Ci sono storie che non hanno bisogno di tante parole per essere raccontate, basta lasciarle “parlare”. Non certo perché non abbiano molto da dire, ma semplicemente perché hanno così tanto da insegnare che è sufficiente farle scorrere. Possono quasi raccontarsi da sole, da quanto valgono. Il “viaggio” nella pallavolo, e anche quello di vita, di Jacopo Massari, nuovo schiacciatore del Consorzio Vero Volley, è proprio una di quelle storie.
Una storia di quelle che vale la pena di ascoltare e leggere: in questa prima parte della nostra intervista con lui, ripercorriamo le tappe e il racconto di una carriera che lo ha portato a “girare” in un lungo viaggio fatto di esperienze in Italia e all’estero, prima di approdare a Monza, in quel profondo Nord in cui non ha ancora giocato.
Jacopo Massari è di Parma, una delle “culle” della pallavolo nazionale, anche se oggi un po’ meno di ieri. Una città che ha visto i fasti, i successi e il grande volley di una squadra che, sotto i nomi di Santàl e Maxicono, per esempio, dominò il mondo. Com’era essere un giovane giocatore, classe 1988, e un appassionato di pallavolo in quegli anni a Parma? Lo diciamo per chi non c’era, non ha vissuto quello di cui stiamo parlando e che possiamo solo invitare a riscoprirlo… “Sicuramente per uno come me, che sono di Salsomaggiore Terme e avevo scoperto il volley grazie a mia sorella, affacciarsi all’inizio della mia esperienza su quel palcoscenico era qualcosa di speciale. Si respirava pallavolo. La mia prima esperienza sul campo è stata proprio a Parma, nelle giovanili, quando la Maxicono stava chiudendo la sua storia e iniziava, invece, quella di una nuova realtà, l’Unimade. Quindi, ho vissuto un po’ la fase calante e la rinascita della pallavolo in città e, sicuramente, ho avuto la possibilità nei primi anni di vedere da vicino sia i giocatori della Maxicono come quelli, diciamo un po’ più vecchi, della Santal. L’emozione di allenarsi al Palaraschi, l’impianto delle sfide di quegli anni contro società come Modena e Ravenna, era tangibile…“.
Parma, Modena, come Piacenza: tappe di quella famosa via Emilia, anche e non solo nel volley, che unisce pure più punti del tuo viaggio. Sarebbe giusto ricordare anche Ravenna, ma quella maglia non l’hai mai indossata… “Sì, a Ravenna da giocatore non sono arrivato… però, in tutte le altre ho giocato! Sono stato fortunato che il mio primo contatto con la pallavolo di alto livello sia stato a Piacenza. C’era Lorenzetti e aveva fatto questa sorta di provino con i ragazzi di Parma che sarebbero potuti andare lì ad allenarsi, perché lui incominciava la sua nuova esperienza con la Serie A di Piacenza. Ero al primo anno di università, avevo vent’anni. Così, è iniziato il mio percorso nel volley, proseguito anche con due differenti esperienze sia a Piacenza che a Modena in altrettanti momenti diversi“.
In quegli anni in poche decine di chilometri si potevano trovare rivalità enormi e anche differenze significative nel modo di vivere la pallavolo: come è stato, per te, passare da una piazza all’altra? Quali erano le sensazioni? “Dico soltanto che quando sono andato a Modena i miei amici, ridendo, mi dissero che non avrebbero più fatto il tifo per me! Dal mio punto di vista, che sono un amante dello sport a 360 gradi, ho visto tutto come un’opportunità. Poter vivere diverse realtà di quel livello era per me un’emozione, qualcosa per cui tutt’ora ho un autentico senso di gratitudine. Non ho mai vissuto come un tema di rivalità andare a Modena o cambiare squadra, anzi. E quando ho giocato le mie prime partite al PalaPanini è stato qualcosa di assoluto, in un luogo davvero speciale e importante“.
