Nel volley c’è un tempo visibile in cui la palla, effettivamente, vola. Un tempo fatto di schiacciate, muri, bagher. Poi c’è un tempo invisibile, che corrisponde ai due terzi del totale, in cui la palla è ferma. Tutti coloro che conoscono la pallavolo sanno che questo tempo invisibile è denso di cose che succedono. Quel tempo in cui la palla non vola è a disposizione per analizzare il feedback dell’azione appena terminata e per preparare quella successiva. È un tempo che struttura quello che succederà dopo e la squadra che lo utilizza meglio avrà un vantaggio sull’avversario.
Vorrei intestarmi questo pensiero, soprattutto poco prima di alzare la cornetta e telefonare a Ferre Reggers, ma è una riflessione Berrutiana del 2016 contenuta in Capolavori.
È un pensiero ricorrente, quello dell’invisibilità del tempo, ed è quando vedo Ferre la prima volta alla Powervolley che ripenso alle cose che succedono. La sua leggiadria, il suo modo innocente di strutturare quello che succederà, la sua personalità nell’affrontare l’avversario, non aggressivo, quasi un coltello che affonda dolcemente nel burro. Reggers è diventato bravo, per me uno dei più bravi, forse il più bravo di tutti, visto che da due stagioni domina la classifica dei migliori realizzatori. Ma se, in punta di divano non siete d’accordo con la prima affermazione, vi troverò, chissà, concordi sul fatto che è quello cresciuto maggiormente e in tempo così breve. Ci sono molti fattori, sempre nella prosopopea che mi contraddistingue, per cui Reggers ha avuto successo: il suo essere un primo della classe, il suo rapporto di fiducia con Piazza, perché se decidi di affidarti totalmente ad un allenatore, esso ti plasma e nel caso dell’allenatore di Milano, lo fa con tutti i crismi, la sua ambizione e il suo mettere la pallavolo in cima alla vita.
È Sampras, non Agassi, non è ossessione, è concentrazione, è trasporto. È tutto ciò che ti sembra venuto bene, benissimo, nei suoi eterni highlights, e il risultato è figlio del fatto che lo hai ottenuto applicando pedissequamente le regole.
Ci ho creduto in Ferre, ci siamo forse scelti subito, giornalisticamente parlando, perché i primi della classe mi piacciono sempre da morire, e adesso ci hanno creduto tutti i milanesi che tifano per lui la domenica, ma anche tutti coloro che lo hanno fatto diventare l’oggetto del mercato (ne parliamo dopo) più conteso e forse il primo vero colpo concluso.
La priorità però, come ci tiene sempre a precisare, è essere qui, centrato al ritorno di una Superlega che lo coccola come protagonista, ma assieme all’armata Powervolley.
“Sto bene, è vero. Abbiamo avuto un momento un po’ di down, anche io ero fisicamente e mentalmente stanco nella seconda parte del girone di andata. Gli infortuni ci hanno segnato e io ho avuto qualche difficoltà a prendere maggiori responsabilità. Poi, col lavoro e con la squadra ho riattivato il ritmo, e tutto è ripartito. Ora pensiamo alla gara contro Verona del 15 febbraio. Abbiamo tutto il tempo per prepararla e vogliamo riuscire a far bene”.
Seconda stagione italiana in cui Reggers fa numeri importanti, anzi, importantissimi. Mi dice su cosa ha lavorato per riuscire così bene?
“Secondo me ho lavorato tanto fisicamente. Ho puntato anche tanto sul gioco perché penso di avere una caratteristica, se così vogliamo definirla, che mi viene naturale, ossia riesco ad anticipare il gioco dell’avversario. Ho questo intuito, un’arma in più certamente che sfrutto ogni partita”.
Lei gioca una pallavolo molto mentale. Il gioco di Reggers è fatto dalla pancia o dalla testa?
“Mentalmente sento moltissimo la gara. Ragiono parecchio, prenda ad esempio la partita contro la Lube, che ho giocato con la lucidità con cui secondo me vanno affrontate sfide simili”.
Quanto è diverso il Ferre giocatore dal Reggers persona?
“Sono molto simile anche fuori dal campo”.
Parliamo di ciò che è fuori dal campo. Il suo rapporto con Milano.
“Mi sento molto a casa. Ho più cose da fare qui che in Belgio, che non mi fraintenda, mi manca tanto, soprattutto la mia famiglia, la mia casa. In Italia ho trovato la mia dimensione, degli amici e dei posti del cuore”.
Me ne dica uno.
“Il Lago di Como. Mi sono innamorato del lago la prima volta in cui ci sono andato e mi sono perso. Ho sbagliato strada e mi sono ritrovato in questa spiaggia che poi ho pensato fosse privata perché c’ero solo io (ride n.d.r.). Mi sono seduto lì, ho letto per delle ore e ho guardato un film”.
Lei è uno che legge e anche parecchio.
“Leggo anche su suggerimento. Piazza mi ha consigliato la biografia di Kevin Garnett. Mi è piaciuto molto, e mi ha detto che mi sarei ritrovato in tante cose. È vero, la sua mente funziona come la mia”.
I pallavolisti sono tutti innamorati del cinema Marvel. Mi stupisca con un titolo inaspettato.
“(ride n.d.r.) La deluderò forse. Ultimamente mi sono innamorato della saga di Star Wars, non pensavo mi piacesse così tanto, l’ho divorata”.
Devo affondare io il coltello oggi. Le mancherà Milano?
“No, la prego, non parliamone”.
Partiamo da una considerazione. Mi chiedo sempre cosa significa per un giocatore, nel qual caso lei, finire nel tritacarne del mercato. Del suo arrivo a Perugia se ne è parlato già da novembre. Come si affronta tutto questo?
“Devi partire dal presupposto che è lavoro, è la tua vita, sono scelte. Volevo rimanere a Milano, anzi, dico una cosa, spero di poterci tornare un giorno e non lo dico per piaggeria, ma è perché ci terrei sul serio. È una città e Powervolley è una società che rimarrà sempre nel mio cuore. Quando i tifosi mi chiedono di restare, ci rimango sempre un po’ male, perché sarà dura lasciare tutto”.
Ferre, non è mia prassi, ma ne ho parlato con lei perché il Presidente Fusaro ha ufficializzato la sua cessione in una recente intervista, facendo capire che certe occasioni vanno colte perché fanno parte della carriera di un giocatore come lei. Io uso sempre l’espressione business is business.
“Ho ascoltato quell’intervista e le parole del Presidente mi hanno toccato molto, anche perché so quanta stima ha nei miei confronti. So di avere davanti una bella occasione e so che è arrivata grazie al bel lavoro che ho fatto con la società, con Piazza e con la squadra. Per questo ho immensa gratitudine. Detto questo, il campionato non è finito, possiamo scrivere ancora un bel finale e voglio scriverlo davvero perché Milano è un luogo che lo merita”.
Intervista di Roberto Zucca
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