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Cuccarini: “Livello difensivo femminile? Ha ragione Velasco… Stelle? Le ho allenate, e ho vinto”

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Nella vita e nel lavoro, così come nella pallavolo, stiamo assistendo a un fenomeno di cui forse si parla ancora poco: il ritorno alle origini. Proviamo a spiegarci meglio. Negli ultimi venti/trent’anni l’evoluzione tecnologica ha cambiato pesantemente qualunque nostra più semplice abitudine, banalmente senza un navigatore in mano tanti di noi non saprebbero più andare da un punto A a un punto B del proprio stesso quartiere dimenticando che una volta si leggeva una mappa stradale di carta o banalmente ci si fermava a chiedere informazioni ai passanti. E quelli, incredibile ma vero, te le davano anche con estrema gentilezza senza guardarti con sospetto come avviene oggi. In questa intervista abbiamo fatto esattamente così, abbiamo chiesto informazioni sulla pallavolo e lo abbiamo fatto interpellando un grande maestro di questo sport che, come un pilota d’aerei, è totalmente a suo agio nel volo strumentale moderno (in gergo IFR), che sfrutta cioè la strumentazione di bordo, anche satellitare o radioassistita, perché ha costruito le sue certezze imparando prima la navigazione a vista (VFR), basata sul riconoscimento visivo del territorio se non proprio sull’osservazione degli astri. Stiamo parlando di Giuseppe Cuccarini.

Tanti davvero i temi toccati in una lunga chiacchierata durata quasi quanto una partita lunga tre set. Perché l’esperienza, la saggezza e la competenza regalano sempre qualcosa di prezioso da aggiungere al bagaglio delle proprie conoscenze e noi Cuccarini non volevamo proprio smettere di ascoltarlo. Si è parlato di tecnica e di evoluzione del gioco, di coaching, di differenze (anche culturali) tra Italia, Turchia e Polonia, paesi e campionati dove Cuccarini ha sempre piazzato la propria bandierina vincendo scudetti e coppe. Uno spoiler: si parlerà anche di Fenerbahce… e di come si gestisce/allena una squadra piena di top player.

Cuccarini andiamo con ordine e partiamo dalla sua Roma. Nell’ultimo turno della Pool Promozione di A2 femminile avete battuto la capolista Brescia, nel prossimo affronterete Talmassons. Siete un po’ i giudici della prima promozione diretta in A1.
“Brescia e Talamassons è giusto che siano dove sono in questo momento perché hanno avuto il rendimento più costante in tutta la stagione e meritano di giocarsi la prima promozione diretta”.

Voi ve la giocherete ai Playoff a questo punto.
“La continuità è un po’ quello che è mancato a noi in stagione ma stiamo migliorando. Abbiamo avuto delle punte di rendimento anche molto alte. I Playoff sono una gara a eliminazione, e in quanto tale rappresentano una situazione diversa sia mentalmente che tecnicamente. Il fattore più importante diventa l’esperienza, seguito dalla freschezza atletica. Sappiamo di avere tanta qualità da mettere in campo e punteremo sicuramente a fare del nostro meglio”.

Quattro anni ricchi di tante cose per lei a Roma. Una città non semplicissima per fare pallavolo ad alto livello.
“Il primo anno avevamo un obiettivo molto chiaro, quello di salire immediatamente in A1 e lo abbiamo fatto con una squadra costruita per quell’obiettivo. Al secondo anno, in A1, con la stessa squadra abbiamo raggiunto i Playoff. Al terzo, con un roster cambiato tanto più per logiche di mercato che di volontà, abbiamo vinto una Challenge Cup ma siamo anche retrocessi rocambolescamente. Tanto per dire, ricordo cinque trasferte infrasettimanali consecutive, situazione non facile se non sei una squadra del nord. Per noi ogni volta erano viaggi lunghi e tutti in pullman. Non vuole essere un alibi, ma alle volte nelle valutazioni si tiene poco conto anche di queste situazioni che hanno la loro incidenza. Fare pallavolo a Roma è complicato? Si lo è proprio anche per una questione di distanze, da dove vivi a dove ti alleni. Possono essere anche tre quarti d’ora di strada tutti i giorni, all’andata e al ritorno. È complicato anche trovare gli impianti giusti. Anche se questo in parte l’abbiamo risolto, quest’anno abbiamo due impianti, uno per i pesi e uno per la palla, che distano tra loro mezz’ora in macchina se ti va bene col traffico. Roma è una città che chiede tanto, ma allo stesso tempo ti da tanto. Tantissimo”.

Domanda secca: la Serie A2 è un campionato da giocare con due gironi o a girone unico?
“I campionati a girone unico garantisco sempre una maggiore qualità. Detto questo, credo che l’A2 sia un campionato molto importante per la pallavolo italiana perché permette a giocatrici giovani di crescere in un contesto di qualità. Qualità di allenamento e qualità di partite”.

