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Il volley diventa uno show, ma ora la musica inguaia i club

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Di Redazione

Da una parte la necessità di fare di ogni partita di volley un evento. Quindi show, musica, giochi, contatto diretto tra tifosi e giocatori. Dall’altra una scure minacciosa, legata proprio alla musica, che rischia di condizionare la comunicazione: l’ultima evoluzione della pallavolo italiana e internazionale si sta muovendo tra questi paradossi, evidenziati anche nella recentissima tre giorni di Volley Mercato organizzata a Bologna dalla Lega Pallavolo Serie A. E’ stato lo stesso presidente della Lega, Massimo Righi, a introdurre l’argomento prima in tutte le consulte (Serie A3, A2 e Superlega) e poi direttamente in assemblea generale, davanti anche al presidente Fipav Giuseppe Manfredi, e in sede di presentazione dei calendari con i vertici della FIVB.

Cosa sta succedendo, insomma? Chi ha potuto assistere direttamente, o anche seguito solo da uno schermo una delle partite di VNL (donne e uomini) si sarà accorto come, attorno a un match di pallavolo, si stia costruendo un vero e proprio show all’americana. Durante il quarto di finale Italia-Olanda, a Bologna, gli spettatori sono stati impegnati in ogni secondo dei vecchi “tempi morti” del volley tra scaricare l’app dedicata per rispondere a quiz sui componenti del Beatles, cercare di catturare uno dei mini-palloni lanciati sulle tribune dallo speaker (che non è più seduto, ma gira attorno al campo), fare a gara a chi balla meglio Y.M.C.A. o dà la risposta giusta alla domanda sui Beatles, e ancora, fare la tradizionale ola (vista la prima volta sulla Rai ai mondiali di calcio Messico 1986), accendere la luce dei telefonini per la fiaccolata, muovere le mani a destra e a sinistra, applaudire, farsi un applauso per come si è applaudito, farsi un altro applauso, gridare I-ta-lia, ed essere richiamati per un paio di fischi lanciati a Nimir (che è sempre uno spettacolo da vedere).

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Fare lo spettatore di pallavolo insomma è diventato un lavoro, un’attività che diventa impegnativa se fa caldo come in questi giorni. Due ore di villaggio turistico sugli spalti, che tu sia un ragazzino, un giovane adulto o un anziano, mentre dodici persone danno delle gran botte al pallone in mezzo al campo. Pure il campo è cambiato: parquet. Ecco, diciamo gomma color parquet. Perché alla fine sempre di taraflex si tratta un centimetro di gomma colorata steso in rotoli sul parquet vero. Via gli adesivi pubblicitari, l’arancione e il verde, via il campo tricolore (verde bianco e rosso). Attorno al finto parquet ora c’è una fascia blu per l’area del servizio e poi, ancora color parquet, fino ai led con le scritte bianche su fondo blu. Il monocolore domina insomma: si tratta di un espediente per migliorare la visione sui vari device.

Le panchine sono finite dietro all’arbitro, per dare più spazio al parterre con gli ospiti Vip. “This is volleyball, bellezza!” avrebbe detto Humphrey Bogart. Che vi piaccia o no, questa è la pallavolo del futuro. Uno sport che ci ha abituato al suo bisogno di evolversi continuamente, se non nelle regole almeno nel contorno. Il modello ormai chiaro è tutto americano, con lo spettacolo offerto da decenni dalla NBA e dalla NFL.

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C’è però anche un problema, come dicevamo nelle premesse La comunicazione dei club di volley, degli addetti ai lavori e dei tifosi viaggia oggi sempre più sui social network. Nulla è più virale di un breve video ripreso durante lo show di una partita. Magari con la musica trasmessa in sottofondo, in background. Apriti cielo: sono insorti gli autori delle musiche. La Siae nei palasport viene pagata, certo, direttamente o attraverso altre società, ma volete evitare di pagare i “diritti di sincronizzazione?“. Nove persone su dieci che leggono questo articolo probabilmente non ne avevano mai sentito parlare. Eppure esistono e stanno mettendo in crisi tanti social media manager della squadre di pallavolo. Sono dovuti agli autori da parte di chi pubblica il video, anche un semplice cittadino. Si tratta di pochi centesimi ogni volta, ma sono dovuti.

Dopo una due tre, cinque segnalazioni arrivate all’account social della società sportiva, si può arrivare al blocco dello stesso: è successo anche nei giorni scorsi a una squadra di serie A3. Una vera e propria sciagura per i comunicatori. Righi e la Lega non sono stati certo a guardare lo stillicidio che si stava consumando su Facebook, TikTok, Instagram e YouTube, tra la disperazione dei comunicatori delle squadre e la rabbia dei presidenti e degli sponsor, e si è così già corsi ai ripari. La soluzione non è univoca, e in ogni caso costerà al consorzio delle società di serie A, tra i 50 e gli oltre 100mila euro: ci si dovrà affidare a una società esterna che si occupa di questi temi.

Due le strade possibili: o realizzare in proprio la musica, 200-250 brani musicali, e poi acquisirne i diritti in esclusiva per diffonderli liberamente nei palasport e online su qualsiasi mezzo, oppure pagare una sorta di abbonamento annuale per la sincronizzazione di brani già realizzati. In ogni caso nel futuro potrebbe esserci meno di libertà di scelta per lo speaker, delle playlist blindate per tutti insomma. Ma tutte con musica che consenta balletti, ola, quiz sul quinto componente dei Beatles, lancio di mini-palloni e altri gadget, applausi, altri applausi…

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