Nelle ore in cui preparo questa intervista, ho il comodino coperto da una pila di libri, da Arbasino a Soncini, da Aspesi a Sontag. Eppure non riesco da giorni a staccare gli occhi da Famesick, il memoir di Lena Dunham, la più grande creativa della mia generazione, in cui, inevitabilmente, si finisce per parlare anche di Riccardo Mian.
Nelle ore in cui preparo questa intervista, Lena Dunham parla all’America, paese in cui tra qualche settimana il mio nuovo amico Riccardo trascorrerà due settimana, di quello che abbia significato la gestione di una fama planetaria e soprattutto dall’essere diventata per la sua generazione non una voce, ma “la” voce per eccellenza.
Nelle ore in cui preparo questa intervista, Riccardo Mian occupa le pagine della Lega con una finale di Supercoppa italiana di serie A3 che con la Conad Reggio Emilia ha perso, e nella quale lo dico io, lui è stato il più supercarifragilistico giocatore della partita, concludendo il tabellino personale a quota 40 punti, di cui 37 attacchi, 2 aces, 1 muro.
Penso a tutto questo, mentre scrivo, e lo faccio anche a margine di una telefonata che, come mi capita due volte l’anno quando accade un miracolo, ho voluto interrompere io perché dovevo correre a trascriverla. È, e non lo dico per piaggeria, emozionante vivere Riccardo che ripercorre e pensa alla Supercoppa appena perduta, ma lo è nella misura in cui, assieme a Mian io e una parte di sé stesso realizza che quella partita fa parte di un tutto che arriva nel suo anno più importante. L’anno del lavoro, dei 28 anni, della consapevolezza di essere diventato voce di un ruolo che ha contribuito in A3 a spettacolarizzare, diventando il miglior realizzatore del campionato.
È l’anno della promozione, la prima vissuta non tanto in campo, cosa già accaduta nel glorioso 2021/22 sempre a Reggio Emilia, ma da promotore, da spettacolo nello spettacolo, da opposto per cui, mi scuseranno i lettori se ne abuso non so più dove perché scrivo troppo, il biglietto lo pagheremo tutti, e per cui, proprio e solo per Riccardo, ci alziamo dai sedili senza o con lo schienale del palazzetto e dopo il punto del 24-23 del quarto set di ieri, vogliamo solo volare giù e travolgerlo, esattamente come ha fatto la sua pallavolo con noi.
Essere Riccardo stasera dovrebbe avere un sapore amaro, dopo la finale persa al tie break con Reggio Calabria. Per me no, e per lui (con le mie lenti sul mondo) spero lo sia stato meno, interpretando un mondo troppo veloce in cui non ci si ferma troppo a pensare al prima.
“La sensazione, a freddo è che c’era sicuramente tanta voglia di caricarmi la squadra sulle spalle. Nel quarto set è stato lampante. Sentivo addosso una carica incredibile. Eravamo sempre sotto, ma il pensiero fisso era portare la squadra al tie-break. Quel 24-23, con il boato del palazzetto, è stato un momento fortissimo. Poi il set chiuso sul 31-29, la convinzione che il tie break potesse essere diverso”
Il tie break non è stato diverso. Reggio Calabria ottiene la Supercoppa. Lei, Mian, chiude una finale con 40 punti. Non è nato un opposto ieri sera, ma lei ieri sera ha dato un messaggio forte a tutta la serie.
“Wow. Detta così sembra davvero un’altra finale, io l’ho pensato come un momento per prendermi delle responsabilità e non l’ho realizzato in quei termini che lei ha descritto. Per me l’unica cosa che contava era fare tutto il possibile per trascinare il gruppo”
Finisce di fare lo schiacciatore, diventa opposto lo scorso anno a Belluno. Quest’anno diventa il migliore del campionato.
“Venivo sempre chiamato a fare lo schiacciatore, poi inevitabilmente per l’infortunio di qualcuno o perché era congeniale provarmi da opposto, ho capito che quello era lo switch che volevo fare. Era il mio, ero io, era la versione di me migliore che potesse esserci e desideravo farlo. Col tempo la confidenza verso quel ruolo è aumentata. Il mio trampolino a Belluno si è poi trasformato quest’anno in una conferma del fatto che è le scelte si portano dei rischi importanti, ma fanno nascere delle opportunità”
Un campionato dominato con Reggio Emilia. Diciannove partite su venti vinte in regular season. Poi Reggio Calabria sconfitta nello spareggio promozione. Perché?
“Perché dai primi giorni hanno funzionato una serie di fattori. Il gruppo, in primis.La sensazione è che già dal ritiro pre-campionato ci fosse un’ossatura molto forte, con ragazzi come Santambrogio, Cattelani e Scaltriti. Poi con i più giovani è nato subito un bellissimo rapporto. Dal giorno zero ci è sembrato di conoscerci da sempre.. Avevamo psicologi dedicati e abbiamo fatto un percorso di mental coaching, in cui è stato importante riuscire a creare identità e consapevolezza. Io dico sempre che Reggio è una squadra di operai, e questo si vede in campo.
Di cui lei è diventato la voce, anzi, l’immagine.
“Rappresentarla e trascinarla è un grande onore”
Cosa c’è di vero nell’affermazione che Mian il prossimo anno torna in A2?
“C’è la progettualità di una serie A2 a Reggio e c’è fiducia da entrambe le parti per un proseguimento del rapporto. È ancora prematuro dire sì o no, ma in questa città e in questa società io vorrei continuare a fare la mia parte”
Cinque anni fa vinceva la finale della A2 proprio con Reggio. Poi varie esperienze a Motta, Belluno. Poi di nuovo Reggio. Certi amori non finiscono?
“Fanno dei giri immensi, ma in questa città, in questa società e in questa squadra io ho fatto un percorso e ogni volta in cui mi è stato chiesto di esserci mi sono portato a casa una serie di cose che ho amato profondamente. Avrei anche voluto vincere di più, come quest’anno, e la voglia di vincere è ancora altissima. A Reggio ho trovato ciò che cercavo, dal percorso, ad una squadra di amici veri, ad una società che ha creduto in me. Abbiamo saputo soffrire assieme e vincere. E alla fine questa identità ci rappresenta molto”
Lei è diventato questo. La pallavolocentricità è un’idea sbagliata se la accostiamo alla sua vita?
“In serate come questa ci penso e dico sì, ho lasciato tanto sul campo e ho dato molto a questo sport. Io volevo fare questo e ho lottato molto per ottenerlo”
Ho trovato una foto del 2018 in cui, con la tuta della Powervolley, era assieme a Galassi, Piano, Sbertoli. Cosa è rimasto di quel Mian?
“La consapevolezza che per arrivare al livello di quei ragazzi che ha nominato, mi è venuta tanta voglia di lavorare, capendo che volevo un giorno poter essere a quei livelli. Ho avuto l’umiltà di scendere di categoria, fare le mie esperienze, voler giocare. È servito tutto, e perché no, non ho mai smesso di credere che un giorno potrei giocarmela ancora contro di loro”
Intervista di Roberto Zucca
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