Questa intervista ha molti incipit possibili. Il primo è: nel 2014, quando tutti ci affannavamo ad andare a vedere lui e quella nazionale lì, Gian Luca Pasini, di cui sento una terribile mancanza, pubblicava un video di Zaytsev a Casalecchio di Reno, il quale trascorreva circa due ore del suo dopopartita per fare migliaia di autografi. Pasini scriveva, capendo la pallavolo dieci anni prima di tutti noi non plusdotati:
Ora sento anche dire che la pallavolo non ha “personaggi”. Sarà anche vero, ma la colpa non è degli stessi, ma di chi non riesce a veicolare questo effetto/affetto verso un pubblico più vasto. Questo è il tema. Come a chi va benissimo che la pallavolo non esca dal guscio…
Il secondo incipit potrebbe essere: mentre sono qui che comincio a scrivere di lui alla MA Acqua San Bernardo Cuneo, mi passa davanti su un social un pezzettino di podcast in cui un attore mio coetaneo dice di aver portato il figlio a vedere Travis Scott (chiunque egli sia) perché non voleva essere come suo padre che quando lui ascoltava gli U2 gli diceva «questa non è musica». Ora, io non vorrei vanificare tutto il lavoro che l’attore avrà fatto con l’analista, ma: non è vero.
È un falso ricordo, il secondo, mentre quello del mio amato collega è un pensiero che io correggerei solo in parte, perché sì, è vero che la pallavolo non ha personaggi di riferimento, ma è, concedetemelo, anche vero che Zaytsev è l’ultimo vero personaggio della pallavolo che abbiamo avuto.
Con Ivan abbiamo chiacchierato per oltre un’ora qualche sera fa e io varie volte mi sono scusato perché ho usato impudentemente l’etichetta personaggio. Però è così, altrimenti non è un caso che Zaytsev sia l’unico a cui noi giornalisti chiediamo una sua visione del mondo, per cui parlare di meteo o pallavolo è diventato una costante o una variabile. Ci interessano le sue opinioni, un po’ perché altrimenti rischiamo di pubblicare sempre gli stessi contenuti, un po’ perché Ivan negli anni si è dimostrato l’unico in grado di studiare davvero come porsi nei confronti di un certo tipo di comunicazione.
Non è un caso che il suo essere IZ9 lo ha portato ad essere ciò che gli U2 erano per il padre di quel figlio, ossia gente per cui facevi ore di fila per avere un ricordo e gente che da sola riempiva uno spazio emozionale che altri al giorno d’oggi si sognano.

Ivan è cresciuto sotto questa narrazione e in questi giorni ho avuto voglia di chiamarlo perché abbiamo tutti fatto la gara per tirare la nostra pallina di carta contro la telecronaca di Petrecca, colpevole di non aver riconosciuto nessuno dei pallavolisti tedofori di Milano-Cortina. O meglio, se fossimo un popolo di maliziosi, l’unica riconosciuta dalla buffissima narrazione di quella telecronaca è stata Paola Egonu. Anche qui, non posso sempre essere io in questo mondo, a chiedere a voi pubblico esigente e sempre a voi, abituati a riflettere più di me sui disturbi dell’attenzione degli altri: ma perché ha riconosciuto solo Paola? Le risposte nel mio caso potrebbero essere due, ma non ve le darò su un piatto d’argento. Lancio la palla, in stile MIA (libro che Ivan scrisse anni fa, con questa formula), allo Zaytsev opinionista, e parto da qui a raccontare istanti di amicizia giornalistica che porto avanti da oltre quindici anni:
“La figuraccia della telecronaca? Ho letto il post di Giannelli. La reazione dei ragazzi è stata pacata, giusta ed educata e rispecchia pienamente il mondo della pallavolo. Se avessi trovato uno più istintivo, rischiava di fare peggio con un commentatore così al microfono. Credo che tutti si siano accorti della gravità degli errori commessi e che ci sia la volontà di rimediare. Per cambiare argomento, questi giorni ho visto un po’ di cose, guardo le Olimpiadi appena posso. Penso sia una manifestazione davvero bellissima”.
Immagino abbia visto la cerimonia di apertura. Io e lei abbiamo qualche anno di differenza, perciò non posso non chiederle quanto si è emozionato per l’accensione della fiaccola da parte del suo amico Alberto Tomba, che tutti la domenica a pranzo guardavamo in televisione.
“Ero uno di quelli che guardava Alberto sciare. La vita, o meglio, un contatto e un amico comune modenese ha fatto sì che ci conoscessimo e quello che è emerso dai nostri incontri è la sua umanità, la sua tranquillità e la sua riservatezza”.
Lei e Tomba, così simili.
“Dice?”
In campo e in pista. Due personaggi se vogliamo anche troppo spaziosi.
“Forse siamo due persone completamente diverse da come spesso siamo stati narrati. Le persone che si stupiscono del fatto che io mi possa sedere con i tifosi, dialogare con loro, come succede a Cuneo ora, è perché non sono mai andati al di là di certe etichette che qualcuno ha potuto additarmi nel passato”.

