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Krisztian Padar: “Amo attaccare le palle alte, ma in Italia le alzano in 4”

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Mi scuseranno tutti i docenti di nuova generazione e gli analisti della pallavolo che per farsi comprendere provano sempre a discutere della contemporaneità con la sicumera che usare un lessico che nessuno capisce sia un valore aggiunto. Quando parlo di Krisztian Padar voglio voltarmi indietro ed essere retroattivo, tornare undicenne, rimettere le Stan Smith ai piedi (sperando di non essere radiato dall’Ordine per pubblicità occulta) e varcare la soglia del Palarockfeller di Cagliari dove mi recavo ogni quindici anni a vedere Rafa Pascual. Quando parlo di Krisztian Padar voglio tornare a quando il rendimento si calcolava con i punti più i cambi palla e Pascual viaggiava sempre a medie imbarazzanti, proprio come Padar.

Quando parlo di Krisztian Padar voglio parlare dell’elasticità con cui interpreta il suo ruolo di opposto, di deltaplano della Superlega che con leggerezza piazza palloni e fa battere le mani ai tifosi di Vero Volley proprio come noi fan sfegatati e pallavolisti dalle mille presunte ambizioni sognavamo di saltare in quel modo così Pascualiano o Padariano per risultare vincenti. Ciò che trovo più interessante nel gioco di questo giocatore gulliveriano (di cui ho perso il numero dei continenti in cui ha giocato) è proprio questo, ossia non essere il classico giocatore omologato al modello Superlega. Fisicamente e atleticamente differente, abituato a spiazzare gli avversari con un gioco sì fatto di forza, ma anche di direzione e carezze in pugno date al pallone, Padar si sta facendo largo assieme ad una Monza che sembra più un bel laboratorio di melting pot della pallavolo che una squadra canonica costruita per essere uguale alle altre. 

Ignoro dove possa arrivare Vero Volley, ignoro quello che possa realizzare Krisztian perché sono troppo impegnato a gustare il gioco che offre e a vivere dell’effetto nostalgico di quel volley che ritrovo raramente:

“Sì, è vero, ho girato molti paesi, ma quest’anno ho spinto fortemente per poter giocare in un Paese e in un campionato così prestigioso come quello italiano. Era una sfida, ed ero curioso di capire come avrei potuto performare in Superlega, avendo l’occasione di mostrarmi in Europa dopo le esperienze avute in altri campionati”

Corea, Russia, Giappone. Quale mondo pallavolistico e non solo l’ha colpita maggiormente?
“Sono paesi ed esperienze davvero troppo diverse tra loro e da ciascuna di esse ho avuto la possibilità di portare con me qualcosa utile per le esperienze successive. Le direi che in Corea ho sentito tanto la pressione, forse data anche dal fatto che ero molto giovane e per la prima volta mi trovavo in un Paese così diverso dal mio. Ho trascorso tre anni della mia vita molto importanti e davvero formativi. La Russia è legata all’immagine del Fakel, della Champions e della Russia League, che è un campionato davvero interessante. La cosa che ricordo con maggior impatto è che ho vissuto lì nell’epoca del Covid, che sembra lontanissimo, ma che ricordo perché ha reso tutto molto difficile. Il Giappone è l’esperienza più umana, perché uno dei miei figli è nato lì. È un campionato forte e altamente competitivo, in grado di offrirti una grande motivazione”

Il suo arrivo a Monza, dall’altra parte del mondo. Che impatto ha avuto?
“Mi trovo molto bene sia con i ragazzi che con il club. Vivo con la mia famiglia in città e se mi chiede l’unica cosa che correggerei è il traffico (ride n.d.r.). Per il resto, se vogliamo parlare della stagione, direi che è un anno di up and down, una stagione complessa, dalla quale cerchiamo e vogliamo venire fuori nel migliore dei modi e stiamo lavorando davvero tanto affinché accada questo”.

Che obiettivo si pone un giocatore come Padar?
“Il primo pensiero è stato certamente legato alla salvezza, adesso riuscire a centrare i playoff. Viviamo in una situazione in cui la matematica è importante e partita dopo partita sarà importante capire come conquistare tutto. Nelle prossime settimane ci aspettano delle partite importanti, in cui dobbiamo far venire fuori qualcosa di buono”.

Posso chiederle chi l’ha impressionata maggiormente? Qualche collega di ruolo?
“No. In Italia l’opposto non è utilizzato come e quanto si pensa perché molte squadre non lo usano per le palle alte, ma solo alcune volte, e la palla alta è quella che io ad esempio amo di più, specialmente nelle situazioni difficili, ma qui si dà la priorità al posto 4 su questo tipo di palle. In generale gli alzatori in Italia coprono il ruolo chiave nella distribuzione e nella gestione della fase offensiva della squadra e se c’è uno che mi impressiona positivamente è Micah (Christenson n.d.r.) per il modo in cui gioca e mi piace tanto vederlo giocare”.

Intervista di Roberto Zucca
(© Riproduzione riservata)

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