Per Massimo Eccheli, allenatore della Vero Volley, con la prossima saranno sette le stagioni a Monza sulla panchina della prima squadra maschile. Sette anni che hanno visto il Consorzio diventare anche tra gli uomini una “grande” della pallavolo dentro e fuori dai confini nazionali con una finale scudetto e una di Coppa Italia contro Perugia, la finale di SuperCoppa con Trento e, in Europa, la finale di Challenge e la vittoria della CEV Cup.
Sette anni che per lo stesso Eccheli, che già poteva vantare 13 finali nazionali e 12 titoli regionali giovanili oltre a una stagione in Serie A2, si sono aperti prima, però, con un’esperienza con i giovani del Consorzio e la conquista nel 2017-2018 del primo Scudetto nella storia di Vero Volley, con l’Under 16 maschile. Un’esperienza, poi, continuata anche nelle stagioni 2018-2019 e 2019-2020, prima del suo passaggio alla guida della prima squadra maschile per sostituire Fabio Soli già a ottobre. Quindi, in totale sono ben 10 le stagioni di “fedeltà” a Monza in una carriera, quella di Massimo, sicuramente abbastanza importante per poter dire anche quello che è cambiato, con il tempo, nella pallavolo: “Credo che a livello giovanile i ragazzi seguano un po’ quella che è la tendenza delle generazioni, no? Quindi, quando io ho iniziato ad allenare, circa 40 anni fa, gli interessi, gli svaghi, in generale la vita di un giovane era differente rispetto ad adesso. Anche nei rapporti, nel modo di vivere la socializzazione. E lo sport, sicuramente, non era un’opportunità o una delle poche opportunità come a volte viene inteso adesso, ma era uno dei tanti elementi che contribuivano a far crescere i ragazzi. Poi, cominciando da qui, nasceva la passione e venivano fuori i giocatori di alto profilo, quelli che avevano la forza, la voglia di continuare e il talento per farlo“.
Oggi, anche a livello di contesto e di movimento, molto è cambiato: “Chiaramente prima c’erano meno strumenti, meno organizzazione, meno risorse. C’era una passione forte che ti sosteneva in questo sport e te lo faceva fare proprio per il puro gusto, il piacere di farlo. Adesso, mi capita di vedere ragazzi nelle squadre territoriali quasi seguiti da un procuratore e, con grande rispetto per tutti gli ambiti, un po’ mi si ‘accappona la pelle’. Credo, però, che questa situazione sia un po’ figlia dei nostri tempi, di quello che succede, anche dell’abolizione del vincolo, qualcosa che non mi ha trovato d’accordo e per cui, forse, bisognava regolare meglio il metodo di rapporto tra atleti e società. Così, e cambiato tutto il sistema. Ma bisogna sapersi adattare, perché, comunque, è necessario farlo“.

Il modello di prestazione del gioco e le sue esigenze, invece, come si sono sviluppati? Le porte delle prime squadre, e Monza ne è un esempio virtuoso, si aprono spesso per ragazzi sempre più giovani e atletici… “Anni fa la pallavolo era molto meno fisica, è evidente. Se si vanno a vedere dei filmati che si trovano facilmente anche su internet, per esempio dei Mondiali del 1978, si può vedere una pallavolo di massimo livello che rispetto a quella che c’è oggi sembra quasi un altro sport. Nel tempo, in particolare intorno agli anni Novanta, c’è stata una crescita e una professionalizzazione dell’attività del pallavolista, delle società di alto livello, quindi, è cambiato totalmente anche il modo di allenare, di preparare fisicamente i giocatori e c’è stata una crescita esponenziale nei processi selettivi. Si è passati, poi, da una pallavolo che era molto tecnica ad un volley un po’ più fisico, dove l’aspetto atletico era sicuramente preponderante. Adesso mi sembra che la tecnica sia tornata ad essere un elemento rilevante”.
Anche le regole che cambiano, come conseguenza, modificano il modo di giocare, giusto? “Non è un caso, infatti, che stiano intervenendo su alcune di queste regole e abitudini assurde che si sono create e sono state, in un certo senso, sdoganate in questi anni. Ma questo è qualcosa che non compete a noi: ripeto, dobbiamo e possiamo solo adattarci. Però, mi sembra di poter dire che c’è un ritorno alla cura del giocatore anche dal punto di vista tecnico fin da giovane. E questo può dare l’opportunità, anche a giocatori non estremamente alti o non particolarmente ‘fisicati’, di essere protagonisti e di giocare ad alto livello. E, senza fare nomi, ce ne sono tanti di giocatori così, sia in Italia che all’estero. E questo, secondo me, è anche qualcosa di bello, che rende più ‘democratico’ il nostro sport”.
