La pallavolo sta ingaggiando nuovi appassionati più e meglio di altri sport di squadra? Il merito è anche, forse soprattutto, di Roberto Sciannamea, il game changer della volley experience nei palazzetti, colui che per primo ha saputo trasformare una partita in un evento che diverte, intrattiene, coinvolge e fidelizza famiglie, giovani e meno giovani, semplici curiosi che, finiti magari per caso in una arena di volley, poi ci sono tornati e continuano a farlo.
Un cambiamento che, anno dopo anno, ha preso piede ovunque in Italia per poi ispirare anche altri club di pallavolo all’estero e diventare ormai una ‘condicio sine qua non’ dei grandi eventi organizzati da CEV e FIVB.
Come tutti i cambiamenti, anche questo ha dovuto fare i conti, e lo fa ancora, con lo scetticismo e l’opposizione di qualche nostalgico cresciuto con il ricordo delle curve e delle tifoserie organizzate, dei palazzetti dove il ritmo lo dettavano i tamburi, le trombe, i cori, le mani battute a tempo. Oggi, in alcune piazze storiche dove sono ancora forti e numerosi i gruppi del tifo organizzato, si devono ancora prendere le misure con questo nuovo modello di intrattenimento, con la musica, con il volume delle casse. Una convivenza possibile o impossibile?
Parleremo anche di questo, ma non solo, con Sciannamea. D’altronde, chi meglio di lui oggi può spiegarci in quale direzione sta andando la pallavolo?

Pugliese di Molfetta, classe 1988, laureato in giurisprudenza, lavora (anche) come Legal nel settore automotive oltre ad essere docente del Master in Giurista d’Impresa di RCS Academy. Avvocato, le va di raccontarci come è diventato il re degli speaker?
“Tutto è avvenuto per caso. Avevo forse 17 anni, giocavo a calcio, poi per un infortunio alla spalla nell’esordio in prima squadra fui costretto a rimanere fuori per diverso tempo. In quel periodo sono arrivato per puro caso poi alla pallavolo. Avevo un mio amico che faceva il factotum per la squadra di Molfetta. Un giorno lo speaker non riesce ad arrivare in tempo per la partita. Io all’epoca, come tanti ragazzi, facevo il dj a qualche festa, in qualche discoteca, ma il vocalist non l’avevo mai fatto. Mi mettono il microfono in mano, così dal nulla, e da quel giorno mi dicono “Guarda, tanto tu per un po’ non potrai giocare, per i prossimi mesi ti va di continuare con noi?” E da lì è nata questa cosa, una cosa che ormai mi porto dietro da 21 anni”.
Come è finito poi da Molfetta a Monza?
“Eh, ormai sono passati undici anni. Il caso volle che Molfetta e Monza si incontrassero ai play-off e in quella circostanza ritrovassi Claudio Bonati, che conoscevo bene perché a Molfetta ci aveva giocato. Quando la stagione seguente Molfetta non si iscrisse al campionato, fu lui a chiamarmi a fare lo speaker del Vero Volley, ad avere quell’intuizione”.
Oggi lei non è solo lo speaker delle squadre Vero Volley, ma viene chiamato anche all’estero per eventi internazionali.
“Nella pallavolo è stato un percorso molto molto graduale, a livello internazionale le prime convocazioni sono arrivate nel 2016-217. Questa estate mi hanno fatto notare, non lo sapevo, che ero stato il primo a fare tre finali degli Europei di seguito. Di solito lo fa sempre, diciamo, lo speaker di casa fondamentalmente”.
Nell’ultimo Europeo, quello maschile, lei era lo speaker di casa alle finali, ma senza la squadra di casa. Eppure se l’è cavata alla grande. Come ha fatto?
