In equilibrio precario. Si intitolava così il film in quattro parti del regista Giovanni Panozzo uscito nel 2024. Una parte era dedicata alla storia recente della Yuasa Battery Grottazzolina (QUI), dagli albori fino all’impresa della promozione in Superlega, attraverso diversi racconti legati insieme dal filo rosso rappresentato dalla sfida di costruire preziosi equilibri al cospetto di sfide diverse, partendo dal valore delle persone e delle comunità. Nella stagione seguente, la prima storica in Superlega, quegli equilibri, prima precari e poi più stabili nella seconda parte di stagione, avevano condotto a una impensabile salvezza, narrata poi come favola sportiva, se non proprio miracolo. Il secondo anno, invece, l’equilibrio su quel filo è tornato a diventare precario, fino alla caduta, alla retrocessione in A2. Nel paesino che conta meno anime di quante ne conterrebbe un palazzetto medio di Superlega, si è passati così dalla gioia, immensa, incontenibile, inimmaginabile, alla delusione, lo sconforto, il rammarico. Il tutto in pochi mesi. Una bella botta, in primis per Massimiliano Ortenzi, da sempre il factotum del club marchigiano.
“I giorni pesanti, a dire il vero, li abbiamo vissuti mentre stavamo ancora giocando perché la matematica certezza della nostra retrocessione è arrivata solo dopo la partita di Trento, ma da molto prima quella spada di Damocle ce l’avevamo già sulla testa. È stato difficile metabolizzare tutto e continuare ad allenarsi. Adesso abbiamo potuto liberare la testa, prenderci qualche giorno per riflettere e guardare un pochettino tutta la stagione con uno sguardo diverso per poi ripartire”.
Cosa ha insegnato la Superlega dal punto di vista societario?
“Sicuramente questi due anni di Superlega sono stati un bello stress-test sulla tenuta della società sotto tutti i punti di vista. Onestamente ci ha detto che per stare a questo livello dobbiamo crescere ancora di più”.
E a livello tecnico?
“A livello tecnico sono stati due anni importanti e formativi anche per me. Ho capito che se non fai tutto al massimo sempre, in Superlega lo paghi. E questo sotto tutti i punti di vista: dal lavoro quotidiano alla prestazione, così come lo scegliere gli interpreti giusti con cui poi farai questo viaggio”.
Tirando una linea?
“L’analisi complessiva che abbiamo fatto è che forse in questa stagione non siamo riusciti, io per primo, a creare quell’ambiente che in qualche modo ha sempre caratterizzato Grottazzolina e che ci ha portato a fare cose più grandi di quello che in realtà siamo”.
Una scelta che non rifarebbe?
“Anche se può sembrare facile dirlo ora col senno di poi, con Petkovic che non ha mai giocato per infortunio, se avessimo preso un altro opposto che giocava, non so, anche solo dieci partite, magari avremmo fatto qualche risultato buono nel girone d’andata e ci saremmo salvati. Però sono tutte analisi abbastanza scontate che lasciano un po’ il tempo che trovano. Farle ora potrebbero suonare anche come scuse, come alibi”.

Si può dire invece che, forse, la favola che avevate vissuto il primo anno vi ha condizionato negativamente nel secondo?
“Ha detto una cosa molto vera. Nel senso che tutto quello che è successo l’anno scorso ha condizionato questa stagione nel bene e nel male. L’ha condizionata intanto per l’ambiente, perché l’ambiente si aspettava che si sarebbe fatto di più, che sarebbe stato facile, sarebbe stato diverso. Se il primo anno sapevamo che sarebbe dovuto avvenire qualcosa di incredibile per rimanerci, quest’anno in tanti l’hanno dato un po’ per scontato. L’altra cosa che ci ha condizionato è che, quando abbiamo costruito la squadra, ci è rimasto un po’ negli occhi il finale di stagione dell’anno prima. Su certe scelte forse dovevamo avere un po’ più coraggio. Ci siamo tutti fatti trasportare dall’onda emotiva d’aver fatto qualcosa di incredibile e non siamo stati abbastanza lucidi. Diciamo così”.
