Radicavano in lui, ogni volta più solidamente, la volontà di salire in alto (…). È Martin Eden di Jack London o è una giocata di Filippo Mancini? È ambizione umana, letteraria o pallavolistica? Ho molti libri sul comodino, ma da una pila di avventure sportive, estraggo ciò che spiega maggiormente il percorso del palleggiatore romagnolo, che molto ha a che fare con la sua personalità e altrettanto con il suo impegno ad essere qualcosa o qualcuno in questo fatato mondo del volley. Ho lasciato Filippo a Monza, intento a capire cosa fosse meglio per il suo talento, ossia affiancare uno che il suo mestiere lo fa molto bene, o giocarsi il tutto per tutto e tentare la strada della responsabilità, seppur a ventuno anni, come è accaduto in questa stagione alla Gruppo Consoli Sferc Brescia, dove il profilo di una squadra che lotta per i vertici è contornato da giocatori di grande livello e dove il profilo individuale di Mancini è quello di un emergente leader che della sua maturità e della sua intelligenza ha fatto tesoro per avviarsi alla costruzione di un percorso in salita che certamente è volto verso l’alto:
“Quest’anno ho scelto di mettermi alla prova e di giocare. Lo scorso anno per tanti versi è stato un anno più complicato e a fine stagione ho compreso di aver bisogno di adrenalina e di stare in campo a combattere. C’è stata una fase iniziale di assestamento, perché venivo da un anno molto diverso da quelli di Ravenna e ho lavorato tanto su me stesso”.
Sotto pressione Mancini è il suo meglio?
“Mi sento parecchia pressione addosso e poi contribuisco certamente a caricarmi di aspettative. Caratterialmente e professionalmente sono un giocatore che ambisce sempre ad avere il massimo. Penso di essere in una fase di carriera nella quale è giusto pretendere molto e se una squadra chiede di andare ben oltre l’asticella lo faccio. Noto che in campo quando c’è in palio una posta piuttosto grossa, sono molto carico. La partita la vivo meglio rispetto alla settimana di allenamento, se devo essere onesto. Quindi, sì, sotto pressione do certamente il mio meglio”.
Si vede che dietro c’è un percorso. A Ravenna non era emerso questo Mancini leader. Era più sulle retrovie.
“Avendo giocato prima in B, poi in A2 e poi in Superlega, la gavetta e anche la panchina sono state tanto. Quando ho capito che volevo fare di tutto per arrivare in certe posizioni, ci ho lavorato seriamente. A Ravenna ho capito che valgo davvero e ho lavorato sulle mie insicurezze. Il campo mi ha dato una bella autostima”.
Superlega sì o Superlega no?
“Assolutamente sì. Giocando con gli amici di una vita come Bovolenta o Orioli, la domenica mi viene sempre voglia di giocare contro di loro. Quindi nel cassetto il sogno di approdare in Superlega è più che concreto”.
In A2 la lotta è ormai avviata contro Prata e Pineto.
“Sono due bellissime squadre, anche se tra le due temo più Prata e la sua esperienza. Giocano da tanto assieme e contro di loro è stata tostissima per due volte quest’anno”.
Contro Pineto ha trovato in panchina Di Tommaso.
“Simone sta facendo molto bene ed è uno di quegli allenatori per cui un giorno spero di giocare. Appartiene a quella sfera di persone che mi hanno fatto passare una bellissima estate con Iervolino alle Universiadi qualche anno fa e sa lavorare davvero sulla creazione di un’intesa con i propri giocatori. È una persona a cui auguro il meglio per il proseguimento della carriera”.
Che effetto le fa giocare contro Ravenna?
“L’effetto di un ritorno a casa, di una domenica in cui entrando al palazzetto trovo sugli spalti la mia famiglia, gli amici dell’estate, le persone che mi hanno fatto diventare ciò che sono oggi. È una partita a cui tengo molto”
Mancini e il gruppo dei talenti di Marina di Ravenna. Così a bruciapelo, fra tutti, quale è il compagno di cui è più orgoglioso.
“Ci sono amici per cui la strada, penso a Bovo, è più nota e di cui ovviamente si è orgogliosi a prescindere, così come lo sono di tutti gli amici. Quindi la risposta è difficile, ma le dirò Lorenzo Grottoli, che in A3 sta spaccando. È un ragazzo che ha sudato e faticato molto e siamo partiti assieme dalla B. Ecco, pensare alla strada di Lorenzo mi inorgoglisce parecchio”.
Intervista di Roberto Zucca
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