“Non le nascondo che ero molto molto spaventato da un palazzetto pieno ma senza l’Italia. E invece è stata una festa, è stata una grande festa per tutti. Abbiamo ricevuto complimenti e articoli di giornale da parte di tantissime riviste straniere che hanno parlato della bellezza dello spettacolo degli europei in Italia. Siamo diventati addirittura virali in Serbia per una canzone messa al momento giusto. Questo non può che fare bene comunque al nostro movimento e porta gente ad interessarsi”.
Non solo pallavolo, però. Lei ormai sta ‘esportando’ questo modello di intrattenimento anche in altre discipline. E sempre con ottimi riscontri.
“Negli ultimi tempi sono arrivate le chiamate del Milan, le chiamate della nazionale di rugby, del baseball, del padel. Quest’ultimo completamente inaspettato, per esempio, perché chiamare un italiano a fare la sport presentation a Miami, negli Stati Uniti, cioè il paese che la sport presentation l’ha inventata, per me è stato molto strano, però a quanto pare è piaciuto”.

Forse è strano lì dove non si è abituati a veder premiato il merito. Lei merita, Sciannamea. Se lo faccia dire. Per il mio lavoro qualche palazzetto l’ho visto…, personalmente il merito maggiore che le riconosco è quello di coinvolgere sempre entrambe le tifoserie, non solo la sua, e di stoppare sempre sul nascere eventuali fischi o buu di polemica. Molti suoi colleghi, invece, non me ne vogliano, ma sembrano capi ultrà col microfono da speaker.
“Ma guardi, anche io sono chiamato a sostenere le ‘mie’ squadre, ma cerco di farlo senza sfociare nel campanilismo sfrenato. Se c’è una bella azione, l’applauso se lo prendono entrambe le formazioni. La tifoseria avversaria va sempre salutata perché se questo sport vuole crescere è bello avere dei luoghi in cui portare le nostre famiglie. Io per mia sfortuna non ne ho ancora una, ma un domani vorrei portare mio figlio in un ambiente bello, pulito, dove i valori sono ancora quelli sani dello sport. Gli avversari sono avversari e non nemici. Nella pallavolo poi ci si conosce tutti, compresi giocatori e tifoserie. Per questo sarebbe stupido da parte mia attuare una modalità di quel tipo. Cerco sempre di creare questo ambiente consono per tutti, nel quale c’è sano agonismo sportivo. Sottolineo magari un pochino di più i punti nostri rispetto magari al punto avversario, ma senza arrivare a fare il capo popolo, mettiamola così. Cerco di imbeccare ovviamente i ritmi, fare diventare il palazzetto sempre caldo e quant’altro, ma sempre con il massimo rispetto dei giocatori, delle persone”.
E anche degli arbitri. Non ricordo quale partita fosse, ma ricordo molto bene che partirono dei fischi all’indirizzo degli arbitri. Lei fermò tutto e disse una cosa del tipo “ragazzi, gli arbitri sono umani come noi, sbaglio io, sbagliano i giocatori, può sbagliare anche l’arbitro. Facciamogli un applauso e ricominciamo a giocare”.
“Sì, lo ricordo bene anche io, era una partita di Superlega. Per me deve essere quella la modalità sportiva da quel punto di vista. Devo dire che per fortuna nei palazzetti dove gioca il Vero Volley abbiamo creato proprio quella sacca di sportività, infatti non si sentono più fischi ormai da non so quanto tempo”.
Le va riconosciuto anche un altro merito: quello di essere uno dei pochi speaker a non essere solo speaker. Alla consolle gestisce tutto lei.
“Tutto, tutto. Cioè dj e speaker insieme, perché mi piace avere un po’ il controllo di tutto e perché secondo me le due cose vanno fortemente insieme. La scelta del momento, come sottolinearlo a livello vocale, a livello musicale, deve andare di pari passo. Pensiamo ad esempio al caso in cui lo speaker deve fare un enorme annuncio, ma il dj manda una base sbagliata: ci sarebbe un mismatch proprio a livello emotivo”.

