La Numia Vero Volley si è presentata a Milano in vista dell’ormai prossima stagione sportiva 2026/27: presente all’evento con le sue nuove giocatrici c’era anche Gianlorenzo “Chicco” Blengini, reduce dal Campionato Europeo, ancora in corso di svolgimento, dove è stato eliminato negli ottavi con la sua Bulgaria (dalla Germania).
L’arrivo di Blengini a Milano, al posto di Stefano Lavarini tornato al Fenerbahce di Istanbul in Turchia, è stata una delle notizie che ha “scosso” l’estate della pallavolo, ma questo non gli ha certo tolto la curiosità e la voglia di essere protagonista anche nel settore femminile, che lui stesso ha definito una situazione diversa dalla sua “comfort zone“. Ecco le sue parole a margine della conferenza di presentazione della Numia Vero Volley Milano, a meno di 24 ore dal suo rientro in Italia, ma già con tanta voglia di dedicarsi alla sua nuova avventura.
È una nuova esperienza per te, la prima alla guida di una formazione femminile: “Sì, è un’esperienza nuova. Molto, molto stimolante. Molto, molto bella… spero, molto bella. E, inizialmente, dovrò studiare. Nel senso che dovrò studiare la situazione, perché chiaramente è un contesto completamente nuovo e per evitare di essere inopportuno su certe considerazioni, soprattutto su quelle tecniche. Perché, poi, alla fine giochiamo a pallavolo e la pallavolo è pallavolo. Ci sono cose che secondo me sono sovrapponibili, ce ne sono alcune che sono convenienti, altre che, magari, lo sono meno. Bisognerà capire bene, come sempre, qual è la scelta migliore per la squadra, per le ragazze, per entrare nel discorso dei sistemi di gioco e delle questioni tecniche. Sono tutte cose da capire passo dopo passo, senza impazienza, senza fretta, con la giusta attenzione, per non essere affrettati anche in certe conclusioni. A me non piace essere definitivo. Quando si ha a che fare con le persone mi piace lavorare in progressione, perché le persone si modificano, cambiano gli stati d’animo, le condizioni e, quindi, è importante adattarsi costantemente“.
Ha già avuto occasione di parlarne anche con Julio Velasco, data la vostra conoscenza personale e la sua esperienza sia nel settore maschile che femminile? “Tra colleghi ci si confronta, si chiacchiera, poi, con Velasco il rapporto è di lunga data, è un rapporto non come quello con altri allenatori. Abbiamo lavorato insieme, siamo legati anche da un affetto extra-pallavolistico. Per adesso, però, non l’abbiamo ancora fatto perché appena 48 ore fa ero con i ragazzi della Bulgaria. Ci sarà tempo, sicuramente, ma qua adesso bisogna calarsi sulla specificità di queste ragazze, del gruppo, dell’andare in campo con gli equilibri progressivamente sempre più efficaci“.
Nella presentazione della squadra si è parlato apertamente dello Scudetto come uno degli obiettivi per la Numia Vero Volley Milano: “Questo, secondo me, non è qualcosa che deve spaventare. Credo che quando ci sono delle aspettative, significa che c’è qualità. Perché, altrimenti, non ci sarebbero le aspettative. Non è che uno se le inventa, non è che si dà a una squadra che ha poca qualità un’aspettativa alta. Quindi, è evidente che questo indica gli sforzi che la società ha fatto per allestire una squadra di qualità e noi tutti siamo qua perché ci piace stare in un posto dove la qualità è alta e, quindi, è normale che dobbiamo fare i conti con le aspettative, che devono essere più un privilegio. Perché non è per tutti che le persone intorno a te si aspettino che tu faccia molto bene. Non è per tutti. E di questo bisogna godere, bisogna essere felici di poterlo vivere. Quando in un contesto come quello dello sport di alto livello, dove i risultati la fanno da padrone, uno è anonimo, si gratifica con altri aspetti, ma vuol dire che non ha un livello sufficiente, senza niente da togliere alla qualità delle persone. Però, lo sport di alto livello vive di risultati, quindi, questo secondo me non deve essere vissuto come un tabù o qualcosa di negativo: è una consapevolezza di cui bisogna prendersi la responsabilità e da coltivare quotidianamente“.
Parlando, invece, della sua scelta? “Cosa mi ha spinto ad accettare questa sfida? Intanto, sentirsi veramente tanto, tanto voluti dalla società, dalla proprietà, dal direttore sportivo, Claudio Bonati, che già da diverso tempo mi stimolava da questo punto di vista. Poi, mi ha spinto anche l’idea di mettermi alla prova su una situazione che non è la mia ‘comfort zone’, no? È una sfida con me stesso. Non che allenare una squadra maschile che punta a vincere lo scudetto nel campionato italiano sia tanto ‘comfort’, però, ‘comfort’ nel senso che qui c’è tanto da scoprire, da imparare. Sono molto curioso di vedere anche me stesso in questa situazione, non solo di capire le ragazze, di capire quali equilibri tecnici o tattici ci sono da attuare. Sono anche curioso di vedere come io mi relazionerò con loro nella quotidianità, nel suggerire, nel proporre questioni che riguardano il nostro modo di giocare a pallavolo“.
