Ci sono persone che con il tempo entrano nell’immaginario collettivo, che diventano i volti noti, più conosciuti e, a volte, la voce che accompagna le nostre vite. È il caso di Mario Mattioli, “giornalista, conduttore televisivo, dirigente sportivo e telecronista sportivo italiano“, come recita la sua biografia sull’enciclopedia di tutti, Wikipedia.
Mattioli, infatti, è stato ed è tutto questo e, forse, anche parecchio di più. Per la Rai, come cronista principalmente tra calcio e pugilato, ha seguito sette edizioni delle Olimpiadi, sei Mondiali e altrettanti Europei di calcio, tre Mondiali e due Campionati Europei di atletica (e tre volte i Giochi del Mediterraneo). Nella boxe ha visto e commentato trentadue titoli mondiali e cinquantaquattro match validi per le corone europee. È stato il fondatore della squadra femminile della Roma Pallavolo e dal 1994 organizza il Trofeo di volley che, dal 2005, viene dedicato alla memoria di Mimmo Fusco (manifestazione che quest’anno ha visto il successo della Cremonese all’Opiquad Arena di Monza). Lo abbiamo incontrato per un’intervista tra passato, presente e futuro a margine della manifestazione e della premiazione di Alessandra Marzari, presidente del Consorzio Vero Volley, cui è stato consegnato un riconoscimento per essersi distinta anche per il suo contributo alla diffusione della pallavolo.
Mario Mattioli è uno sportivo, giornalista e molto altro ancora: la sua è una vita di esperienze, raccontate e da raccontare, fuori e dentro lo sport… “Incominciare dall’inizio è abbastanza difficile. Vado per gradi, partendo dal titolo di un mio libro che credo uscirà fra poco: ‘Una vita – Cinque vite’. Nel senso che ho avuto la fortuna di abbracciare diversi momenti di esistenza, dove è cambiata non soltanto la tipologia di impiego e del mio lavoro, ma è cambiato un pochino… un pochino tutto! Mi spiego: la prima parte della mia vita è stata molto buona. Facevo atletica leggera. Il mio babbo era un alto ufficiale dell’Arma, ho girato dappertutto. Poi, lui è morto giovane, e io sono andato in Accademia Militare. Da lì sono uscito dopo due anni e sono andato a Roma, dove c’era la scuola di specializzazione. Poi, in seguito è cominciato ancora un altro capitolo della mia vita, il terzo. D’accordo con la mia vecchia direzione dei Servizi Militari, sono entrato in Rai. Dopo la fine delle Olimpiadi di Londra, quindi, sono andato in pensione, ma continuo a fare delle indagini sociali e sportive. Di recente, per esempio, ne ho fatta una sugli italiani che hanno fatto fortuna all’estero, nelle capitali straniere. Una bella cosa, perché si scopre un mondo. Adesso la quinta e, forse, ultima vita la sto vivendo in maniera serena, anche se impegnata e non sempre facile“.
Tra i tanti argomenti della sua vita, appunto, ci sono anche lo sport e pure la pallavolo, e in molte forme diverse: “Nel volley, negli anni Ottanta, ho fondato anche una società, la Roma Pallavolo, sulle tracce di una realtà che stava fallendo. Il padre di un amico mi disse: ‘Guarda, c’è questa vicenda…‘. Io allora andai da un altro amico, industriale, e gli chiesi qualcosa che mi serviva per sponsorizzare la nascita della società. E lui, devo dire, acconsentì subito e, così, cominciò l’avventura della Roma in Serie A2. Ma fare uno sport di squadra a Roma era proibitivo…“.
Complesso? “Non complesso, proibitivo. Proibitivo! Fare sport a Roma, e uno sport inteso allora come minore, è qualcosa anche di devastante. Come si è chiusa l’avventura? Con uno sponsor facemmo un contratto importante, ma di quella sponsorizzazione in realtà presi solo una minima parte e lì è finito tutto. Ci ho rimesso anche del mio“.
Di sport ne ha raccontato tanto, tantissimo… “Quando ho cominciato in Rai, nel 1990, si usava fare una sorta di prova, non di esame, però… così, l’allora direttore della qualità della struttura mi mise in una stanzetta con uno schermo, un monitor spento, e mi disse: ‘Facciamo una telecronaca di calcio’. Ed io: ‘Però, non vedo…’. E lui: ‘Le immagini? No, non le vedi, le devi pensare tu!’. Va beh… io mi invento una partita dei brasiliani e faccio questa telecronaca. Andando avanti, fa così: ‘Va bene, sì, andiamo al pugilato’. Bene. E ancora: ‘Facciamo un po’ di tennis?’. E facciamo un po’ di tennis. ‘E adesso veniamo al suo piatto forte, l’atletica leggera!’. Io sono stato un nazionale di atletica, ma a quel punto ero stanco. Così, inizio: ‘Bene, siamo arrivati ai Campionati Europei…’ e vado avanti un po’, poi, mi taccio. Passano 5 secondi, quindi, 10, 15, 20… ‘Mattioli, ma che succede?’. ‘Niente’, rispondo. ‘Perché?’. ‘Eh, sei zitto…’. E io: ‘Sì, c’è una premiazione, c’è l’Inno Nazionale, non posso parlare’. ‘Vabbè, ho capito, esci!’, mi dice“.
