalita. Storie che, nel dolore, addolorano, ma altresì gonfiano il cuore quando poi ci rendono testimoni della risalita, della rinascita, della rivincita. In Azzurro, vuoi per un grave infortunio, vuoi per un problema di salute di altro genere, vuoi per (maledetta) mala sorte, negli ultimi anni sono stati diversi, troppi, a rimirar le stelle solo dopo aver fatto i conti con le notti più buie. Da Sarah Fahr ad Alice Degradi e Loveth Omoruyi, da Simone Anzani a Gianluca Galassi per arrivare ad Alessandro Michieletto e Daniele Lavia.

Qualcuno di loro si è preso la sua personale rivincita con gli interessi, altri lavorano per riuscirci il prima possibile, altri ancora, come ‘i gemelli della schiacciata’ dell’Itas Trentino, questa opportunità se la stanno giocando proprio ora, in questi giorni, all’Europeo maschile. Eppure, a prescindere da come finirà questa avventura, possiamo già affermare che vederli in campo, per di più vederli giocare come stanno facendo, sia il regalo più grande che questa estate potesse farci.
Soprattutto nel caso di Daniele Lavia: per quello che gli è capitato, per come è capitato, per quello che ha rischiato dopo. Un esercizio in palestra eseguito allo stesso modo migliaia di volte, una caduta accidentale, una mano che va in frantumi sotto dei pesi al punto da rischiare l’amputazione di un dito. Il tutto poche ore prima di chiudere le valige e partire per il Mondiale. Beffa nella beffa, Mondiale poi vinto dall’Italia. Lavia ha rischiato di non giocarlo più questo sport. Lavia ha passato mesi con questo tarlo nel cervello. Lavia ha affrontato tutto, sa solo lui come. Ha superato tutto, sa solo lui come. Ma ora è tornato e quella maglietta, che Giannelli indossava sul gradino più alto del podio a Pasay City (Filippine), l’ha rimessa dove doveva stare. Sulle sue spalle.

C’è però una novità non banale. Quella maglietta è tornata sì al suo legittimo proprietario, ma è un proprietario cambiato quello che ha ritrovato. Nello sport si fa un certo abuso del “Tornerò più forte di prima”, ma nel caso di Lavia sembra essere proprio così. Assolutamente così. Meravigliosamente così.
In campo il Daniele che stiamo vedendo oggi è un Daniele che fatichiamo a ricordare ieri. Inteso come prima dell’infortunio. Se quello di ieri era spesso scuro in volto, viveva male certe sconfitte, il doverle commentare e spiegare, e forse neanche aveva percezione del giocatore che era, che poteva essere, oggi abbiamo difronte un uomo dalle spalle larghe, che sorride al gioco, alla vita, che gode anche nel vedere i frutti di un lavoro, fisico ma pure mentale, che nell’ultimo anno lo ha trasformato, cambiato, migliorato. Un lavoro che lo ha reso più consapevole dei propri mezzi. Più attento alla gestione di certi momenti. Più maturo nel selezionare e dosare certi colpi.

Il tutto, a questo Europeo, si sta traducendo in una supremazia assoluta che forse i freddi numeri neanche riescono a spiegare del tutto. Sin qui, tra fase a gironi e ottavi (6 partite), Lavia ha messo a referto 66 punti con il 67,8% in attacco. Percentuale sporcata solo dal 50% contro la Slovacchia che ha abbassato la media (nelle altre gare 71,4%, 60,9%, 68,4%, 75%, 85,7%). Dai nove metri ha trovato 5 ace e commesso 13 errori in totale. In ricezione viaggia con il 35,1% di perfetta, con un picco positivo del 55,6% contro la Svezia e un picco negativo del 23,1% contro la Cechia. Quanto alle ricezioni positive, il rollino di marcia è stato il seguente: 61% contro la Svezia, 60% contro la Grecia, 38% contro Slovacchia e Repubblica Ceca, 50% contro la Slovenia e 33% contro la Danimarca. Muri subiti in sei partite? Zero. Attacchi sbagliati nelle ultime tre partite? Zero (e 4 in totale nelle tre precedenti).
A questa Italia tutto cuore, che ha la pelle colorata d’azzurro, come forse pure il sangue che scorre nelle vene, mancava da morire il vecchio Lavia. Figuriamoci questo, tornato dall’inferno con l’armatura, il mirino laser e una mano che “‘po esse fero e po’ esse piuma” e, come sia sia, è ‘na condanna (per gli altri).

Simone Anzani, che a questo Europeo non c’è ma è come se ci fosse, quel viaggio di andata e ritorno agli inferi lo ha fatto a sua volta e al termine della risalita ci ha messo un punto. Un punto che è già leggenda. L’ultimo punto della finale Mondiale 2025, il punto dell’oro, prima schiantato a terra e poi urlato gonfiando le vene del collo per sputare fuori l’ultima goccia di veleno che aveva in corpo. Intervistato dalla Gazzetta dello Sport, ha espresso il desiderio di vedere Lavia schiacciare a terra l’ultimo pallone di questo Europeo. Godiamoci il percorso, la scaramanzia lasciamola a chi ne ha bisogno. Pensiamo solo a tifare questa Nazionale. Comunque vada. Lo meritano tutti. Lavia un po’ di più.
Di Giuliano Bindoni
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