Lo sport ha molto da insegnare, ma (forse) abbiamo un po’ smesso di imparare

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Dopo aver intervistato Mauro Berruto (QUI e QUI, rispettivamente, la prima e la seconda parte del suo racconto), siamo stati a vedere lo spettacolo “Capolavori. New Olympic Stories“, andato in scena al Teatro Carcano di Milano. E’ stato un successo, chiuso da diversi minuti di applausi, e anche come pubblico non si può dire che ce ne fosse poco. Tra i tanti presenti diverse glorie della pallavolo di ieri e anche dell’altro ieri, che non ci sembra corretto citare dato che erano a teatro per godersi una “loro” serata ed è giusto rispettarne la privacy, e alcuni “addetti ai lavori” dello sport. Quelli che non c’erano, in platea, però, erano i giovani…

Dove erano i tesserati della Federvolley, per esempio, considerando la storia nella disciplina dello stesso Berruto? Ne sarebbe bastata qualche decina in più in una serata di sport. Ma, dato che lo spettacolo non era “volley-centrico”, la domanda è… dove erano i giovani, i ragazzi delle giovanili, gli under 25/30, in generale?

Capolavori è stata una bella performance teatrale, un lecture show accompagnato da immagini e suoni, coinvolgente, interessante, a tratti emozionante, con un buon ritmo. E nel suo insieme anche informale quel tanto che serviva per lasciare la sensazione di una serata a tu per tu. Di chiacchiere e racconti tra amici.

Sul palco, guidato dalla voce di Berruto e dal filo conduttore “dell’allenare” nel suo significato più ampio, della ricerca di un gesto da inseguire, di cui innamorarsi, da trovare nei momenti più difficili, si è alternato il racconto di diversi “capolavori”, storie che spaziavano dalla letteratura (Omero, con l’Iliade e l’Odissea, per esempio, o diversi versi di poesie), all’epica (con la simbologia del viaggio, della partenza e del ritorno a una “Itaca” che è in ciascuno di noi), all’arte (con la storia di William Turner, pittore a cavallo tra il 1700 e il 1800, oppure con il Discobolo di Mirone, il Pugile in riposo o, ancora, la Tomba del tuffatore), passando anche dallo sport (con Juri Chechi, le nazionali italiane di pallavolo, ovviamente, il tiro con l’arco e il paradosso dell’arciere o “la più straordinaria delle lezioni insegnata dalla peggior squadra che abbia mai allenato“, come l’ha definita lo stesso Berruto: la squadra dell’Ospedale Psichiatrico giudiziario di Castiglion delle Stiviere, giusto per citare qualche esempio tra cui le più importanti esperienze sul campo dell’autore) per toccare, ancora, diversi altri temi.

Nel mezzo tante lezioni su cui riflettere, prendendo spunto da esperienze come l’intervento di Mohammed Alì ad Harvard nel 1975 o il traguardo tagliato nella prima maratona femminile della storia da Andersen-Schiess, conclusa dall’elvetica al trentasettesimo posto. E ancora, la risposta di Antetokoumpo sul fallimento nello sport e dei passi da fare, necessari, verso il successo. Lezioni di resilienza, di dignità, di valori, di altruismo e di molto altro in più. Spunti di collettività, sul fare squadra, sul “capolavoro” che ognuno può essere o a cui può dare vita anche in un’epoca e in una società che vedono le persone sempre più sole. In un tempo di individualismi.

Erano lezioni da ascoltare, imparare. Interessanti per tutti (dal capitano d’azienda per arrivare a chiunque, adatte anche per una rappresentazione nella scuola, proprio perché si rivolgevano a ciascuno di noi), ma nel teatro trasformato in un’aula come già capita in tante, troppe altre occasioni, non c’erano gli studenti che, forse, più di tutti ci sarebbero dovuti essere: i ragazzi, gli adulti del domani. Si dice, ed è vero, che lo sport è una scuola di vita, una palestra per crescere, sviluppare “life skills”, le nostre abilità e competenze.

Si parla tanto – e a ragione – della forza educativa dell’attività sportiva. Ecco, per una sera sarebbe stato bello vedere qualche adolescente in più presente ad ascoltare delle esperienze di vita, anche di sport, piuttosto che, magari, pensarlo ad “anestetizzarsi” davanti a qualche schermo o all’ultima, per ora, serie televisiva (ovviamente senza volerne fare un “luogo comune”). E, forse, su questo tema, sull’indubbio potenziale dello sport, del potere del suo racconto e anche sulla nostra incapacità di trasmetterne il reale valore e dargli visibilità, siamo proprio noi adulti che per primi dovremmo farci qualche domanda.

Mauro Berruto nella seconda parte della sua intervista con noi, all’interno di un discorso più ampio sul senso dell’attività sportiva e della situazione nel nostro Paese, ha usato queste parole parlando dello sport come di una possibile materia di studio scolastica: “Credo che anche attraverso la storia di grandi sportivi o di squadre si possa insegnare tanto altro. Si può parlare di educazione civica, di storia, quella con la ‘S’ maiuscola, di geografia, si può parlare di letteratura e, probabilmente, per un ragazzo o una ragazza adolescenti, può essere una strada di accesso più affascinante. Quindi, il terzo livello di dignità, oltre agli spazi e ai luoghi, al di là della quantità, passa anche attraverso la capacità di usare la storia dello sport per parlare di altro“.

Già, lo sport. Una materia da studiare, per imparare.

Di Dario Keller
(© Riproduzione riservata)

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