E come andò a finire? Forse, però, lo dicono già i circa 40 anni passati dopo in Rai a raccontare lo sport e a scandire la vita… “Esco fuori e il responsabile commenta: ‘Mattioli, lei conosce ogni tipo di sport, le dico ‘chapeau’, le faccio i miei complimenti. Però, con quella voce non potrà mai fare questo mestiere’. Allora, intervennero Evangelisti e Berti, importanti dirigenti della Rai, che in coro, non me lo scorderò mai, dissero: ‘Senti Mario, adesso vai in redazione, che qui ci pensiamo noi!’. Passa un po’ di tempo e ci sono i Mondiali di Italia 1990. Io facevo i servizi giornalistici e i collegamenti. Per un malessere di un collega, però, lo devo sostituire e fare una delle cronache di Italia-Stati Uniti, che vincemmo 1-0 con un gol di Giannini. Fu una buona telecronaca. La sera, dopo la partita, proprio con Berti ed Evangelisti andiamo al ristorante a Roma, nella zona di Porta Portese. Eravamo sette o otto. Mentre stiamo per entrare vedo un tavolo con una dozzina di persone e, a capotavola, proprio il direttore della qualità della Rai. Io non sapevo come comportarmi. Comunque, entriamo, ci incrociamo con lo sguardo e lui si alza, mi viene incontro e a braccia aperte mi fa: ‘Mario, mi sono sbagliato, che vogliamo fare?’. Professionalmente è stata una bellissima cosa! Una soddisfazione enorme, poi, proprio lui dopo è sempre stato un difensore della mia attività“.
A proposito di Rai e giornalisti, come non citare Mimmo Fusco? “Mimmo era un collega di una bontà assoluta ed era il protagonista anche di tanti nostri scherzi, che lui accettava sempre con un sorriso. Quando morì, due giorni dopo il suo funerale, c’era un’assemblea durante la quale io stesso dissi a tutti: ‘Ragazzi, se voi siete d’accordo il torneo di pallavolo che facciamo con la mia squadra, che si chiama Coppa Città di Roma, lo intitoliamo a Mimmo…’. E devo dire che tutti i colleghi si alzarono in piedi applaudendo. Proprio allora è nato il Trofeo Mimmo Fusco“.
Quella di Fusco, tra l’altro, è una voce entrata di diritto nella storia della pallavolo italiana, raccontando la prima vittoria nella storia del Campionato del Mondo da parte delle azzurre guidate da coach Marco Bonitta con Manuela Leggeri come capitano e l’opposta, Elisa Togut, eletta MVP della manifestazione iridata: “Tanto è vero che nel 2005 venne proprio la Nazionale italiana a giocare e vincere la prima edizione del Trofeo Mimmo Fusco“.
Com’è la pallavolo di oggi e come la vede nel futuro? “La pallavolo è migliorata. Sì. Anche gli atleti e le atlete sono sempre più… atleti e atlete. Oggi vedo grande collaborazione tra società e giocatori. Le società sono più complete, attrezzate, strutturate. E questo per l’atleta è un fattore importante. I problemi economici ci sono, c’erano, e rimarranno, perché fino a quando il volley non diventerà in qualche maniera uno sport professionistico, vincerà e può competere chi ha più sponsor, chi ha più denaro. Chi, magari, è anche bravo, ma non ha denaro… non vince“.
E il giornalismo, un altro dei suoi mondi di appartenenza, com’è diventato? “Il giornalismo? Dai, passerei alla prossima domanda! Comunque, scrivere e parlare di sport è… delicato“.
E lo sport, ma quello praticato, che ruolo ha avuto nella vita di Mario Mattioli? “Giocavo a pallone. Poi, mi sono infortunato ai legamenti, e problemi come quelli anni fa non ti consentivano più di giocare a un certo livello. Comunque, mentre mi preparavo per tornare in campo, un professore di ginnastica mi vide che correvo e mi disse: ‘Non hai mai pensato all’atletica?. Guarda che ci sono i campionati studenteschi…‘. Mio fratello, che già faceva atletica, mi insegnò la sera prima delle gare il lancio del disco col ‘saltello’ e il giorno dopo vinsi il disco e i 100 metri! Da lì, ho detto: ‘Proviamo!’. E sono esploso subito, ho trovato una stella polare straordinaria che mi ha guidato per tutta la vita. Lo sport aiuta, perché devi lottare con te stesso. Quando feci il mio record personale sui 100 metri, dalla gioia pensavo di essere diventato il Presidente della Repubblica. Lo sport è una scuola di vita!“
C’è qualcosa che si può dire ai ragazzi di oggi per “spingerli” a fare più sport? “Gli direi semplicemente: guardate, provate a farlo, perché è inutile parlarne, no? Provate! Lo sport bisogna viverlo. Lo dico per esperienza“.
A cura di VolleyNews.it
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