Dopo Piacenza, il tuo viaggio prosegue in Italia e anche all’estero, con esperienze diverse: nel BelPaese passi da Città di Castello prima di tornare a Piacenza e, poi, a Modena. Quindi, ci sono Vibo Valentia, Civitanova, Siena, Catania e ancora Modena, prima del futuro a Monza con il Consorzio Vero Volley. Le tappe all’estero le vediamo dopo… “Il passaggio a Vibo Valentia fu un’esperienza particolarmente interessante, nel senso che venivo da Modena e avevo fatto questo ‘salto’ anche per trovare un po’ più di spazio in un posto che aveva, come dire, una storia, un’ambizione, la cultura della pallavolo. Anche molti giocatori che arrivavano dall’estero e volevano affacciarsi alla pallavolo italiana, atleti molto forti, arrivavano a Vibo, che per tanti era la prima ‘finestra’ sul nostro campionato“.
Quella creata e fatta crescere dalla famiglia Callipo è stata per molti anni una bellissima realtà della pallavolo tricolore al suo massimo livello, in particolare per quanto riguarda il Sud Italia, con più di 20 stagioni in Serie A… “Per me è stato molto interessante anche vedere come in un contesto, pure a volte difficile, la società fosse capace, comunque, di fare tutto al meglio possibile. Perché stiamo parlando di una realtà che doveva emergere nonostante le problematiche, per esempio, con le trasferte e altri fattori logistici. Temi abbastanza strategici, anche per quanto riguarda i costi da sostenere e le esigenze organizzative, che possono essere diversi rispetto ad altre città, in una regione dove, comunque, per certi aspetti è anche più complicato fare sport. Vedere questa società che cercava di mantenere, comunque, sempre alto il suo livello era qualcosa che ti faceva capire quale fosse l’obiettivo. Essere riusciti a rimanere in Serie A per tanti anni, poi, dimostra che la volontà di fare bene era chiara e messa in pratica“.
Si può anche ammettere che alcuni ambienti del Sud sono capaci, a modo loro, di essere un po’ speciali… “Soprattutto è speciale vedere e sentire il calore della gente in una dimensione più piccola, in una città dove tutti conoscono i giocatori. Poi, se tutto va bene si può andare in un momento verso le ‘stelle’. Se qualcosa va male, invece, bisogna essere bravi a sopportare il fatto che una realtà di questo tipo può mettere un po’ più di pressione, perché si è sempre a stretto contatto e la conoscenza è quasi diretta. Personalmente mi sono trovato benissimo”.
Quindi, arriva il momento di Civitanova: un’altra storia importante, con la conquista della Champions League e del Mondiale per Club, da sommare a un palmares che dopo la promozione dalla Serie A2 nel 2013 con Città di Castello ti ha visto vincere molto altro, anche con la maglia della Nazionale (Massari può vantare uno scudetto in Italia, uno in Francia e uno in Bulgaria, una Coppa Italia e due Coppe di Bulgaria, una Supercoppa italiana e due Supercoppe in Bulgaria, oltre, come detto, a una Champions League e a un Campionato mondiale per Club. Con gli Azzurri è stato protagonista di un bronzo agli Europei e un argento in Coppa del Mondo): “Nei confronti di Civitanova c’era sempre un po’ di timore reverenziale. Infatti, quando si guardava alla Lube era quella società che si presentava con una squadra molto forte, per vincere tutto. Anche lì la passione è tantissima, è una realtà che nella sua storia ha conquistato molti titoli e mi sono trovato bene. Con Civitanova ho vinto la Champions League, nel 2019: il nostro era un gruppo molto forte e ho avuto la fortuna di esserci in un momento storico e importante. In quegli anni abbiamo fatto delle cose belle! Tra Vibo e la Lube i contesti erano diversi, ma il calore era lo stesso“.
