Era il 1988 e il Perù si svegliava all’alba per seguire un sogno che sembrava impossibile. Milioni di peruviani fissavano il televisore mentre, a migliaia di chilometri di distanza, sul campo olimpico di Seul, la squadra femminile di pallavolo affrontava le potenze mondiali. Al centro di tutto c’era Cecilia Tait, “La Zurda de Oro” (La mancina d’oro), una ragazza cresciuta tra le strade polverose di Lima, che aveva trasformato il talento naturale in una forza capace di scuotere un’intera nazione. Ogni schiacciata non era soltanto un punto, ma un urlo di speranza, un segnale che il Perù poteva ancora credere in se stesso e nei propri sogni. L’argento conquistato alle Olimpiadi non fu semplicemente una medaglia: era un trionfo collettivo, la conferma che coraggio e determinazione potevano piegare anche le avversità più grandi.
Cecilia non si fermò al campo da gioco. Dopo aver conquistato gloria in Giappone, Italia, Brasile e Germania, e aver scritto pagine leggendarie del volley mondiale, portò la sua esperienza nelle istituzioni, diventando parlamentare e impegnandosi per il bene comune, prima di approdare al Comitato Olimpico Internazionale e al consiglio di amministrazione della FIVB. Attraverso la sua associazione “Talent Seeker”, continua a creare opportunità per giovani atlete provenienti da contesti svantaggiati, portando avanti la stessa energia che l’aveva resa una figura storica della pallavolo.
Questa è la storia di Cecilia Tait: non solo sport, non solo leggenda, ma la testimonianza di come talento, disciplina e determinazione possano trasformare il sogno di una ragazza in una rivoluzione culturale e in un’ispirazione concreta per le generazioni future.
Guardando alla tua infanzia a Lima e alle partite di pallavolo giocate per strada, in che modo quelle prime esperienze e le difficoltà incontrate hanno contribuito a plasmare il tuo carattere e il tuo approccio alla vita e allo sport?
“Giocare a pallavolo per strada mi ha insegnato fin da subito che, se non sei veloce, vieni colpita, e se non salti, non arrivi. Sono cresciuta in un contesto in cui la mancanza di risorse era la norma, ma mia madre, Camila, mi ha trasmesso un principio fondamentale: la povertà non è mai una scusa per rinunciare alla dignità o all’ambizione. Quelle sfide hanno plasmato il mio carattere. Ho imparato a non temere i ‘giganti’, perché nel mio quartiere avevo già affrontato ostacoli più grandi di qualsiasi muro a due”.
Sei stata scoperta a soli 14 anni durante un torneo scolastico e sei stata subito inserita nella Nazionale Juniores del Perù. Come hai affrontato quel salto improvviso, e cosa ti ha motivata a continuare a crescere nonostante le pressioni e le aspettative?
“È stato uno shock. Passare dai tornei scolastici alla disciplina quasi militare dell’allenatore Man Bok Park è stato estremamente complicato. Ciò che mi ha spinta a perseverare è stato il senso di responsabilità verso la mia famiglia. La pallavolo non era soltanto un gioco: era la mia strada verso una vita migliore. La mia motivazione non è mai stata la fama, ma una fame profonda di successo, il desiderio di eccellere e l’impegno a non deludere chi aveva creduto in me, anche prima che io stessa comprendessi il mio potenziale”.
Nella cultura sportiva latino-americana, figure come Diego Armando Maradona sono diventate simboli di orgoglio e identità nazionale. Durante le Olimpiadi di Seul del 1988, quando milioni di peruviani si svegliavano prima dell’alba per vedere le vostre partite, hai mai avuto la sensazione che la tua squadra, e forse anche tu personalmente, foste diventate qualcosa di simile per il Perù?
“All’epoca non riuscivamo a comprendere appieno la portata di ciò che stava accadendo, ma percepivamo chiaramente l’energia intorno a noi. Il Perù stava attraversando momenti molto difficili, e noi siamo diventate una fonte di speranza. In questo senso, sì: siamo diventate un simbolo di resilienza. Proprio come Maradona per l’Argentina, abbiamo dimostrato che un Paese ferito può comunque rialzarsi e competere con i migliori del mondo. L’affetto di chi si svegliava all’alba per seguirci rimane, per me, la medaglia più preziosa”.
La finale olimpica contro l’Unione Sovietica è ancora ricordata come una delle partite più drammatiche nella storia dello sport peruviano. Guardando oggi a quei momenti in campo, cosa ricordi più vividamente?
“Ricordo la tensione quando eravamo in vantaggio e il fragoroso boato del pubblico quando loro ci hanno raggiunto. Le ginocchia mi facevano male, ma il desiderio di vincere l’oro per il Perù era più forte di qualsiasi dolore. Ciò che porto con me più di tutto non è la sconfitta, ma lo sguardo delle mie compagne: eravamo esauste, ma profondamente unite. All’epoca quella medaglia d’argento sembrava una sconfitta, ma col passare degli anni ho compreso che valeva oro puro, grazie all’impegno e alla dedizione che abbiamo messo in campo”.