Permetta una curiosità: è vero che le magliette dei giocatori le lava lei?
“Assolutamente sì – sorride, ndr – Ormai è diventato un gesto scaramantico da qualche anno”.
Allenatore, direttore sportivo, direttore marketing, direttore commerciale, le magliette e altro ancora. Non saranno un po’ troppi i ruoli che lei svolge a Grottazzolina?
“Sicuramente questo è un cambiamento che si renderà necessario nel nostro modo di fare le cose, ma ci dobbiamo arrivare a piccoli passi. L’anno scorso non eravamo in grado di farli questi piccoli passi. Per restare nell’alto livello siamo d’accordo che bisogna strutturarsi in maniera diversa. Però mi piace anche sottolineare come a volte questa sia stata croce e delizia”.
In che senso?
“Nel senso che avere una società dove non ci sono figure professioniste, l’unica è la mia, gli altri dirigenti sono dei volontari che fanno tante cose ma compatibilmente con i loro impegni lavorativi, ha fatto sì che in tutte le stagioni precedenti si creasse un clima e un ambiente dove gli atleti, in qualche modo, si responsabilizzavano anche di più rispetto a tante cose. In realtà, se da un lato questo ci ha fatto vivere in maniera differente tante situazioni, creando legami importanti, quest’anno, devo essere sincero, è stato un limite”.
Non sarà che a questi livelli i ruoli debbano necessariamente essere definiti?
“Il rischio è che quando le cose non vanno come dovrebbero, non avere la struttura diventa un pochettino anche un alibi per chi ci sta dentro. Mi spiego meglio: non credo che la nostra retrocessione sia arrivata perché la società non era strutturata in un certo modo, è arrivata perché dal punto di vista del gioco, dal punto di vista tecnico, dal punto di vista della qualità del lavoro che abbiamo fatto, non siamo riusciti ad essere mai al completo da un lato, e dall’altro ci sono state delle mancanze, mie e dello staff in primis e magari anche da parte di alcuni dei ragazzi che non sono riusciti ad essere la loro versione migliore che potevano mettere in campo”.

Vado più diretto: a questo livello massimo di competitività i giocatori forse devono pensare a giocare, gli allenatori ad allenare, chi si occupa del ticketing a vendere i biglietti e così via. Lei, come allenatore di Superlega, in questi due anni si è mai sentito ‘distratto’ da altro che non fosse il coaching?
“La nostra non è una realtà come le altre. Torno a dire, mettere dentro delle figure professionali è un conto, togliere tante responsabilità a quella che è la mia figura attuale è un pochettino più complicato. Con alcuni nostri partner io personalmente ho un rapporto che va avanti da oltre dieci anni, sarebbe complicato cambiare interlocutore. Se io non facessi alcune cose, per come è concepita questa realtà, probabilmente a questo livello questa realtà non ci sarebbe mai arrivata. È importante capire la realtà in cui uno si trova”.
Risulta evidente, in sintesi, che la realtà di Grottazzolina non possa prescindere dall’Ortenzi dirigente e manager. Quanto all’Ortenzi allenatore, se si rendesse necessario per tornare in Superlega, lei sarebbe disposto a fare un passo indietro in quel ruolo?
“È una bella domanda questa – sorride, ndr – Questa cosa è stata sicuramente oggetto di mie riflessioni in questi periodi, ma sono molto onesto: a me allenare piace tantissimo, piace proprio conoscere ragazzi nuovi, vivere le partite, vivere quel pathos in palestra. Mi dà energia. In tutta sincerità, quest’anno in Superlega è stato faticoso. Faticoso perché probabilmente il gruppo che avevo quest’anno questo mio ruolo diverso magari non l’ha recepito fino in fondo, o comunque aveva bisogno d’altro, qualcosa di diverso. Al nostro interno è anche difficile fare dei cambiamenti. In tanti ci hanno chiesto perché non siamo tornati sul mercato. Non lo abbiamo fatto perché non c’erano le risorse per farlo. Per fare nessuna operazione. Non siamo così sprovveduti da non renderci conto che non avere l’opposto titolare per tutto il campionato fosse un limite”.
