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Prata sogna e Simone Scopelliti ci crede: “Stiamo dimostrando di avere qualità”

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Uno dei più grandi “what if” nella storia dello sport ci riporta al 30 aprile 1993. Steffi Graf, dopo che un pazzo sconsiderato le aveva tolto dal campo la sua acerrima rivale, Monica Seles, disse che non è facile convivere con la consapevolezza di essere numero 1 perché la tua avversaria è stata aggredita. Ci penso nelle ore precedenti a questa intervista, non solo perché sono passati esattamente trentatré anni dal momento in cui il tennis è cambiato, tutto lo sport è cambiato, niente è più come gli anni ’90, quando lo sport aveva ancora una minima percentuale di sogno, e soprattutto un enorme quantità di leader. Non c’è niente che più mi ricorda quello spartiacque, anche se nel caso di Simone Scopelliti non parliamo di pazzi sconsiderati e di tennis, ma del fatto che Simone sia diventato la mia Steffi Graf della stagione. 

Cosa sarebbe successo se Graf non avesse giocato quelle due stagioni successive dominando le scene? Assolutamente niente, perché avrebbe continuato a dominare la scena non solo per il grosso carisma, ma per la devastante tenuta alla gara che aveva rispetto alle avversarie. Cosa sarebbe successo se Scopelliti non avesse capito due stagioni fa che quella valigia ingombrante che si chiama esperienza, dovesse aprirla, gettarla per terra e capire che era ora di essere un leader? Cosa sarebbe successo in semifinale contro Brescia se Prata non avesse schierato Simone, che nei momenti più caldi della gara, ha giocato in una condizione mentale superiore alla media della squadra (sono opinioni, btw), concludendo cinque set con 13 punti, 10 attacchi punto, il 100% e una prestazione da numero uno del ruolo e della serie?

La narrazione è andata avanti, e così Prata ha ottenuto anche la vittoria in gara 1 di Finale Promozione contro Pineto, la vera outsider, nonché bestia nera della stagione, e Simone anche in questo caso ha ben figurato con 8 punti conquistati in tre set.

La pallavolo e il tennis sono pieni di “what if”, così come lo sono tutte le discipline, ma è incredibile quanto una pedina, se inserita in un percorso di consapevolezza, possa essere fondamentale per la buona riuscita di un attimo, un momento, un destino che porta la carriera di uno come Scopelliti ad essere a 32 anni, nel punto più alto.

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“Con Brescia, già in gara 1 la prestazione è stata un po’ inaspettata per come è venuta fuori. Siamo stati superiori un po’ in tutti i fondamentali: battuta, muro, difesa, attacco. E la cosa più bella è che ognuno ha messo la propria firma. Non c’è stato solo un protagonista, ma un gruppo intero che ha saputo prendersi responsabilità. In casa forse siamo stati un po’ meno brillanti, però nei momenti importanti siamo rimasti lì e l’abbiamo portata in porto”.

A livello personale, però, la firma di Scopelliti è stata bella evidente. 13 punti da centrale non sono pochi.
“Non male, diciamo così (ride n.d.r.). Probabilmente è stata una delle migliori partite della mia carriera, almeno a livello realizzativo e di peso dentro la gara. Però quello che mi interessa di più è sentire che sto aiutando la squadra. In partite così non contano solo i punti. Conta il modo in cui stai in campo, l’energia che dai, il carisma che riesci a trasmettere”.

La finale, Prata-Pineto, è cominciata domenica 3 maggio. Prata ha ottenuto un importante successo casalingo in trasferta.
“Pineto era l’avversaria che volevo e che speravo venisse fuori dalla semifinale contro Aversa. Ci siamo ritrovati nelle sfide migliori della stagione, ho voglia di rivincita rispetto agli ultimi appuntamenti e già in gara 1 abbiamo tutti quanti dimostrato quanta voglia c’è di concludere positivamente la serie”.