Eppure in alcuni palazzetti speaker e dj sono due figure distinte e separate.
“Se si trova una quadra, una collaborazione tra i due ruoli potrebbe anche funzionare. Da qualche anno io personalmente ho trovato, diciamo, più diretto farlo da solo, con qualche eccezione. Nel rugby ad esempio siamo in due a fare gli speaker, ma uno dei due fa comunque anche il dj”.
Proprio in questi giorni sta tenendo banco il caso PalaPanini. C’è chi sostiene che di certi ‘templi’ dello sport bisognerebbe avere più rispetto. Mettere musica a Modena è irrispettoso nei confronti della storia della tifoseria e del palazzetto? Lei che idea si è fatto a riguardo?
“La mia proiezione è sempre che questo tipo di intrattenimento sia una cornice e il quadro debba sempre assolutamente rimanere la partita. Quindi tutto quanto questo tipo di intrattenimento deve essere prodromico. Deve far sentire alla squadra il calore del tifo. Cioè, non è un intrattenimento fatto semplicemente perché dobbiamo farlo, ma un intrattenimento che deve rendere il palazzetto più caldo, ovviamente. Ci sono dei posti dove magari questo veniva fatto già ampiamente da alcune tifoserie e che magari in questo momento si sentono un pochino messe da parte, tra virgolette. Non conosco direttamente la situazione, ma da quello che ho letto, sembra che il tifo si sentisse surclassato dalla musica. Come dicevo prima, secondo me è tutta una questione di dialogo. Voglio comunque esprimere la mia vicinanza allo speaker del PalaPanini che conosco veramente bene, abbiamo collaborato insieme agli Europei a Modena, è uno speaker eccezionale, nonché un ragazzo splendido. Gli insulti non vanno giustificati, non ci dovrebbero mai essere. Parliamo di pallavolo, parliamo di uno sport bellissimo”.

Lei che rapporto ha con le ‘sue’ curve?
“Ottimo. Abbiamo una fortuna, forse, che è quella di essere un po’ cresciuti insieme in questi anni, mettiamola così. Con entrambe le curve Vero Volley abbiamo creato sin da subito un dialogo ipercostruttivo, abbiamo creato un format nel quale la musica e la curva non solo coesistono, ma insieme sono meglio che solo la curva o solo la musica”.
E ai giocatori questo piace, diverte?
“Loro impazziscono. Il riscontro è molto alto e assolutamente positivo. Ne racconto una: tante giocatrici di Milano, ad esempio, mi hanno raccontato che dopo i timeout, durante i quali avevamo coinvolto il pubblico con il Can-can o il Sirtaki, poi tornavano in campo con una carica incredibile. Quella musica, e non solo quella, forse ha contribuito a cambiare le sorti di tante partite. Chi lo sa. Ma anche giocatori e giocatrici poi divenuti avversari continuano ad avere la loro musica personalizzata quando vengono a giocare da noi. A Gianluca Galassi, tanto per fare un esempio, continuo ancora a mettere Galaxy. E guai se non lo facessi…- sorride, ndr -. Ne racconto un’altra. Obossa quando giocava qui aveva la sua canzone. Gliel’ho rimessa a Taranto ai Giochi del Mediterraneo questa estate e lei ne è stata molto felice”.
È divertente anche per gli arbitri?
“Le dico solo questo, ce ne sono alcuni che quando mi vedono mi dicono “avvisami quando fai la spada laser così mi preparo””.
Già, è vero. Lei usa anche la spada laser. Un must ormai anche quella.
“Se non lo faccio la gente mi incomincia a scrivere su Instagram chiedendomi perché non l’ho fatta. Non le dico quale grande squadra, non lo dimenticherò mai, ma una grandissima squadra una volta in Champions League arriva per una grande partita e il loro allenatore mi guarda e mi fa: “Oggi facciamo Star Wars?””.