Ad un certo punto c’era lei ed è sembrato bastare a tutti. Ricordo un’intervista di Eleonora Cozzari nella quale le fu chiesto se certe dicerie, come il viaggiare in business al posto di restare aggregato al gruppo della nazionale, l’avessero danneggiata.
“Io credo che ci sia stata un’evoluzione, una crescita, un percorso, come quello che è avvenuto in tutti noi che abbiamo avuto una carriera con alti e bassi. Quel divario che viene fuori tra chi mi ha dipinto come una persona irraggiungibile e chi ha capito che fossi uno che lavorava molto ed era sempre molto focalizzato sulla pallavolo, spero che ora si sia colmato”.
Balaso, una volta disse alla Gazzetta, che lei era il primo ad arrivare a Civitanova e l’ultimo ad andare via. Questo mondo ha capito troppo tardi il suo valore?
“No, forse qualcuno si è fatto troppi film senza vivermi”.
Concordo. A proposito di Marche e di Civitanova, quanto è stata dura la scelta di dover lasciare casa, moglie e figli per trasferirsi a Cuneo?
“È stata una decisione presa con Ashling, la quale mi ha rassicurato che dovevo accettare l’offerta e non pensare al fatto che su di lei, come ogni stagione che devo passare lontano da lei e dai miei figli, ci sarebbe stato il carico delle responsabilità. Ovvio che ti dispiace, ovvio che le sere in cui hai voglia di stare con tua moglie e le bambine in particolare, manifestano come li chiamo io, degli attacchi di Papite, sia dura. È una questione di adattamento, di scelte, di solidità del rapporto con mia moglie che c’è ed è fortissima”.

Suo figlio Sasha è uno su cui già si parla per un’eventuale carriera nella pallavolo professionistica. Le chiedo due cose, se le va di rispondere. La prima è se la domenica le è mai capitato di sentirsi dire una cosa che io ho detto a mio padre, ossia “anche oggi non sei venuto a vedermi”.
“Fondamentalmente non me lo dice perché è il suo carattere. È molto sensibile, ma è uno talmente maturo e forte che non fa vedere mai quando ha il fianco scoperto”.
Le piacerebbe chiudere la carriera giocando una stagione assieme a Sasha. Forse è fantavolley, però mi dica se anche solo per farsi una risata ci ha mai pensato.
“(ride n.d.r.) Ma sì. L’idea di avere con me mio figlio una stagione è bella da pensare. Sarebbe una stella da appendersi al petto. Al di là di questo spero che lui salga il più velocemente possibile e che io riesca a stare in alto ancora tanto tempo per aspettarlo”.

Dicevamo della MA Acqua San Bernardo Cuneo. Continui lei.
“L’obiettivo della salvezza è ormai raggiunto. C’è il rammarico per i playoff. È una piazza incredibile, affezionatissima alla pallavolo, nella quale spero di essermi fatto conoscere per ciò che sono. L’infortunio non ha aiutato all’inizio, ma la relazione che si è instaurata con la gente è molto positiva. Come le dicevo prima, spero che abbiano capito che c’è una dimensione umana che mi accompagna nel lavoro e nella pallavolo e che per me è importante manifestare”.
Ha trovato Baranowicz. A proposito di umanità, lei lo ha sempre sostenuto pubblicamente, parlando di mani di grande livello.
“Bara è stato fondamentale questa stagione, non solo per il gioco, ma anche per aiutarmi a comprendere il contesto e vivere la mia avventura a Cuneo in maniera nuova. È stato un anno particolare, perché ho avuto degli obiettivi nuovi, ho dovuto far pace certe volte con l’idea di perdere, io che odio perdere certe partite. Sotto questo punto di vista è stato tutto molto positivo. Ho avuto la possibilità di crescere inevitabilmente”.

È un anno in cui ci si è definitivamente resi conto che il suo primo amore, la pallavolo, non potrà essere soppiantato dal beach. Perché si è concluso il progetto con Daniele Lupo?
“Abbiamo fatto un campionato italiano, abbiamo parlato di un progetto più ampio e arrivare assieme alle Olimpiadi sarebbe stata un’altra stellina da attaccarsi al petto. Da agonista potevamo provarci e ci abbiamo tentato, ma vedendo la qualità degli avversari e considerando anche il fattore età, ci siamo poi resi conto che sarebbe stato molto difficile. Marco Solustri mi ripeteva che ci avremmo potuto lavorare e mi incoraggiava molto sul fatto che stessi crescendo tanto”.
Non ci ha creduto abbastanza, faccio l’avvocato del diavolo.
“Per me Marco è stato un padre, con Daniele siamo rimasti folgorati dal progetto. Credo di aver capito che nonostante il potenziale, non avrei potuto arrivare dove volevo”.
Lei non ne ha mai parlato, ma chi conosce questo mondo capisce che non c’è stata una grande spinta dall’esterno.
“Non ne ho mai parlato, ma sì, forse non abbiamo avuto un grande supporto dall’esterno. Ci credevamo più noi e lo staff di chi dall’esterno poteva darci una mano a crederci. Mettiamola così”.
Zaytsev, a 38 anni da compiere nel 2026, cosa si aspetta ora dalla carriera?
“Un po’ di casa (ride n.d.r.). Spero davvero di riavvicinarmi alla mia famiglia, anzi, lavorerò affinché questa cosa possa avvenire presto”.

Lei è uno dei pochi che in questi anni ha giocato con la tv.
“È un mondo nel quale le persone mi hanno fatto sentire a mio agio e ho fatto ciò che mi divertiva fare. Non ho mai forzato la mano”.
Io l’avrei vista benissimo in un programma come Belve. O in un bel reality game tipo Pechino Express.
“Ecco, Pechino non mi dispiacerebbe. Sono sempre aperto a parlare di queste cose, anche se non sgomito per farne parte. Però un gioco del genere, magari con un famigliare o un amico lo prenderei in considerazione seriamente”.
Intervista di Roberto Zucca
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