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Simone Giannelli è un G.O.A.T., eppure fuori dalla pallavolo lo conoscono in pochi. Perché?

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Da Il Cavaliere Oscuro, probabilmente il capitolo più riuscito di tutte le saghe cinematografiche di Batman, prendiamo a prestito una frase diventata cult anch’essa: “Perché Batman è l’eroe che Gotham merita, ma non quello di cui ha bisogno adesso”. Una frase che ci rimbomba costantemente nella testa quando riflettiamo, non senza fare esercizio anche di autocritica, sul perché la pallavolo oggi non abbia, o non riesca ad avere, un suo eroe, un frontman. Questo sport, a tinte tricolori, sta vivendo la sua età dell’oro tra uomini e donne, eppure sentiamo ancora dire, ripetere, affermare che la pallavolo non sfonda, non buca lo schermo, non conquista le prime pagine dei giornali perché le manca un ‘personaggio’. Che brutta parola ‘personaggio’…

Agli occhi di tanti, invece, riprendendo e riformulando quella frase di Batman, Simone Giannelli è senza dubbio l’eroe che la pallavolo merita e anche quello di cui ha assolutamente bisogno oggi, ora, adesso. Peccato solo che, al di fuori del nostro cerchio magico, all’interno del quale ce la si canta e ce la si racconta, chi sia Simone Giannelli lo sanno in pochi. Troppo pochi. Colpevolmente pochi. Perché?

foto FIPAV

Cantandola e raccontandola, a questi pochi proviamo a spiegare, in estrema sintesi, che Giannelli altro non è che uno degli sportivi italiani più grandi di tutti i tempi. E in quanto facente parte di questo club esclusivissimo, appartiene al contempo ai più grandi a livello mondiale. A 30 anni, compiuti solo lo scorso 9 agosto, questo ragazzone di due metri, in arte palleggiatore, ha già vinto la qualunque tanto a livello di club quanto di nazionale.

Ad oggi, nel giorno in cui scriviamo il calendario segna 16 settembre dell’anno di grazia 2026, nel suo palmares figurano 4 Scudetti, 2 Coppe Italia, 4 Supercoppe Italiane, 4 Mondiali per Club, 2 Champions League, 1 CEV Cup. E ancora, con la maglia azzurra, 2 ori (consecutivi) ai Mondiali, 1 argento olimpico, oro argento e bronzo agli Europei, più altri argenti in VNL e Coppa del Mondo.

A livello individuale, poi, si aggiungano titoli di MVP in tutte le salse: Superlega, Champions League e Mondiale per Club, più ai Mondiali e agli Europei con la nazionale. Accoppiata, quest’ultima, che nella storia di questo sport è vanto solo di appena tre giocatori: lui (MVP sia all’EuroVolley 2021 sia al Campionato del Mondo 2022), Vyacheslav Zaytsev (URSS – Mondiale 1982, EuroVolley 1985) e Lorenzo Bernardi (Italia – Mondiale 1994, EuroVolley 1995). Ne dobbiamo dire altre? Ha esordito in Serie A1 di pallavolo all’età di 17 anni, 2 mesi e 18 giorni e a 18 in nazionale maggiore.

Foto Fipav/Rubin

Entrando un po’ più nello specifico, Giannelli in campo è quel giocatore che ruba gli sguardi, ti lascia a bocca aperta, ti fa spellare le mani, ti emoziona, di gasa, ti fa venir voglia di tornare a casa, prendere un pallone e provare ad emularlo. Ma Giannelli tutto questo lo fa senza essere attaccante, top scorer, bomber. Lui è il regista delle sue squadre, lui palleggia. Semplicemente, lo fa come nessun altro. Agli occhi dei profani piaceranno le sue alzate a una mano per centrali e attaccanti laterali, o in bagher, o addirittura col dorso della mano come in Italia-Repubblica Ceca. Gesti difficilissimi, spettacolari, ma nelle corde anche di altri suoi illustri colleghi.

FOTO: Fipav Creative Hub

Agli occhi di chi vive per la pallavolo, invece, il brivido arriva quando la palla è ancora in aria dopo la ricezione: è lì che Giannelli compie le sue magie. Sono attimi che durano pochi secondi, spesso meno. Lui gira la testa per guardare dove sono posizionati gli avversari, alle volte gli basta usare la coda dell’occhio, impone le sue mani verso l’alto, carica sulle gambe, prende il volo e sale, sale, sale. Quando la palla discende e tocca i suoi polpastrelli, gli avversari dall’altra parte della rete sono già ipnotizzati, pietrificati, perché non sanno cosa fare, dove andare, chi marcare.