Al di là dell’episodio di Modena, bisogna essere onesti e constatare che in certi palazzetti non si farebbe peccato ad abbassare un po’ il volume della musica. Lo dico per esperienze dirette, lei oggi è uno dei pochi che hanno trovato il giusto equilibrio con i decibel. Di sicuro l’unico che ha capito che a fine gara, per agevolare anche le interviste di noi giornalisti, si può tranquillamente accompagnare il deflusso degli spettatori con un tappeto musicale a volume più basso invece di far partire una discoteca spacca timpani.
“È una critica alla quale noi siamo sempre stati molto attenti. In passato è capitato anche per colpa mia diretta di sforare, magari non ce ne siamo accorti. Purtroppo molte volte si sommano i volumi, pensate a due tifoserie con i tamburi più la musica nello stesso momento. Non le nascondo che qualche personaggio in cerca d’autore ha cercato anche di cavalcare questa polemica instillando un po’ di livore nei tifosi, per fortuna non riuscendoci. La questione è capire che non siamo da soli nel palazzetto, e che nel palazzetto a qualcuno piace una cosa, a qualcuno piace qualcos’altro. Per fare tutti contenti bisogna essere bravi a trovare una soluzione intermedia”.
Facile a dirsi, difficile a farsi.
“Il dover per forza dire “quello fa schifo perché a me non piace” è poco democratico e la democrazia è bella perché anche quando io sono in minoranza devo accettare che agli altri può piacere qualcosa di diverso. Oggi alla stragrande maggioranza degli spettatori piace questo qualcosa di diverso. Ma a qualcuno a quanto pare non va giù”.
A chi non va giù?
“Probabilmente a quei pochi che vorrebbero tornare a vedere le partite di pallavolo come quindici anni fa. Persone che non vogliono rendersi conto che se staccassimo la spina e spegnessimo le luci, il 90% degli altri spettatori ci verrebbero a chiedere perché lo abbiamo fatto. La pallavolo è cambiata, sta cambiando, e all’esterno se ne ha una percezione molto più chiara forse”.
Cosa intende?
“Ne potrei fare tanti di esempi. Una volta, tanto per dirne una, a una partita di Milano femminile c’era Alessandro Cattelan tra il pubblico e il giorno dopo in radio ha raccontato di quanto fosse rimasto colpito da quella esperienza. Va detto che la pallavolo, rispetto ad altri sport, è agevolata da un ritmo e tempi di gioco differenti. Tra punti più veloci, timeout, videocheck, pause tra un set e l’altro, abbiamo molti più momenti per intrattenere e coinvolgere il pubblico. E questo gli altri sport ce lo invidiano, e al contempo ci riconoscono la bellezza delle nostre partite e di quello che costruiamo attorno. La pallavolo ha preso una direzione precisa e in tanti stanno cercando di emulare o di adattare questo modello di experience”.
In questi anni la pallavolo italiana sta ottenendo grandi successi sia con i club che con le nazionali, ma forse i risultati da soli non sarebbero bastati a riempire i palazzetti.
“Le cose secondo me sono cambiate proprio sul metodo di approccio alla partita. Oggi, almeno da quello che sento, che mi viene riportato da più parti, e che vedo in prima persona, capita spessissimo che tanta gente compri il biglietto di una partita perché incuriosita dal format, perché ha sentito parlare dell’evento, dello spettacolo, di quanto ci si diverta nei palazzetti di pallavolo. E poi avviene la magia: si innamorano della pallavolo, continuano a tornare e alla fine in tanti diventano anche parte integrante della tifoseria organizzata”.
“Guardate ad esempio cosa è successo a Napoli nella partita inaugurale dell’Europeo maschile in Piazza del Plebiscito. Lì abbiamo dovuto mantenere l’attenzione del pubblico per quasi un’ora mentre pioveva, e nessuno è andato via. La risposta è stata più che positiva da parte del pubblico. Questa estate ho ricevuto tanti messaggi da persone che magari la pallavolo non la conoscevano e si sono appassionate durante gli Europei andando a vedere le partite a Modena, Torino e Milano”.