Prendiamo, come esempio, l’evoluzione della difesa: pure Julio Velasco ha evidenziato che se negli anni Novanta portava il fondamentale nel settore femminile come modello da seguire alla “Generazione di fenomeni” e alla sua Nazionale maschile, oggi, è tentato di fare l’opposto, prendendo a riferimento la difesa degli uomini per le donne… “Diciamo che negli anni, anche permettendo tocchi che prima erano considerati falli, la difesa è stata aiutata e ha un po’ bilanciato quelli che, in passato, erano aspetti marcati a favore degli attaccanti. In termini anche di vittorie e sconfitte, percentualmente, è innegabile che l’attacco fosse molto più determinante rispetto alla difesa, che era innanzitutto vincolata dal fatto che non c’era la possibilità di fare tutto quello che si può fare adesso. Secondo me, poi, anche gli atleti erano meno preparati a tenere certi tipi di colpi e a queste velocità. Questo ora è diverso, anche grazie a una diversa attenzione allo sviluppo della tecnica per tornare a renderla un po‘ più ‘pulita’“.
Ma non solo… “Come dicevo, se si andassero a rivedere delle immagini del passato troveremmo anche ottimi centrali che, magari, faticano a muro a seguire un’alzata che ci mette un secondo e mezzo ad arrivare dal palleggiatore al posto quattro. Adesso queste traiettorie, e non solo sui palloni positivi, sono molto più rapide e nella fase di volo stanno anche al di sotto del secondo di tempo, eppure, sia per l’aspetto fisico, per come sono preparati gli atleti, che per quello tecnico, si riesce ad arrivarci, no? Non capita sempre, però, capita… mentre appena la palla si stacca un po’ dalla rete, i centrali a muro riescono a muoversi molto bene e i più bravi, chiaramente, ancora meglio. Il muro, così, fa la sua parte e il gioco è diventato anche più bello da vedere, interessante. Con il contributo della difesa, che le regole e i cambiamenti hanno riportato a essere un fondamentale che può giocarsela contro l’attacco, poi, si può dire che da questo punto di vista il gioco è diventato quasi più simile a quello femminile“.
Dove si vince, oggi, una partita di SuperLega? “Di solito il side-out vince sulla fase break come quantità e come volume di punti. Direi che più spesso si vincono le gare con altissime percentuali in side-out, ma si perdono perché si è fatto qualche errore in più degli altri o perché non si fa ace e via dicendo. È vero, come si dice, che la battuta è diventata un aspetto fondamentale. È molto, molto importante. Ma penso che, alla fine, le squadre vincono perché in quel momento sono più forti nel complesso, tecnicamente, tatticamente e fisicamente, rispetto al loro avversario. Sinceramente non me la sento di dare così tanta responsabilità di essere determinante ad un solo fondamentale“.

Come sarà la Vero Volley Monza per la prossima stagione di SuperLega? Quella che si è presentata al Vero Volley Day è una squadra molto giovane, di prospettiva, talentuosa e diversa come costruzione da quella dell’anno scorso e ancora più differente da quella delle stagioni precedenti… “Allora, quest’anno abbiamo completato un percorso di cambiamento che era iniziato già nella scorsa stagione, con l’inserimento di altri ragazzi provenienti dal nostro vivaio. Siamo una squadra molto giovane e in parte ancora da scoprire, anche perché restiamo in attesa di un paio di giocatori, per noi importanti, che in questo momento sono fermi per infortunio (il palleggiatore americano Rowan e lo schiacciatore belga Perin, Ndr). Però, questo è un gruppo che ha una grandissima attitudine al lavoro e mi fa pensare che si potranno fare degli step di crescita evidenti durante la stagione. Sicuramente per noi sarà fondamentale essere combattivi e dimostrarci capaci di fare sempre ‘battaglia’. Perché questa è la nostra squadra con meno esperienza sul campo degli ultimi anni ed è un dato di fatto che da questo punto di vista non si può compensare: ci vuole semplicemente del tempo perché un giocatore diventi più ‘esperto’. Quindi, dovremo essere bravi a sviluppare altre attitudini con il lavoro, provando ad alzare il nostro livello da questo punto di vista“.
In conclusione, Massimo Eccheli cosa chiede a questa nuova stagione? “Prima di tutto, come sempre, vorrei riuscire a raggiungere gli obiettivi che ci sono stati chiesti e dati dalla struttura. Per me questa è la priorità. Poi, mi piacerebbe poter constatare una crescita, uno sviluppo reale dei nostri giocatori più giovani, quelli che si affacciano per la prima volta su questi palcoscenici, per aiutarli ad essere capaci di aprire un ciclo importante qui a Monza“.
A cura di Volley News
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