Claudio Galli: "Noi, della Generazione di Fenomeni"

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Con l’intervista di oggi, pubblichiamo il pensiero di Claudio Galli, un addetto ai lavori cresciuto a “pane e pallavolo”: notissima voce e volto della pallavolo sulla Rai ma, fino a ieri, grandissimo atleta e protagonista sul campo di più di una stagione e dell’epoca d’oro del volley nazionale…

Cosa significa aver fatto parte della “Generazione di fenomeni”?
“La pallavolo è stata e sempre sarà la mia vita: quello che sono diventato lo devo a questo sport. Quando eravamo giocatori e riportavamo quei risultati, probabilmente, non eravamo davvero consapevoli di quello che stessimo realizzando e non vi era la piena percezione dello straordinario percorso intrapreso. Eravamo un gruppo nato da un progetto federale che si era sviluppato dopo i mondiali del ’78: un progetto che avrebbe portato dei risultati ottimi nel giro di 10 anni. Una strategia lungimirante in quanto quella squadra, partendo da un terzo posto agli Europei Juniores, ha iniziato una cavalcata che ci ha permesso di entrare nella storia del volley mondiale come gruppo e come nazione”.

Vede molte differenze tra i giovani della sua pallavolo e le attuali generazioni?
“Nonostante non abbia mai fatto l’allenatore, ne vedo di enormi. Credo sia un discorso che si pone oltre alla pallavolo, in tutti gli sport. Il discorso ha tre diverse declinazioni e sfumature: fisica, tecnica e generazionale. Nel primo caso, la pallavolo, così come molti altri sport, vede attualmente una fisicità elevata, ormai dominante. Questo fattore ha inciso sull’evoluzione tecnica, o meglio, sull’involuzione: manca una capacità tecnica adeguata nei giovani che si approcciano nello sport ad alto livello. Un esempio è la ricezione: oggi si fa più fatica a ricevere una battuta come la float rispetto alla spin, questo perché mancano le capacità tecniche nel fondamentale. Per quello che riguarda l’atteggiamento, è un problema di educazione e di mentalità, oltre alle numerose “distrazioni” che oggi la vita offre ai giovani… come i cellulari, social, videogiochi, etc. Tutto questo è sintomo di una differenza di mentalità dei ragazzi, con cui bisogna imparare a convivere e confrontarsi. In palestra non c’è la stessa voglia, la stessa attitudine a sacrificarsi e lavorare come si faceva un tempo, è cambiata”.

Come e quando è iniziata la sua avventura da commentatore tecnico?
“Nel 2004 ho iniziato con Sportitalia, su suggerimento di un amico giornalista, commentando le finali di Champions League e alcune partite della Nazionale. Questa esperienza è andata avanti fino al 2011, quando sono passato a Rai Sport, che mi accompagna ancora oggi…”.

Una volta appese le scarpe al chiodo, avrebbe mai pensato di fare questo mestiere?
“Assolutamente no, e diciamo che questo per me rappresenta ancora un divertimento e una passione. Dopo la chiusura della mia carriera da giocatore, sono rimasto nel mondo dello sport, prima come agente e, poi, come consulente per le aziende. Il commento tecnico è qualcosa che mi piace e che mi diverte, un’altra sfumatura di questo meraviglioso sport”.

Quali sono le difficoltà iniziali per un ex giocatore che inizia a fare il telecronista?
“Devi abituarti a pensare a chi ti vuoi rivolgere, e quello che vuoi comunicare. Personalmente ho scelto di rivolgermi a chi già conosce la pallavolo dall’interno, cercando di dare una chiave di lettura su cosa stia succedendo in campo e quali siano gli scenari possibili nel match…”.

Qual è la differenza tra il commento di un cronista e quello di una voce tecnica e addetto ai lavori?
“Sono due piani completamente diversi: il giornalista deve descrivere l’azione, mentre il ruolo del commentatore tecnico è, appunto, quello di dare una chiave di lettura tecnica e tattica, cercando di prevedere e capire il gioco delle squadre in funzione di ciò che succede. Il fatto di avere giocato, certamente, aiuta a svolgere questo ruolo e a entrare nella parte”.

Commentando può capitare che si ricevano critiche da parte dei tifosi delle squadre, come si può rimanere neutrali senza farsi coinvolgere dal gioco?
“A mio avviso è sbagliato, però, anche rimanere completamente neutri: quando c’è una bella giocata da parte di un giocatore, è nostro dovere trasferire quelle emozioni a chi guarda la partita. Naturalmente non bisogna mai fare il tifo per una squadra all’interno di un match, tranne nel caso di partite della Nazionale o di coppe Europee che vedono impegnate una squadra italiana contro una squadra straniera. In quel caso, oltre ad essere un commentatore tecnico, sono un tifoso dei miei colori nazionali. Per quello che riguarda le critiche, ci saranno sempre. I commentatori tecnici, ancora di più dei cronisti, possono anche finire per rappresentare una sorta di capro espiatorio in caso di sconfitta. Tuttavia, ritengo di non avere mai fatto il tifo per nessuno: posso avere magari qualche simpatia per qualche giocatore o realtà, ma nonostante faccia parte del gioco, non le ho mai mostrate”.

Qual è stata l’emozione più grande vissuta durante una telecronaca?
“In realtà tutte le manifestazioni in cui una squadra italiana ha vinto contro una squadra straniera, mi hanno sempre regalato emozioni fortissime”.

Cosa ne pensa del volleymercato che sta infiammando il campionato di SuperLega e di A1 femminile?
“In questo caso rispondo con una considerazione a cui non riesco mai dare una risposta: mi domando come mai nel campionato femminile, durante il mercato, vi sia sempre il 60% di cambiamenti nei roster, anche in caso di vittoria… non c’è continuità, si ricerca troppo spesso qualche novità e variazione. Per quello che riguarda l’attuale mercato, ci sono stati dei movimenti con dei nomi che permetteranno di fare la differenza a 5-6 squadre. Un mercato importante, soprattutto nel caso vi siano così tanti infortuni “decisivi” come quelli visti nel finale dell’ultima stagione. Se Casalmaggiore avesse avuto una giocatrice più esperta dietro la Lloyd, probabilmente, avrebbe potuto dire maggiormente la sua, così come Bergamo dopo aver perso il proprio opposto di riferimento, Skowronska”.

Che considerazioni si possono fare sul nuovo corso di Mazzanti e sul secondo ciclo di Blengini?
“Mazzanti è un allenatore che ha fatto bene negli ultimi anni, e che rappresenta per questo una scelta condivisibile. Ci sono, comunque, tanti allenatori nel panorama pallavolistico italiano che avrebbero potuto ricoprire quell’incarico: lui è bravo, e, intanto, ha già portato la nostra squadra alla qualificazione per il Mondiale. Circa Blengini, dopo l’ottimo secondo posto alle Olimpiadi contro il Brasile, però, meno forte degli ultimi 15 anni, ora dovrà riconfermare quanto di buono fatto vedere con un gruppo affiatato che ha delle basi solide e consolidate”.