Vicino a Giannelli c’è un centrale che è già per aria, è a lui che andrà la palla? No, forse la dà all’opposto, guardalo, sta già staccando da seconda linea. Anzi no, guarda lì, siamo scoperti sullo schiacciatore, sta per saltare anche lui. Salto, non salto, vado a destra o vado a sinistra, poi invece arriva la pipe e buonanotte…

Domande, dubbi, che, se giochi dall’altra parte del campo, ti spappolano il cervello in una frazione di secondo, e poi ancora l’azione dopo, e poi ancora e ancora, così per tutta la partita. Giannelli fa saltare e impazzire tutte le catene di muro, smarca i suoi attaccanti, li porta a schiacciare contro muro a uno o muro zero, e nessuno può farci niente.

FOTO: Volleyball World

Nella parte di campo di Simone Giannelli si suona e si balla una danza velocissima, maledetta e bellissima, fatta di inganni e schiaffoni al pallone. Anche suoi all’occorrenza. Ovviamente non è sempre festa, non è sempre punto, perché lo sport è così, vincere sempre è utopia. Ma se hai Giannelli dalla tua, vincere è più facile.

Se solo le Tv facessero un sforzo maggiore in termini di regia, svincolandosi dalla solita inquadratura sul lato lungo del campo e ‘ritmando’ quelle sui lati corti, allora sì, anche chi guarda da casa, anche chi è meno tecnico, anche lo spettatore meno assiduo potrebbe apprezzare di più e meglio la magia di questi movimenti, di queste finte, di questi salti a vuoto. Insomma, la bellezza, la poesia, il genio di certe giocate e di certi giocatori.

Ma non è solo di giuste inquadrature che difetta la pallavolo per bucare lo schermo, per creare il suo ‘personaggio’. Pardon, eroe. Se Simone Giannelli, un G.O.A.T., è poco conosciuto fuori contesto, le ragioni su cui bisognerebbe riflettere sono molteplici. Leghe, in questo caso quella maschile, ma soprattutto la Federazione, hanno mai messo a terra una reale strategia di valorizzazione e promozione di campioni di questo calibro? Giannelli stesso, cosa avrebbe potuto fare o potrebbe fare meglio per ‘vendersi’ come meriterebbe? Dovrebbe diventare più social? Dovrebbe farsi intervistare più spesso? Dovrebbe raccontarsi di più, a scapito anche di quella sfera privata che sin qui ha protetto in maniera efficace e legittima? Quanto ai giornalisti, ai media, alla stampa, abbiamo responsabilità oggettive dietro questa flebile, se non proprio afona, narrazione dell’eroe pallavolista?

foto BSMT

Mentre ci poniamo queste domande, all’Europeo maschile qualcosa si muove. Sugli spalti campeggiano cartelloni, in numero crescente ad ogni partita, che parlano di Giannelli “mio padre (il più gettonato), mio nonno, mio marito, mio cugino, mio fratello”. Un’onda nata per gioco, per scherzo, su invito di Lavia e Romanò ai tifosi, che si sta gonfiando sempre di più diventando fenomeno virale. Alle volte basta poco per far partire un ingranaggio. Se qualcuno aspettava una scintilla, eccola. Il motore adesso è acceso. Di certo, uno come Giannelli, avrebbe meritato e merita di conquistare notorietà in altro modo. Seriamente, non per gioco. Perché, seriamente, la pallavolo, e chi ne fa le veci, sta sprecando un’occasione unica e irripetibile.

Nonostante una nota azienda venda da poco magliette con la scritta “L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sulla pallavolo”, nella realtà delle cose continua ad essere devota al dio pallone. Quello che si prende a calci. Forse sfugge un’evidenza non banale: i giovani italiani di oggi non hanno mai visto la Nazionale di calcio partecipare a un Mondiale, così come una Ferrari vincerlo o la Nazionale di basket fare una qualunque cosa degna di nota (con rispetto parlando).

Oggi i ragazzi seguono Sinner, Antonelli, Tamberi, Curtis. Sarebbe bello, solo per dirne una, se prendesse piede la moda di andare in giro per strada indossando le canotte delle Nazionali di pallavolo come negli Anni 90 facevano i loro padri con quelle NBA. Sarebbe bello leggere sulle loro schiene i nomi di Giannelli ed Egonu, Michieletto e Sylla, Bottolo e Orro, Romanò e Danesi eccetera eccetera eccetera.

Sarebbe bello. Sarebbe giusto. Sarebbe utile… se solo conoscessero questi fenomeni. Possibile che sia così difficile… renderlo possibile?

Di Giuliano Bindoni
(© Riproduzione riservata)

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