È il momento giusto della sua carriera in cui accettare questa sfida? “Questo lo vedremo. Lo sport è fatto di momenti alternati che non dipendono solo da te. Intanto, io credo che i primi protagonisti siano sempre i giocatori, perché, poi, alla fine si vince, si perde, ma i protagonisti sono loro. Sono loro con la loro qualità, sono loro con la voglia di mettersi in competizione, quindi… è un momento in cui questa proposta è adatta a quello che è il mio momento. Nel senso che nei primi due anni in cui ho iniziato il mio cammino con la nazionale bulgara c’era veramente tantissimo da fare anche durante l’inverno, non solo nel periodo estivo. Perché c’era un progetto che partiva, da strutturare non solo dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro quando eravamo in palestra, ma c’erano tante cose da fare anche dal punto di vista organizzativo. Adesso, lì la situazione si è stabilizzata e la maggior parte del lavoro è da fare durante l’estate, quindi, già questa è una predisposizione per un incarico sovrapposto che è differente rispetto a qualche anno fa. Per il resto, se i momenti sono giusti o sbagliati si vede sempre dopo. È come per i cambi durante le partite: se sono giusti o sbagliati si vede sempre dopo. Per esempio, uno fa un cambio in battuta, chi entra fa ace, allora sei un fenomeno, ma se sbaglia la battuta tutti chiedono “perché l’hai cambiata?”. È perché io devo decidere prima e tu puoi fare una considerazione dopo! Queste cose qua fanno parte della responsabilità che ha il ruolo dell’allenatore e non lo puoi sapere prima, e questo è quello che, forse, un po’ crea lo stress, no? Quando si parla di stress, bisogna decidere continuamente senza certezze, con competenza, consultandosi con i collaboratori, con l’esperienza e anche con un pizzico di quella cosa che inizia con la “C”…“.
A pochi allenatori è successo di guidare nello stesso periodo sia una squadra maschile che una femminile… “Ma io non vivo, come dire, privilegi da dire sono ‘uno dei pochi‘. Semplicemente, la proposta è stata molto stimolante, insistente, quindi, quando uno si sente voluto è qualcosa che, ovviamente, è gradevole ed è piacevole. Non vedo altre sfumature. C’era questa possibilità, a me piaceva l’idea di di mettermi alla prova, a loro anche, quindi, abbiamo deciso di abbinare le due volontà. Con qualche ragazza ho già parlato, altre le ho viste oggi, le ho salutate e piano piano parleremo. All’inizio devo cercare di evitare, come ho detto, di fare danni. Dovremo essere bravi a capire nei momenti, che saranno molti, del ‘noi siamo sempre state abituate così’ quanto vale la pena di provare a cambiare delle abitudini, perché, magari, migliorano l’efficienza e quanto rispettare tutta una serie di altre cose. Perché, poi, l’obiettivo è quello di sentirsi bene. Per poter offrire la miglior versione di se stessi bisogna sentirsi bene, e per sentirsi bene ci vogliono anche delle cose che, al di là del valore che hanno, ti fanno stare bene. Quindi, se uno è abituato a fare così… vedremo quanto. Credo che ci siano delle cose che si possono fare, altre che non sono sovrapponibili in partenza, però, non è generale, perché dipende anche dalla qualità dei giocatori, ma questo anche se uno fa solo il settore maschile o femminile. Ci sono delle squadre su cui vale la pena puntare l’accento su alcuni aspetti tecnici o su altri in casi diversi. Faccio un esempio: se c’è una squadra con una linea di ricezione molto forte, vale la pena puntare su centrali che sono bravi in attacco, ma se tu questo non ce l’hai fai un ragionamento diverso. Non credo molto a questa idea che ogni tanto sento, del tipo: ‘Eh, non sta andando bene la stagione perché non gli hanno preso i giocatori adatti al suo sistema di gioco’. Secondo me la cosa principale che deve avere un allenatore è adattare il sistema di gioco, la propria idea di gioco, a quelle che sono le caratteristiche e le qualità dei giocatori che ha a disposizione. Questa è la sua virtù principale. La virtù principale di un allenatore è quella dell’adattamento. Adattarsi alle situazioni, ai momenti e anche a cose più di natura tecnica, come queste“.
Di Dario Keller
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