C’è tanta Italia nel tuo percorso e in momenti diversi, però, tra le tue esperienze non è mancato anche parecchio estero, con le stagioni prima in Francia (nel 2015-2016), poi, in Turchia (2020-2021) e, infine, in Bulgaria (dal 2021 al 2023)… “Ho girato tanto, sicuramente. Dopo la Lube ho fatto questa scelta un po’ particolare, in un momento, quello del post-Covid, in cui era tutto un po’ strano… così, sono andato in Turchia ed è stata un’esperienza molto forte. Umanamente è stata tosta, ma positiva. In una Turchia diversa nella pallavolo da quella di oggi, perché prima di tutto era un campionato con più squadre e, poi, secondo me in quel momento il livello stava vivendo una flessione, anche se già si vedeva una ripartenza. Quella della Francia è stata una scelta quasi di ‘ripicca’, perché avevo avuto un po’ di discussioni con Piacenza sul ‘cartellino’ e volevo andare all’estero. Poi, una parte della mia famiglia è francese e mi sembrava un ritorno alle origini, comunque, in una squadra che faceva la Champions League e lottava per vincere il titolo. Un fatto che mi piaceva molto. Quella francese è una scuola che si è evoluta molto: per esempio, lì ho giocato le prime volte contro Brizard, Clevenot, Rossard, che erano all’inizio del loro percorso, e ancora adesso stanno continuando a crescere diversi atleti già pronti per l’alto livello in giovane età“.
Com’è vivere la pallavolo e di pallavolo all’estero? “Serve un po’ di adattamento e la capacità di sapersi adattare. In Italia siamo abituati molto bene, anche per quanto riguarda le questioni tecniche, gli allenatori, la composizione degli staff in generale. In Bulgaria, probabilmente anche grazie alla presenza di Camillo Placi, che aveva visto una prospettiva di crescita, ho trovato un contesto nel quale in tre anni sono stati fatti tanti investimenti, anche di miglioramento della struttura, dell’organizzazione. Negli ultimi anni c’è stata l’evoluzione di alcune realtà, come il Giappone, mentre la Polonia, per esempio, sembra un po’ in calo. Però, c’è ancora tanta differenza rispetto all’Italia”.
Parliamo, adesso, del tuo arrivo a Monza: prima di tutto, che stagione ti aspetti dall’anno che sta per arrivare? “Sono molto carico e interessato a vedere un po’ come si svilupperà questo gruppo, nel senso che penso che ci sia un giusto mix tra ragazzi molto giovani, o meglio, ragazzi giovani, perché ormai l’età media si sta abbassando ed è una cosa positiva, con qualche giocatore un po’ più esperto. Sono convinto che negli sport di squadra, in particolare nella pallavolo, sia necessario trovare una propria identità di gruppo ed essendo la SuperLega anche un campionato abbastanza veloce, non c’è durante l’anno molto tempo per cambiare le cose, per evolvere. Quindi, bisogna essere bravi a costruire da subito la propria identità, perché, poi, già 4 o 5 partite all’inizio dell’anno possono valere la stagione. Da questo punto di vista sono molto positivo e mi sono piaciute le scelte della società. Molti dei ragazzi li conosco, sono stati avversari o compagni di squadra: le prospettive sono buone e c’è la possibilità di fare bene“.
Quella di Vero Volley è una realtà con una personalità forte e definita: com’è visto e percepito il Consorzio da fuori, per esempio, da un giocatore come te che ha fatto parte di società con una storia importante? “Visto che prima parlavamo di identità, Vero Volley è sicuramente una realtà con una propria identità, totalmente diversa, secondo me, da tante altre che ci sono in Italia. Prima di tutto è l’unica struttura che ha sia una squadra maschile che femminile nella massima categoria della pallavolo nazionale, e già questo è qualcosa che deve far pensare a quanto, anche dal punto di vista organizzativo, ci deve essere dietro per mantenere questo livello. Poi, ho sempre apprezzato il fatto che dal Consorzio venissero fatte delle scelte a volte anche in controtendenza, qualcosa che nell’ambiente della pallavolo non è sempre facile, perché si rischia di venire visti come quelli che vogliono fare gli outsider. In verità penso che siano state scelte fatte credendo in quel tipo di percorso e, personalmente, quando c’è stata la possibilità, è qualcosa che ho sentito dentro di me come una scelta giusta da fare in questo momento”.