Restando su questa parola, qualità, il livello tecnico delle giocatrici giovani che si affacciano in una prima squadra di A1 era più alto venti o dieci anni fa rispetto ad oggi o è il contrario?
“No, non credo che ci siano differenze dal punto di vista del livello tecnico. Sono cambiati piuttosto i numeri: prima magari le giocatrici pronte per l’alto livello potevano essere una decina, dico un numero a caso, mentre oggi magari sono cinquanta. Questo per merito del lavoro che fanno i club e anche della Federazione con i suoi progetti”.

Velasco sostiene che trent’anni fa la pallavolo maschile si ispirava alla femminile nei fondamentali della difesa e della ricezione. Oggi invece è il contrario, anzi nel femminile il livello sarebbe calato di molto. Lei cosa ne pensa.
“Sono completamente d’accordo. Credo che negli ultimi quindici anni il livello di difesa della Superlega si sia elevato di parecchio. A inizio anni 2000 era diventato quasi noioso guardare il maschile perché era tutto attacco e palla a terra, attacco e palla a terra, poi da lì si sono evoluti e ora giocano degli scambi quasi da pallavolo femminile. Io credo che nel femminile la ricerca di giocatrici con determinate caratteristiche fisiche, sempre più alte e potenti, abbia messo un po’ da parte la cura della tecnica di ricezione e di difesa. Si vedono sempre più spesso giocatrici che hanno molte più insicurezze e incertezze proprio dal punto di vista tecnico, della gestione della tecnica in partita. Parlo di lettura di traiettorie, gestione del bagher a seconda di come approccio la palla. Il bagher è fondamentale, lo dicono le statistiche: nel 99% dei casi l’attacco che si sviluppa dopo una ricezione perfetta ha un’efficienza maggiore rispetto a quello costruito dopo una ricezione positiva, esclamativa o negativa”.

Più colpa dei maestri o delle studentesse?
“Entrambi. Non sempre le giocatrici hanno la volontà di migliorare. Quello dell’allenatore è però un ruolo importante perché deve riuscire a far comprendere l’importanza di una palla che va lì in una certa maniera piuttosto che di là in un’altra maniera”.

La pallavolo si chiama così perché è un gioco che si dovrebbe basare su colpi, appunto, al volo. Ormai però certi falli non vengono più fischiati, al punto che si sta rendendo ‘regolare’ la spinta, la trattenuta, il lancio. Favorevole o contrario? O contrariato, se preferisce…
– Sorride di gusto Cuccarini, ndr – “Io vengo da una pallavolo in cui si insegnava che il pallonetto andava fatto a braccio disteso ed era valido se c’era il movimento del polso. Quello che si vede fare oggi invece stravolge il gioco in maniera totale, sono colpi anche complicati da difendere. Questa è pallaprigioniera, non è più pallavolo. Prendere una palla, fermarla, portarla fuori dalle mani del muro e poi spingerla in campo non ha veramente nulla a che fare con la pallavolo. La pallavolo si gioca con tre tocchi consecutivi senza fermare la palla. Io sono assolutamente favorevole al fatto di tornare indietro: se c’è l’accompagnata è accompagnata, se c’è la doppia è doppia, a prescindere che sia secondo o terzo tocco”.

Parlava di una pallavolo femminile sempre più fisica. Anche qui la battuta, come nel maschile, sta diventando sempre più importante e ‘studiata’.
“La battuta nel maschile oggi ha un’importanza devastante, nel femminile meno ma sta effettivamente crescendo. Soprattutto quella ibrida. Ormai non è un colpo che si prova per cinque minuti a fine allenamento ma va preparato nel 6 contro 6, sviluppandone anche la variabilità. Per dargli una valenza tattica bisogna alternare corto-lungo, alternare le zone”.

In Superlega si sta abbassando, e di molto, l’età media dei palleggiatore titolari. L’esperienza conta sempre meno?
“Negli altri sport di squadra si sta perdendo un po’ quel ruolo lì di guida, del playmaker. Un ruolo che invece nella pallavolo, e forse nel football americano, è ancora molto centrale nello sviluppo del gioco d’attacco. Io continuo a pensare che sia sempre l’esperienza ad aiutare a gestire determinate situazioni, a suggerirti quale sia la cosa migliore da fare in un determinato momento. Quindi aver giocato tante partite e tanti campionati aiuta. Un palleggiatore dovrebbe avere due caratteristiche fondamentali: la leadership e la precisione. E quelle le acquisisci solo con l’esperienza. Lo stesso vale per noi allenatori. L’esperienza riduce le opzioni a cui pensi per risolvere una situazione”.