Hai trascorso una parte della tua carriera in Italia, giocando a Fano e a Reggio Emilia. In che modo queste esperienze ti hanno aiutata a crescere?
“L’Italia rappresentava alta qualità e un livello di professionalità molto elevato. È lì che ho davvero compreso cosa significhi vivere il volley come carriera e come un vero e proprio business. Rispetto alla disciplina del Giappone o alla passione esplosiva del Brasile, l’Italia mi ha offerto equilibrio e una prospettiva più ampia e globale. Mi ha trasformata in una donna indipendente, capace di destreggiarsi tra lingue, culture e vita al di fuori del campo”.
La pallavolo si fonda sulla connessione e sulla fiducia tra compagni di squadra. Cosa ti ha insegnato il tuo percorso sportivo riguardo alla leadership e alla responsabilità collettiva?
“La pallavolo mi ha insegnato che una stella da sola non può vincere le partite se la sua palleggiatrice non le dà fiducia. La leadership non consiste nel dare ordini, ma nel prendersi la responsabilità quando le cose si fanno difficili. Quando sbagliavo, sentivo che anche il mio Paese falliva con me. Quella pressione mi ha insegnato che il vero successo nasce dal mettere il bene della squadra al di sopra dell’individuo”.
Dopo il ritiro, sei passata alla politica e al servizio della collettività. Com’è stata la transizione dall’essere atleta a lavorare nelle istituzioni?
“È stato un ‘campo di gioco’ molto diverso. Nello sport le regole sono chiare, mentre in politica spesso non lo sono. La sfida più grande è stata capire che il cambiamento sociale richiede tempo e non avviene in modo immediato come segnare un punto. L’ho affrontato come un’atleta, studiando l’avversario e lavorando in squadra per ottenere un reale impatto attraverso la legislazione”.
Affrontare una malattia grave come il cancro è una sfida che va oltre lo sport. Come hai trovato la forza per superarla e quali lezioni ti ha insegnato sulla resilienza e sulla vita?
“Il cancro è stato un avversario che non potevo studiare in anticipo. Mi ha insegnato che non sono invincibile e che la vera resilienza non consiste nel non cadere mai, ma nel sapere quando chiedere aiuto per rialzarsi. Mi ha ricordato che la vita è oggi e che ogni set vinto contro le difficoltà è un’occasione per trasformare la propria esperienza in forza, sostegno e ispirazione per gli altri”.
Con la tua fondazione “Talent Seeker”, offri sostegno a ragazze provenienti da contesti difficili. Qual è il valore più importante che speri possano apprendere attraverso lo sport?
“L’autodisciplina. Voglio che le ragazze comprendano che lo sport è uno strumento di mobilità sociale. Non tutte diventeranno campionesse olimpiche, ma se imparano a essere puntuali, a rispettare gli altri, a valorizzare il lavoro di squadra e a impegnarsi con costanza, potranno avere successo in qualsiasi percorso scelgano di intraprendere”.
Come giudichi lo stato attuale della pallavolo peruviana e cosa ritieni necessario fare per riportarla al livello di competitività che ha avuto in passato?
“Dobbiamo recuperare la nostra identità, ma soprattutto è essenziale investire nello sviluppo del settore giovanile. Il talento è presente in tutto il Paese, ma occorre individuarlo e coltivarlo con un approccio moderno. La pallavolo è cambiata e non possiamo vivere dei ricordi del 1988. Per tornare ai massimi livelli servono una gestione tecnica, scientifica e lungimirante”.
Oggi sei membro del Comitato Olimpico Internazionale e del Board of Administration della FIVB. Dal tuo punto di vista, quali sono le principali sfide e responsabilità nel plasmare il futuro dello sport internazionale?
“Una delle sfide più grandi è garantire che le opportunità non dipendano dal luogo in cui si nasce. La mia responsabilità è rappresentare gli atleti e fare in modo che lo sport rimanga sicuro, pulito e corretto per le generazioni future. All’interno della FIVB abbiamo la Strategic Vision, una roadmap pensata per elevare il volley a livello globale. In questo contesto, la voce degli atleti è fondamentale per aumentare la visibilità dello sport e avvicinarlo alle comunità di tutto il mondo”.
Oltre alle medaglie e ai titoli, cosa speri che Cecilia Tait, “La Zurda de Oro”, lasci alle generazioni future? In che modo desideri che la tua storia ispiri le giovani donne di tutto il mondo, dentro e fuori dal campo?
“Vorrei essere ricordata non solo per le mie schiacciate, ma come una donna che ha dimostrato che le origini non definiscono il destino. La mia storia è per ogni ragazza che gioca su un campo di terra. Voglio che guardi a me e pensi: ‘Se Cecilia ce l’ha fatta, posso farcela anch’io’. Il mio lascito è la convinzione che, con determinazione, si può davvero cambiare il mondo”.
Intervista di Alessandro Garotta
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