Monza, quindi, anche un territorio come quello lombardo che esprime grandi numeri e, in pochi chilometri, pure il vertice della pallavolo giovanile a livello nazionale, per esempio maschile: “A livello giovanile i risultati parlano chiaro, senza ombra di dubbio: basta guardare le finali nazionali degli ultimi anni. Inoltre, da tanti anni Monza porta dei suoi giocatori in Serie A e, poi, dalla Serie A arrivano anche in altre società. Questo è un dato di fatto. Però, penso che questo contesto possa essere anche difficile, nel senso che l’offerta sportiva tra Monza e Milano è completa, quindi, non è facile fare in modo che si crei una partecipazione sempre costante. La società ha lavorato negli anni per sviluppare, come si diceva, una propria identità e un prodotto che sia riconosciuto anche all’esterno“.
Se ti si chiedesse di ricordare una vittoria, un risultato, un episodio che hai vissuto e il giocatore più forte che hai incontrato nei tuoi anni di pallavolo, dove andrebbero i tuoi pensieri? “Allora, il giocatore mi viene abbastanza facile: Bruninho, per completezza. Sia dal punto di vista dell’atleta, ma anche fuori dal campo, come amicizia, leadership, esempio. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, di giocarci insieme ed è qualcosa di assoluto, è stato qualcosa di veramente alto. Momenti, belli o brutti… tra i momenti belli, sicuramente uno dei più importanti è stato con la Nazionale: l’esordio in azzurro è stato qualcosa di incredibile. Tra quelli brutti, una finale di Supercoppa a Brindisi con Piacenza contro Macerata, in rimonta da 0-2 a 2-2, poi, persa 2-3. Diciamo che quella sconfitta mi diede fastidio perché subentrai sullo 0-2, quindi, l’ho vissuta un po’ come una possibilità che non si è concretizzata proprio a inizio stagione in una realtà dove tornavo dopo qualche anno. Poi, sicuramente sono stati importanti i due anni di Civitanova, con il gruppo che si era creato, le vittorie che ci sono state. Comunque, ho sempre cercato da ogni stagione, pure da quelle un po’ meno positive, di prendere qualcosa di buono, perché si impara anche in una stagione negativa. Anzi, forse si impara pure di più quello che puoi prendere e tenere per l’anno successivo“.
E un allenatore? “Lorenzetti l’ho già citato prima e, sicuramente, ci metterei anche Tubertini, che mi ha cambiato ruolo: infatti, nasco come centrale e sono diventato schiacciatore a 20 anni. Facevo la Serie B e davanti giocavo al centro, ma ricevevo nel giro dietro. Lui, proprio con Lorenzetti, il primo anno che sono stato a Piacenza aveva avuto questa idea e devo dire ‘grazie’ a questa loro visione. Poi, De Giorgi è stato sicuramente un altro allenatore che mi è piaciuto molto per la sua disponibilità, la concretezza e la capacità di saper responsabilizzare le persone in certi momenti. L’ultimo che cito è ancora Placì, con cui ho lavorato all’estero, in Bulgaria. Un grande uomo e tecnico con il quale ho percepito anche un livello di umanità e dialogo che, magari, non sempre è così facile avere con gli allenatori. Penso, infatti, che mantenere il rispetto sia il primo passo da entrambe le parti, però, quando si crea un certo tipo di dialogo il fattore umano diventa solo positivo. Anche perché quando ci sono situazioni difficili da gestire per entrambe le parti, se c’è questo tipo di dialogo alla base, poi, può essere molto più facile pure costruire“.
Quello di Massari dentro e fuori dai campi di pallavolo è un viaggio lungo più di 20 anni, una storia di volley che tra le righe parla anche di molto altro, come tutte le vite. E nella seconda puntata dell’intervista l’attenzione si sposterà dalle esperienze personali ai giovani, ai modelli di prestazione, la responsabilità e il ruolo degli atleti, e molto, molto altro… perché il viaggio continua, e con una guida come Jacopo ha ancora tanto da raccontare!
Di Dario Keller
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