È l’autunno del 2017, Ronan Farrow sta intervistando Annabella Sciorra, che in tv era stata l’amante di Tony Soprano. A domanda sul perché non abbia parlato prima della violenza di Weinstein (erano quei giorni lì) dice: “Adesso, quando entrerò in un ristorante o a una festa, la gente saprà che mi è successa questa cosa. Mi guarderanno e sapranno. Sono una persona intensamente riservata, e questa è la cosa meno riservata che si possa fare”.
Qualche ora fa, attraverso il canale social di Piacenza, Gianluca Galassi ha annunciato di avere un tumore al testicolo. Ha parlato di prevenzione, di Laura, di Leonardo, di Rey. Si è preoccupato per noi, per il suo ritorno. Ma non di lui e del naturale vittimismo che accompagnerebbe un momento così difficile.
Mentre scrivo queste righe mi trovo in un bar ad aspettare un treno che arriverà fra molte ore. Ho gli occhiali da sole, gli occhi rossi, e cerco di soffocare il magone da quando ho visto per caso quel video.
La prima persona a cui ho pensato quando Gianluca ha fatto quell’annuncio sono io; un grande egoista, direte. Sì, lo sono. Galassi è l’unica ragione per cui ancora faccio questo mestiere, che non paga certo in popolarità o in spazi dedicati, ma in affetto. Quando, tra moltissimi anni, Gianluca smetterà di giocare, ho pensato che smetterò anche io, se qualcuno non avrà la sensibilità di accompagnarmi prima all’uscita. Che ci faccio senza di te Galaxy, che roba inutile sarebbe impegnarsi ad accendere la televisione la domenica, quando ti trasmettono, per vederti. Che fretta avrei di vedere i tabellini, scrivere come ho fatto nelle ultime settimane quando sei stato MVP, se l’unica mia preoccupazione non fossi tu. Un grande egoista, appunto. Leggo e rileggo le nostre chat delle ultime settimane, pensando al fatto che non avevo capito nulla, che non capisco mai alcunché che non siano il solito umorismo cretino che faccio sul mondo. Leggo e rileggo le nostre chat e penso al perché non faccio con lui ciò che faccio con i miei alunni quando sento che qualcosa non va, ovvero usare l’espressione ti vedo un po’ così. Che sciocco, sono stato.
Il fatto è che Gianluca non è mai così, perché se uno che nelle scorse ore ha affrontato un’operazione allo IEO appare sempre sorridente, fiducioso, attento agli altri e presentissimo fino alle ultime fasi accanto alla propria squadra, vuol dire che come scrivo da anni, Galassi è il più grande comunicatore di questo secolo ingrato della pallavolo. Dicevo, non partecipa mai alla logica dei cuoricini facili, al sostegno social che diamo a chiunque ci annuncia anche solo un malanno di stagione (figuriamoci una roba come quella che ha annunciato lui). È lui a consolarci oggi, a dirci che è tutto ok, che tornerà presto, che si scusa, ma che dovrà inavvertitamente trascorrere qualche tempo al di fuori dal campo e dalla palestra. Un mese fa, quando l’ho incontrato dal vivo per la prima volta (neanche un selfie decente siamo riusciti a fare…) dopo una conoscenza che è diventata una (per me, almeno) bella amicizia negli ultimi anni, mi sono reso conto di ciò che scrivo oggi, ovvero di quanto ci siamo persi non mettendo davanti al carro dei vincitori uno come Galassi. Così magneticamente capace di spostare la conversazione dove vuole, così generoso, così asciutto e privo di qualsiasi sensazionalismo e senso della popolarità, così incapace di anteporre il suo io anche in tanti momenti della carriera, ma di essere il voi che coniuga sempre tutti.
La seconda persona a cui ho pensato quando Piacenza ha postato quel video è stata Laura. Il suo grande amore, la donna che mi ha permesso di leggere il libro della vita di Gianluca perché in tutti questi anni di amicizia me lo ha tradotto e me lo ha reso comprensibile, e irrinunciabile. Lei, che è molto più una sensata cronista del mondo di quanto lo possa essere io, ha scritto una cosa semplicissima: la vita decide per noi.
Sì, la vita, in un anno in cui sembrava che la luce dovesse rimanere accesa ed essere più un faro che una lampadina, è stata molto più sceneggiatrice di ciò che potevamo pensare e ci ha servito il suo debito. Peccato per lei, perché di fronte si è trovata uno per cui usare quelle parole tipo guerriero, di cui questo pezzo potrebbe riempirsi, è un eufemismo.
La terza persona a cui ho pensato, in realtà lo è solo figurativamente, perché ho pensato a come si sia potuto percepire Gianluca prima di fare quel video.
Vorrebbe mai essere ridotto a incarnare la tua malattia? Vorrebbe mai rischiare che, se autoscatti il cancro, poi per i lettori non sarai quello che scrivi ma quello che soffri?
Da alcune ore, dopo l’uscita della notizia, mi arrivano messaggi di persone che vorrebbero scrivere un messaggio per Galassi. Anche un mio caro amico pochi minuti fa.
Voleva scrivere un messaggio ma non sapeva se gli facesse piacere, voleva dirgli: sarai sommerso di messaggi – ma a che titolo il suo sarebbe dovuto essere non uno dei quattromila messaggi che lo sommergevano. Ho pensato a tutti quelli che mi hanno chiesto e mi chiederanno: ma è vero che Gianluca sta male?, e spero non si siano offesi o si offenderanno quando ho risposto e risponderò “Fatti i cazzi tuoi”, perché un altro ricatto della malattia è che persino i peggio pettegoli accettano di non sapere i dettagli morbosi.
Non basta il mio senso di colpa, continuerei, per non aver capito niente di un amico a cui ho dedicato i messaggi migliori e le attenzioni a cui ho cercato di abituarlo?
Ho pensato quello che ha scritto Simone Giannelli, il suo compagno di stanza della nazionale pochi minuti fa. Sempre con te Gala.
È ovvio che sono sempre con te anche io Gianluca. Perché senza di te in questo mondo della pallavolo non saprei stare. E te l’ho scritto in un pezzo per VolleyNews perché sono capace di scriverti mille cose, ma oggi no. Magari domani. Magari di fronte al silenzio di quei prati in cui ti vedo qualche saltuaria giornata in estate. Un silenzio che copre tutti i rumori di una malattia che tu non vuoi proprio incarnare. E che per questo, mi fa sentire il giornalista più fortunato del mondo per il fatto di averti conosciuto e imparato a capirti e viverti.
Ho pensato che devo chiamare Gianluca e dirgli che se c’è una cosa che vorrei fare è trovare lui e Laura in un supermercato sardo dietro la mia scuola, dove si erano taggati la scorsa primavera e fare quelle cose così scioccamente milanesi che facevamo durante la pandemia per sentirci vivi, ovvero incontrarci al supermercato e parlare. Ho pensato che devo chiamare Gianluca e dirgli che quando si riprenderà, voglio imparare a sciare e a camminare in montagna senza cadere come il salame che sono sempre stato. Certo non per essere così banali da parlare della malattia – ne parlano già tutti, che noia.

Di Roberto Zucca
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