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Pupo Dall’Olio e il ricordo di Bologna: “Coach Zanetti fu importante”

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Di Redazione

«Bologna è la mia seconda piazza pallavolistica, solo a Modena ho giocato di pù. Spero davvero che un giorno il volley sotto le Due Torri possa tornare ai livelli del passato, perché la base è ricca e se lo meriterebbe».

Così Francesco, “Pupo”, Dall’Olio ricorda le stagioni passate tra le fila di Bologna ed i successi ottenuti, in un’intervista a Il Resto del Carlino Sport.

«Complessivamente ci ho giocato sei stagioni in undici anni. La prima volta vincemmo la Coppa Italia, l’ultima riportammo il club in A1. Sono tutti momenti che ricordo con piacere. Non eravamo i favoriti, ma la pallavolo stava vivendo un momento molto positivo, nonostante la concorrenza di calcio e basket. Non per niente Bologna ancora oggi è BasketCity: quando ci allenavamo noi al PalaDozza, le righe del nostro campo erano fatte con il nastro adesivo e venivano tolte cinque minuti prima della fine perché stava arrivando la Virtus per allenarsi. lo venivo da Modena, dove la pallavolo è importante quanto il basket a Bologna, e la cosa mi stupì.»

Con Babini, De Rocco, Squeo, Racine, Piva…di goliardia ce n’era parecchia.

«E’ vero, ci siamo divertiti. Bologna era bellissima da vivere, uscivamo spesso insieme. Andavamo alla Buca delle Campane, o in locali sotto i portici di via San Vitale, qualche volta in discoteca. Erano tempi diversi, non c’era la pressione dei social, se ti vedevano a ballare nessuno rompeva le scatole. Anche se una cosa va detta».

Quale?

«Quei gruppi stavano benissimo in ‘baracca’, ma poi quando c’era da allenarsi e giocare facevamo tutto molto seriamente. Aver avuto come allenatore Nerio Zanetti, che pure era fantastico a raccontare barzellette, fu molto importante». Perché? «Perché lui era un ottimo tattico e sapeva motivare i gruppi, ma prima di tutto era un insegnante, un educatore. Formava persone, prima che atleti. Quando lo conobbi io ero già grande, provavo a confrontarmi con lui perché pensavo che si potesse tirare di più in allenamento, per esempio.»

Il primo ritorno fu nell’87.

«Si, e trovai un altro allenatore come Anders Kristiansson, che creò il fenomeno della Svezia. Portò metodologie interessanti, era un pragmatico, mi fece crescere tecnicamente».

Infine con la Fochi nel ’92.

«C’era un progetto, centrammo subito la promozione dall’A2 e poi ci salvammo in Al, poi le cose cambiarono e in pratica iniziò li il declino del volley bolognese».

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