Berruto si racconta tra scuola, pallavolo, modelli di prestazione, ritiri e libri (seconda parte)

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Mauro Berruto, “pallavolisticamente” parlando, è stato (anche) il commissario tecnico della Nazionale italiana di pallavolo maschile. Una squadra, quella azzurra, con la quale ha ottenuto, tra il 2010 e il 2015 (anno delle sue dimissioni), sei medaglie nelle principali manifestazioni internazionali come i Campionati europei, la World League e la Grand Champions Cup. Senza dimenticare il bronzo conquistato alle Olimpiadi di Londra 2012.

Con lui (nella prima parte di questa intervista che si può leggere QUI) abbiamo già parlato di teatro (oggi salirà sul palco del “Carcano” di Milano con il suo lecture show “Capolavori. New Olympic Stories“), sport ed etica. Adesso, partendo dalla Costituzione e passando attraverso il mondo della scuola si arriverà a parlare proprio di pallavolo, quella di ieri e quella di oggi, di regole, atletismo e modelli di prestazione, ma non solo…

Iniziamo: Berruto è il primo firmatario della proposta di legge, approvata all’unanimità, che il 20 settembre 2023 ha portato lo sport nella Costituzione della Repubblica italiana modificando l’Articolo 33 con il comma: “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”. In Italia è tempo di Olimpiadi, come sta “l’attività sportiva” nel nostro paese?

Quello che ha portato lo sport nella Costituzione, ovviamente, è stato un passaggio decisivo per l’attività sportiva in Italia, prima di tutto perché è stato votato all’unanimità dal Parlamento e non succede, poi, così frequentemente. E’ stato e resta un momento particolarmente simbolico. Anche perché una modifica alla Carta costituzionale non è qualcosa né di scontato, né di banale. Chiaramente, quello è stato un momento bello di politica, nel senso alto del termine, cui devono seguire, però, delle azioni di ‘politiche’, e chiedo scusa se faccio questo pesante distinguo. Ma tra politica e politiche c’è una grande differenza. Perché le politiche, poi, sono le azioni che davvero incidono sulla vita dei cittadini e delle cittadine. Quindi, si deve passare da una fase, diciamo così, più teorica, a un’altra estremamente pratica. Ecco, su questo secondo aspetto non nascondo che il nostro Paese è un po’ indietro rispetto ad altre nazioni europee che danno una dignità diversa allo sport, in modo particolare in un mondo che a me sta particolarmente a cuore, che è quello della scuola”.

Un mondo, quello della scuola, che dovrebbe essere quello della cultura, in questo caso anche sportiva…

Come primo aspetto, banalmente, faccio riferimento ai luoghi dello sport, alle palestre. Oggi, nel nostro Paese, nel 2026, ancora più di una scuola su due non ha una palestra e dove c’è, spesso, definirla palestra è un incoraggiamento. Poi, mi riferisco alla quantità di ore che la scuola dedica all’attività sportiva, che è clamorosamente lontana da modelli anche non molto distanti dai nostri. Basta pensare alla Francia, alla Germania, alla Slovenia, al modello scandinavo. Infine, aggiungo un terzo aspetto, che riguarda la storia dello sport come materia, come disciplina. Perché la storia dello sport si intreccia indissolubilmente con quella di un paese, dell’Europa o del Mondo. Quindi, credo che anche attraverso la storia di grandi sportivi o di squadre si possa insegnare tanto altro. Si può parlare di educazione civica, di storia, quella con la ‘S’ maiuscola, di geografia, si può parlare, appunto, di letteratura e, probabilmente, per un ragazzo o una ragazza adolescenti, può essere una strada di accesso più affascinante. Quindi, il terzo livello di dignità, oltre agli spazi e ai luoghi, al di là della quantità, passa anche attraverso la capacità di usare la storia dello sport per parlare di altro“.

Per i pallavolisti, però, lei sarà sempre anche l’allenatore Mauro Berruto: segue ancora da vicino il volley?

Sì, certo… come no! Seguo la pallavolo e non nascondo che, dopo le mie dimissioni dalla Nazionale italiana e la volontà di creare una discontinuità, una scelta che, poi, ha fatto partire traiettorie che anche per me erano imprevedibili, non ho mai escluso un giorno di poter tornare anche al volley. Come è facile immaginare le passioni non si mettono mai da parte in nessuna maniera. Sono anche molto felice, sinceramente, di quanto avvenuto negli ultimi anni con i successi del volley, sia maschile che femminile, perché credo che il mondo della pallavolo sia davvero uno, a differenza anche di altre discipline, e non solo in campo. E’ uno sport che tiene insieme questi due mondi e quello che è successo è il risultato di un movimento che vedo come unico, che è quello della pallavolo nel suo insieme. Ed esserne stato parte parte per un pezzetto, per me è una gioia“.

Se dovesse rivestire per un momento la divisa del coach (nel 2025 lo ha fatto davvero, per un giorno, con la Nazionale della Palestina: QUI la notizia): quali le sembrano le differenze più grandi rispetto ai suoi tempi?

