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I segreti di Luciano De Cecco: “La vera sfida? Adattarsi al gioco dei compagni”

Di Paolo Cozzi

Gia dalle Finali di Coppa Italia a Bologna circolava la voce, ora invece è ufficiale che Luciano De Cecco sarà il prossimo palleggiatore della Cucine Lube Civitanova, pronto a raccogliere il testimone lasciatogli da Bruno Rezende, tornato in patria per motivi personali. Una bella sfida per De Cecco (contro cui ho avuto la possibilità di giocare spesso nei suoi primi anni italiani), che reputo insieme al brasiliano stesso e a Giannelli il top fra i palleggiatori mondiali. Talento infinito, due mani che coccolano la palla prima di spedirla veloce al suo attaccante: dopo aver portato la Sir Safety Conad Perugia ad uno storico triplete è pronto per una nuova sfida ad alta quota alla corte di Ferdinando De Giorgi.

In attesa di cominciare la stagione con la nuova maglia, come si tiene in forma in questo periodo?

Sono ancora a Perugia, qua io e mia moglie abbiamo quasi tutti i nostri amici e ci alleniamo entrambi, soprattutto lei che è tennista e riprenderà probabilmente l’attività prima di me“.

Come vede quindi questa nuova avventura alla Lube, dopo 6 anni intensi a Perugia?

È stato un cambiamento difficile, a Perugia sono molto legato, io e mia moglie ci siamo trovati benissimo e ci siamo pure sposati qua. Ho seminato molto in questi anni e raccolto tante soddisfazioni, quindi è ancora più difficile lasciare questo progetto.Però questo è il nostro lavoro e gli stimoli, gli obiettivi non finiscono mai. Non sono ancora in un’età in cui prendere decisioni conservative per restare in un posto a tutti i costi, ho fatto una scelta più sportiva che di vita perché qua a Perugia mi sono trovato davvero a casa mia con tutti. In questi giorni sono anche andato in azienda alla Sir a salutare tutti i dipendenti, perché c’è davvero tanta stima e affetto tra di noi“.

Qualcuno la accusa di essere poco appariscente, poco espansivo in campo. Cosa ne pensa di questa etichetta (peraltro assolutamente non veritiera, a mio avviso)?

È l’aspetto su cui tanti mi criticano, dicono che non ho carattere… Ma io sono un giocatore di pallavolo, sono pagato per fare del mio meglio in campo, il triplete lo abbiamo vinto anche perché c’ero. Preferisco restare lucido e concentrato durante la partita, guardare i miei compagni, capire i loro stati d’animo, analizzare la situazione per fare la scelta tattica migliore nel miglior modo possibile, e questo richiede tanta concentrazione. Molti mi accusano di essere un leader silenzioso, rispetto ad altri palleggiatori sembro meno trascinatore, in questo assomiglio di più a Christenson e molto meno a Giannelli e Bruno. Però ripeto, per come sono fatto io preferisco essere meno appariscente, ma non rischiare di perdere concentrazione ed energia. So qual è il mio ruolo dentro la squadra, al di là di essere capitano o non capitano, leader o non leader: so di cosa hanno bisogno i miei compagni, so chi ha bisogno di dialogo in campo e chi no, so chi devo far incazzare in certi momenti e chi no, ma per gestire tutto questo ho bisogno di rimanere freddo e lucido“.

Foto Lega Pallavolo Serie A

Lascia una Perugia che in questi sei anni è cambiata molto anche grazie a lei.

Abbiamo vinto tanto in questi sei anni, abbiamo purtroppo anche perso tanto in questo percorso, ma ho la soddisfazione di essere arrivato in una società di medio livello, in crescita, e averla portata ad essere una società vincente sia in Italia che in Europa. Una squadra in cui tutti adesso vogliono andare a giocare, o che temono quando la devono affrontare. Mi sento davvero parte di questo cambiamento societario e porterò sempre con me quello che abbiamo costruito insieme a società e tifosi“.

Proprio parlando di cambiamenti, pensando al Luciano ragazzino giunto in Italia alla Gabeca, passando per quello di Piacenza, come è cresciuto l’atleta De Cecco in questi anni in cui ha lavorato con grandi allenatori?

Nei primi anni ho imparato tanto da chi stava intorno a me, ma tendevo sempre a spingere il mio gioco, erano gli altri ad adattarsi a me. Poi a Piacenza ho avuto uno step di crescita importante: al mio gioco estroso,fatto a volte di giocate imprevedibili, ho cominciato a mettermi più a disposizione della squadra e dei singoli giocatori, cambiando anche certi tipi di alzata per andare incontro ai miei attaccanti. Fei e Papi, per esempio, volevano una palla molto spinta, Zlaty la voleva molto più comoda… e questo ti obbliga a essere sempre lucido! La sfida di ogni palleggiatore è essere più adatto ad adattarsi alla maniera di giocare di ogni compagno“.

E a Perugia?

Anche lì è stato lo stesso, ho sempre avuto un opposto forte, ma il primo anno le bande erano più di equilibrio e i centrali più muratori che attaccanti, e nonostante questo siamo riusciti a raccogliere risultati importanti con un gruppo che a livello di esperienza e di spessore internazionale mancava ancora di qualcosa. Credo quindi che il mio più grande cambiamento sia stato adattarmi con velocità agli stili di gioco diversi, non concentrarmi più solo sul mio stile e il mio palleggio, ma mettere il mio talento a disposizione della squadra. Ho capito, anche grazie a Weber e al lavoro fatto con la nazionale argentina, che ci sono dei momenti in cui posso dare libero sfogo al mio estro e alla mia creatività, ma ce ne sono anche altri, soprattutto dopo il 20, in cui la squadra ha bisogno di più concretezza e meno spettacolo. È stato un percorso difficile, che penso di aver completato intorno ai 28 anni, ma in certe situazioni ho capito che più che forzare il mio gioco devo mettere l’attaccante nelle condizioni migliori possibili, fargli prendere la responsabilità di mettere giù il pallone che scotta, dandogli però la palla che lui vuole“.