La pallavolo, dunque, sta uscendo dalla sua nicchia, con buona pace della nicchia. D’altronde accrescere il numero di appassionati è la mission che si sta dando l’FIVB.
“Il cambiamento non deve spaventare e non deve essere demonizzato da piccole sacche di resistenza. Io sono sempre dell’opinione che se vuoi ampliare devi differenziare. La pallavolo sta cercando di ampliare l’offerta e i numeri le stanno dando ragione nel corso degli anni. Questo tipo di intrattenimento non toglie nulla a chi vuole vedere la partita, contemporaneamente dà qualcosina in più magari a gente che questo sport non lo conosceva, che magari all’inizio si è approcciata con simpatia, che ora ha incominciato invece a seguirlo anche perché gli piace quello che c’è attorno”.
Di questo cambiamento lei è l’apripista e il game changer, questo le va riconosciuto.
“L’ho raccontato all’inizio, tutto è successo per caso, ma non staremmo qui a parlarne oggi se la società del Vero Volley non ci avesse creduto fortemente come ha fatto e come continua a fare. A Monza lo scorso anno è stato installato uno schermo gigante, e curvo, che nessun altro ha, mentre quest’anno sono state installate delle nuove luci che faranno parte di di questo spettacolo, andando a sottolineare ancora di più i momenti importanti della partita. La visione che ha avuto anni fa il Vero Volley è quella di offrire uno spettacolo che valorizzi lo sport. Lo ripeto, si fa tutto questo per mettere la partita sempre al centro. E credo che questa sia la direzione corretta”.
Un modello partito dall’Italia e ora copiato anche all’estero. Anche questo va riconosciuto: siamo stati noi i primi.
“Nella pallavolo sicuramente sì, e mi fa piacere vedere che un po’ tutto il mondo vada in questa direzione. Se ci pensiamo, oggi le Olimpiadi vengono fatte così, i mondiali vengono fatti così eccetera eccetera. Diciamo, che tutti si sono un po’ uniformati a questo format, e questo non mi può che far piacere essendo stati noi, come paese, comunque i pionieri da questo punto di vista”.

Non sarà un po’ troppo uniforme questo format? Mi spiego meglio: finali di Champions uguali alle finali degli Europei, tanto per dire. Oppure tappe di VNL in Thailandia che non si distinguono da quelle in Brasile o in Giappone o in Cina e così via. Non sarebbe più bello caratterizzare di più gli eventi?
“Sono assolutamente d’accordo, la caratterizzazione funziona sempre. In base a dove si gioca, la formula dovrebbe essere almeno 70-30: per il 70% il format deve rimanere tra virgolette uguale e per il restante 30% va caratterizzato valorizzando la sede di gioco. Noi quest’anno lo abbiamo fatto all’Europeo differenziando con le musiche quello che abbiamo fatto a Napoli rispetto a quello che abbiamo fatto nelle altre città italiane, quindi sono convinto che si potrebbe fare la stessa cosa anche in VNL. È importantissimo adeguarsi al contesto. Il lavoro dello speaker per certi versi è simile a quello di un allenatore che prepara la partita e studia l’avversario. Noi dobbiamo, o dovremmo, analizzare a monte in che contesto andiamo a fare gli speaker o i dj. Anche perché è bello dare spazio ai comitati organizzatori locali, spazio per caratterizzare, per far ricordare a tutti che quella tappa era lì”.
Visto che oltre alle origini pugliesi siamo accomunati anche dalla passione per Star Wars, direi che l’intervista la possiamo chiudere citando il Mandaloriano: “Questa è la via”.
“Direi che ci sta. Questa è la via”.

Intervista esclusiva di Giuliano Bindoni
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