Ci pare di capire che la costruzione della squadra sia stata una nota dolente quest’anno. Lei parla di rapporti anche umani, di calarsi nella realtà, di fare proprio lo ‘stile Grottazzolina’. Il dito è puntato contro i giocatori di maggiore esperienza? E perché, se vuole raccontarlo.
“Tutti i giocatori che sono arrivati, quello che avrebbero trovato lo sapevano prima di venire. A me piace essere sempre molto onesto con i miei interlocutori. Ho parlato io con questi ragazzi, uno a uno, dicendo loro di venire qui con un’idea diversa da quella a cui erano abituati. Poi è chiaro che un conto è il dire, un conto è poi riuscirci. Questo vale per me e per quei ragazzi che magari quest’anno si sono trovati in un ambiente al quale magari non erano abituati e dove non sono riusciti a esprimersi come potevano”.

Questi ultimi due anni di Superlega sono stati comunque un booster per gli altri progetti che portate avanti da tempo. E con onore al merito, viene da dire.
“La più longeva, diventata maggiorenne lo scorso anno, è quella del beach volley. Noi la interpretiamo come un continuum del lavoro in palestra, quindi è pallavolo sulla sabbia, e portiamo circa 200/250 tra ragazzi e ragazze a fare non il solito camp di una settimana pagato dalle famiglie a peso d’oro, ma sei settimane al giusto prezzo con tanti allenatori, tanti campi, tanta aggregazione. L’altra, a cui sono particolarmente legato, è quella del Festival SportivaMente dove ogni anno sviluppiamo il tema dello ‘scarto’. Fra tutti quelli che praticano questo sport, per uno che raggiunge l’alto livello quanti invece vengono ‘scartati’? Ci siamo posti questo problema e ogni anno invitiamo figure professionali particolari che raccontano come ci si può riciclare nel mondo dello sport in altre vesti: scoutman, preparatori, fisioterapisti, dirigenti e quant’altro. Un’altra ancora che stiamo mettendo in piedi quest’anno sarà quella di trasformare i centri storici dei nostri paesi in dei villaggi della pallavolo con tante iniziative anche culturali e per le famiglie, ma anche l’alimentazione o la solitudine dei ragazzi d’oggi”.
Torniamo alla pallavolo giocata e proviamo a mettere a fuoco il futuro. L’obiettivo quale sarà, tornare il prima possibile in Superlega?
“L’obiettivo sarà quello di provare a ricreare entusiasmo. Per farlo bisognerà allestire un gruppo che abbia grandi qualità. Non deve essere un’ansia quella di tornare su, però l’obiettivo sarà quello di fare una buona squadra per stare al vertice in A2 e sicuramente riprovarci”.
Più difficile vincere l’A2 o restare in Superlega?
“Restare in Superlega, assolutamente. Vincere l’A2 è difficile per via dei playoff, però la Superlega ti mette di fronte a tante squadre contro cui fai proprio fatica a giocare. Hai poche partite in cui ti giochi tutto e non è sempre facile”.
Salvezza e retrocessione, due facce della stessa medaglia che lei ha conosciuto. Le chiedo: alla Superlega mancano i Playout?
“Sì sì, assolutamente. Credo che sia abbastanza surreale che una squadra finisca il campionato a febbraio. Si potrebbe pensare a un Playout tra le ultime due con una serie 3 su 5, o magari perché no 4 su 7 come nell’NBA. Almeno le fai giocare di più, crei pathos e soprattutto il campionato per loro finisce un mese dopo come per gli altri. Si parla tanto di spettacolo, volete mettere una serie 4 su 7 per stabilire chi retrocede? Si riempirebbero i palazzetti. Altro che Playoff Challenge… Il Playout c’è in tutti gli altri campionati, solo in Superlega non esiste”.
Intervista di Giuliano Bindoni
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