Ufficio Stampa Sir Safety Conad Perugia

Descriva il suo rapporto con chi la ha allenata: partiamo da Lorenzo Bernardi.

Bernardi l’ho trovato molto caloroso, affettivo. Con me ha creato subito un ottimo rapporto, mi ha dato fiducia rendendomi capitano e mi ha portato ad un livello di gioco superiore in quanto a mentalità, facendo crescere tutta la fiducia del gruppo. È molto preciso, concreto, sapevamo che se facevamo le cose come lui diceva avevamo tante possibilità. Erano caratteristiche che aveva da giocatore e, anche se si è tranquillizzato, come allenatore è molto simile a quello che era… molto carico, molto sicuro, sapeva cosa ci voleva per vincere e lo sapeva fare nei momenti giusti“.

Vital Heynen, invece?

Heynen è diverso, ha una tipologia di lavoro e un modo di allenare completamente differenti. Gestisce la squadra in modo molto tranquillo, crede molto nel gruppo e nella felicità del gruppo. È complicato da descrivere, perché ti rilassa ma allo stesso tempo ti spinge a dare il massimo, chiedendoti cose ben precise e lavorando bene sulla tattica e sulla tecnica. Di sicuro in Italia non ho mai visto nessuno simile a lui. Per fortuna abbiamo vinto subito in Supercoppa al suo arrivo, così è stato più facile seguirlo nelle sue idee, senza troppe pressioni, perché davvero è difficile fare un cambiamento completo. È molto estroso, ma ha fatto capire subito che il suo sistema funziona e che può fare tante cose“.

E che aspettative ha invece su Fefé De Giorgi?

Da Fefè mi aspetto che mi dia qualcosa in più a livello tattico. Ha lavorato sempre molto bene con i palleggiatori facendoli migliorare, tutti i giocatori passati sotto le sue mani hanno sempre parlato bene di lui. Credo che avere un allenatore ex palleggiatore di altissimo livello possa darmi quel qualcosa in più per crescere ulteriormente“.

Tornando al suo arrivo a Civitanova, raccoglie una eredità bella impegnativa…

Non è mai facile arrivare in una squadra che ha vinto tutto, sarà una bella sfida, e so che il paragone con Bruno mi accompagnerà per molto tempo. Ma in Italia è così, quando uno vince diventa il miglior palleggiatore al mondo: è successo con Giannelli dopo lo scudetto di Trento a Roma, è successo a me dopo il triplete, ed è accaduto a Bruno negli ultimi due anni. È il bello del nostro sport, c’è una diversificazione molto ampia, non tutti giocano uguali, non tutti hanno lo stesso stile di gioco e questo fa si che le squadre giochino tutte in maniera diversa, altrimenti la monotonia la farebbe da padrona!“.

Quanto conta davvero il palleggiatore per vincere?

Tanti hanno criticato Christenson perché con un super squadrone non è riuscito a vincere niente, ma poi è andato a Modena e al primo anno ha vinto una Supercoppa. Non è solo il palleggio come gesto tecnico a fare la differenza, ma anche la capacità di gestirlo all’interno delle varie situazioni. Anche a me è capitato con super attaccanti di non portare a casa niente: bisogna essere bravi ad andare oltre al valore pallavolistico dei singoli atleti e mettersi a disposizione della squadra, e poi te la giochi perché a livello internazionale la differenza è davvero minima fra le squadre“.

Foto FIVB

Pensando invece alla sua Argentina, terra di grandi palleggiatori molto veloci e spettacolari, come vede l’Albiceleste a Tokyo 2021?

In Argentina abbiamo sempre avuto un problema che è legato all’altezza, sia nelle giovanili che nella nazionale seniores. Ci mancano centimetri soprattutto sul gioco di palla alta, ci manca fisicità, abbiamo un gioco più veloce, più tattico e tecnico, e quindi con Weber abbiamo provato a lavorare sulle nostre qualità più che sulle nostre mancanze. È cosi che siamo nati io, Uriarte, Orduna, Gonzalez… Weber, in riunione, ci ha chiesto lo stile ‘Brasile 2006’ e su quello abbiamo lavorato: cercare di velocizzare il gioco il più possibile senza perdere precisione, e provando ad avere sempre piu attaccanti possibili anche se la palla arriva da lontano. Ci siamo allenati tanto,abbiamo fatto tanti passi in avanti con questo obiettivo e abbiamo portato la Nazionale a tornare ad ottimi livelli. In VNL abbiamo dato prova ancora della nostra crescita e adesso andremo alle Olimpiadi con molta fiducia, tre leader esperti come me, Solé e Facundo Conte che potranno guidare un gruppo che è cresciuto e che potrà fare molto bene. Già a Rio abbiamo chiuso al primo posto il girone e siamo usciti ai quarti contro il Brasile futuro campione, più per inesperienza che per reale differenze di valore“.

Insomma, a Civitanova cambierà la musica, si passerà dal Samba brasiliano al Tango Argentino, ma se la sinfonia è suonata da un grande direttore d’orchestra… i risultati sono assicurati!

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