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Scopelliti molto coinvolto, anche emotivamente. Mi dica cosa è cambiato dalla nostra precedente intervista, che è ormai di due stagioni fa.
Mi sto divertendo. Lo ammetto. Anche rischiando magari di passare per antipatico, però mi sto divertendo davvero. Vivo molto la partita, mi piace accendere un po’ l’ambiente, caricare i compagni, sentire l’adrenalina. Non lo faccio mai con cattiveria, ma fa parte del mio modo di stare in campo. L’ho imparato col tempo, forse, e in questo momento sto bene e mi viene naturale metterci qualcosa in più”.

Torniamo ancora alla semifinale. Eliminare Brescia, per il valore dell’avversario e per quello che rappresentava quella serie, che soddisfazione le ha dato?
“Tanta. Parliamo di una squadra forte, costruita per stare in alto e con giocatori importanti. Batterli in due partite non era assolutamente scontato. Questo dà valore al nostro percorso, non lo toglie certamente a loro, che restano fortissimi, e ci fa capire che siamo lì per merito, non per caso”.

Prata a un passo da qualcosa di enorme, che non nominiamo per scaramanzia. Le capita mai di pensare davvero alla possibilità di andare fino in fondo?
“Sinceramente ci penso. È inutile dire di no. Poi chiaramente non puoi vivere solo di quello, perché devi restare concentrato sul presente, sugli allenamenti, sulla prossima partita. Però se dovesse succedere, penso che si farebbe tranquillamente. Questa squadra ha dimostrato di avere qualità, carattere e anche la giusta testa per stare dentro certe partite”.

Trentadue anni e sembra vivere una stagione di grande maturità. È un anno speciale.
Sì, lo considero un anno di grazia, non solo dal punto di vista sportivo ma anche umano e di vita. Sto bene, mi sento maturo, mi sento nel posto giusto. Sto lavorando anche su un progetto in campo ingegneristico in zona Prata e spero nel 2027 di cominciare concretamente a fare qualcosa di più”.

Ci sta dicendo che il prossimo anno sarà ancora qui?
“Ci stiamo confrontando, questa è la verità. Da parte della società c’è interesse e questo per me conta molto, perché significa che si è creato un rapporto vero e da parte mia è un interesse corrisposto”.

In campo sembra aver aggiunto qualcosa anche sul piano dell’estro, della personalità. È una cosa cercata?
Sì, un po’ più di estro ce lo sto mettendo. Credo che in questa squadra servisse qualcuno che portasse anche carisma, che desse una scossa in certi momenti. Io provo a farlo a modo mio, con la mia personalità. Poi ovviamente bisogna sempre restare dentro la partita e dentro il rispetto, però sento che questo è anche il mio ruolo nel gruppo”.

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Quanto ha inciso la sua famiglia nel percorso che l’ha portato fin qui?
Tantissimo. La mia famiglia mi ha aiutato a diventare quello che sono. Se oggi sono così, nel bene e nel male, è anche grazie a loro. Mi hanno dato valori, equilibrio, forza nei momenti difficili. Mi dispiace non essere riuscito ad avvicinarmi di più a casa, perché quello resta un desiderio importante”.

Casa significa per lei Reggio Calabria. C’è ancora il sogno di portare la pallavolo reggina in alto?
“Sì, è un sogno che ho. Mi piacerebbe un giorno portare Reggio Calabria in alto, o comunque contribuire a far crescere qualcosa lì. È un rammarico che mi porto dietro, perché avrei voluto magari avvicinarmi di più, fare qualcosa per il mio territorio. Però oggi Prata è diventata la mia seconda casa, e questo lo dico con grande sincerità”.

Mi spiega cosa le ha dato Prata, oltre alla pallavolo?
“Mi ha dato stabilità, fiducia, relazioni vere. Qui mi sento apprezzato come giocatore e come persona. Per questo dico che Prata è la mia seconda casa. Quando trovi un ambiente che ti fa stare bene, che ti permette di esprimerti e che crede in te, è normale affezionarsi”.

Intervista di Roberto Zucca
(© Riproduzione riservata)

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