A proposito di esperienza: lei in carriera ha vinto tanto: in Italia con la Foppapedretti Bergamo, in Turchia con l’Eczacibasi, in Polonia con il Chemik Police. Come abbiamo detto, a Roma, con una squadra che era già retrocessa, è stato anche capace di vincere una Challenge Cup contro Chieri. Qual è il suo segreto?
“Direi la passione. Per avere una carriera longeva nello sport devi avere passione. Dopo oltre trent’anni che alleno sento ancora forte il piacere di andare ad allenare le mie giocatrici. Piacere nell’aiutarle a crescere, a diventare più forti. Vincere in Italia è complicato. Vincere all’estero lo è altrettanto perché è vincere che è complicato”.

Come è riuscito a rendere fattibile una cosa complicata come vincere?
“In Italia come all’estero ho sempre cercato di mantenere alcuni principi di allenamento, cercando però di capire il posto dove ero. Questo credo che sia fondamentale e mi ha sicuramente aiutato perché allenare in Turchia e allenare in Polonia sono due cose totalmente diverse, così come lo è allenare in Italia rispetto a questi o altri Paesi. Bisogna cercare di capire dove si è; cercare di capire subito quale sia la via migliore per far comprendere i propri principi alle giocatrici che si ha a disposizione. C’è anche un discorso di religione, un discorso sociale del come altri popoli vivono la loro vita, del modo in cui mangiano nonostante siano degli sportivi”.

Un aneddoto da raccontare?
“In Turchia, quando allenavo l’Eczacibasi, è capitato di dover partecipare al funerale di un membro importante della società. Al funerale gli uomini erano tutti davanti e le donne dietro. Una cosa difficile da concepire per noi italiani, ma per loro sono usanze importanti e tu, tra virgolette, devi cercare di rispettarle”.

Una curiosità sulla Turchia: che rapporto hanno loro con la sconfitta?
“Ovviamente la vivono male come tutti, ma posso anche dire che sono molto bravi a progettare le vittorie. All’Eczacibasi, quando ci sono stato io, sapevano molto bene che la vittoria è la conseguenza di un processo di costruzione di una squadra, di uno staff e di una qualità del lavoro nel tempo. Guardiamo ad esempio cosa ha fatto il VakifBank con Guidetti. I primi due anni erano stati complicati, abbastanza difficili, ma i dirigenti hanno creduto in lui ed è nata una storia sportiva di altissimo livello”.

Le ho fatto quella domanda pensando al Fenerbahce. Dove stanno sbagliando secondo lei?
“Diciamo che la competitività che si è creata tra i quattro top team turchi alcuni la vivono male. Vogliono vincere subito, e vincere subito può essere un po’ complicato. Ci si riesce, perché ci si può riuscire, ma deve essere una cosa che va progettata secondo me. Chi pensa che basti mettere soldi per vincere rischia di scottarsi. In Italia basta guardare la storia di Conegliano, ma anche di Milano e di Scandicci. Ci sono processi che vanno avanti nel tempo, si migliorano nel tempo e alla fine arrivano a vincere. Questa è la via. Affidarsi a un allenatore che ispira fiducia, costruirgli uno staff intorno che possa funzionare. Un altro aspetto importantissimo secondo me è che ci deve essere estrema fiducia tra la squadra e lo staff”.

Più facile o più complicato allenare una squadra con tante fuoriclasse?
“Direi stimolante. Per un allenatore allenare giocatrici forti è sicuramente stimolante. Io l’ho fatto nella mia carriera e ritengo d’averlo fatto anche abbastanza bene. Quando ho avuto le squadre che puntavano a vincere, abbiamo sempre vinto”.

Ne vorrebbe ancora di questi stimoli?
“Sì, mi piacerebbe ancora avere la possibilità di tornare a giocare per vincere un campionato importante o una coppa importante come una Champions League. Ciò detto, quello che sto facendo, lo sto facendo con enorme piacere”.

Pare che Velasco non abbia alcuna intenzione di andare in pensione neanche dopo Los Angeles 2028. Non ci deluda neanche lei, Cuccarini. La pallavolo ha ancora bisogno dei grandi maestri.
“Prima abbiamo parlato di passione. Per fare bene questo lavoro ci sono anche altre due cose fondamentali: la prima è avere energia, la seconda e mantenersi lucidi. Se hai ancora energia fisica e mentale e lucidità puoi avere anche novant’anni e continuare ad allenare, secondo me. E poi ogni anno è un anno di esperienza in più, l’esperienza è quella che ti porta a fare le scelte giuste e le scelte giuste sono quelle che condizionano i rendimenti delle squadre. Io ho vinto il mio primo scudetto nel 2002. Rispetto a quell’allenatore che ero mi sento oggi molto ma molto migliorato. Come in tutte le cose, poi, bisogna saper cavalcare il cambiamento, studiare sempre, acquisire nuove certezze. Se ti piace il mare, e a me piace moltissimo, non puoi pensare di trovarlo ogni giorno piatto come una tavola, devi imparare a conoscerlo anche quando si increspa e arrivano le onde. Se sai come cavalcare un’onda diminuisce la paura e aumenta il divertimento…”.

Intervista di Giuliano Bindoni
(© Riproduzione riservata)

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