Chiaramente, un po’ come è stato per tutte le discipline sportive, c’è una continua evoluzione. In alcuni sport, dove i materiali contano di più, il cambiamento è andato anche in questa direzione, mentre in una disciplina come la pallavolo, in cui il materiale possono essere principalmente le scarpe, l’abbigliamento o il pallone e questi incidono di meno, il cambiamento è andato verso la parte atletica e la fisicità del gioco. E’ stato evidente già qualche anno prima con la pallavolo maschile, dove, secondo me, ci fu un salto di qualità importante rispetto ad alcune generazioni di atleti. Da osservatore non esperto, però, di pallavolo femminile, devo dire che quel salto di qualità mi sembra arrivato prepotentemente anche tra le donne. Questo, chiaramente, non volendo suonare retorico come chi dice ‘si stava meglio quando si stava peggio’ o quando ‘ la pallavolo era più tecnica’… credo che ogni disciplina abbia la sua storia e viva nel suo contesto storico. Penso che la pallavolo di oggi, sia maschile che femminile, sia bellissima, e ovviamente sia una espressione al suo massimo livello anche di una fisicità che qualche anno fa si vedeva di meno. Certamente questo può avere anche delle sfumature che, per così dire, possono essere meno piacevoli. Magari, può capitare che rispetto a qualche anno fa un atleta per cui è prevalente l’aspetto tecnico rispetto a quello fisico, forse, a volte possa avere anche qualche chance in meno, però, è inutile persino starci a ragionare in teoria. Indietro non si torna e non si tornerà”.

Cambierebbe qualcosa nel gioco, considerando anche questa crescita dal punto di vista della fisicità?

“Forse, l’unico aspetto che posso immaginare è che anche nella pallavolo femminile, al suo livello più alto, oggi potrebbe essere arrivato il momento di rivedere un po’ l’altezza della rete. D’altra parte, come in quella maschile. Perché, poi, tutto va di conseguenza. Però, bisogna riconoscere che nella pallavolo quasi tutti i tentativi di modificare il regolamento che sono stati fatti negli anni hanno comportato un aumento del livello di spettacolarità del gioco, a partire dal cambio di tutti i paradigmi che fu l’abbandono del sistema ‘cambio palla’ per passare al Rally Point System. Tutti noi, un po’ ‘boomer’, dicevamo ‘sarà la morte’ della pallavolo’, ‘non funzionerà mai’: invece, invito chiunque oggi a guardare una partita di pallavolo con il cambio palla e non so quanto tempo sapremmo resistere. Anzi, qualche volta mi scopro io stesso, anche su partite molto importanti, a guardare con meno attenzione i primi dieci o dodici punti… quindi, addirittura ora sembrano diventati lunghi gli attuali venticinque punti di un set. Però, bisogna anche dire che in questo la pallavolo ha davvero anticipato gli altri sport e ne ha avuto un beneficio che è fuori discussione. Ribadisco, è merito di un mondo che anche dal punto di vista culturale è riuscito a leggere certi cambiamenti. Volendo cercare un particolare: ecco, personalmente il servizio che tocca la rete ed è valido, forse, è ancora l’unica norma che non mi piace…“.

Non le manca mai o non le è mai mancato lo “stare in palestra”, la panchina? Questa è una domanda che viene spontanea ascoltando Berruto parlare di pallavolo: sarà per quel tono di voce che cambia, per il sorriso che si fa più frequente. Sarà perché, come ha detto lui stesso, “le passioni non si mettono mai da parte“…

“(…ride) Beh, ci sono cose che mi mancano enormemente. Per esempio, l’adrenalina della partita, il momento della vittoria o della sconfitta, ed è proprio inutile cercarle in altre esperienze. Nel senso che chi le ha avute, chi ha avuto la fortuna di viverle in panchina, sa che è proprio sbagliato pensare che si propongano nello stesso modo in altri contesti. Quindi, ci sono aspetti che mi mancano e che so essere irripetibili, poi, ce ne sono altri che mi mancano e in alcuni casi fanno sorridere. Per esempio, una delle cose che mi manca di più sono i ritiri. Di solito si dice che uno va lì e si ‘rompe’… invece, sono momenti in cui si è completamente allineati su un unico obiettivo, si ha tutto chiaro in testa, si vive una vita regolare, si sta nello stesso albergo, magari, per tre settimane, si mangia alla stessa ora in un un modo controllato, sano e ordinato, con ritmi precisi. Ecco, tutte cose che ho un po’ smarrito nelle mie recenti esperienze. Può far sorridere, ma quella parte mi manca!“.

Chiudiamo con una curiosità: finora ha scritto tre libri e sono stati pubblicati uno ogni 5 anni (il primo, “Independiente Sporting” è del 2014, “Capolavori. Allenare, allenarsi, guardare altrove” è del 2019 e l’ultimo, “In mezzo scorre il fiume, sport e storie a Torino“, è del 2024). E’ solo una coincidenza?

Non ci avevo fatto caso… allora, mi preparo per il 2029! No, non è voluto… è davvero solo una coincidenza!”.

Ed è la risposta che ci si può aspettare da qualcuno, come Mauro Berruto, che poco prima, parlando di “discontinuità“, di sé aveva anche detto “…prima con la scuola Holden, poi, c’è stata l’esperienza con il tiro con l’arco, adesso l’impegno politico. Percorsi che anch’io non avrei mai immaginato, ma è vero anche che quando ho iniziato ad allenare non pensavo neanche che sarei diventato l’allenatore della Nazionale. Quindi, da questo punto di vista nella discontinuità c’è coerenza. Se mi si chiede quello che farò tra due anni, non lo so dire… “.

Mentre alla fine di una chiacchierata come questa non possono non venire in mente, per associazione, i nomi di altri grandi personaggi del volley, ex allenatori, allenatori, giocatori o giocatrici, dirigenti che nei 162 metri quadrati di un intero campo di pallavolo o intorno a quello hanno lasciato il segno e, poi, hanno portato qualcosa in “più” anche fuori dal rettangolo di gioco. Come lo stesso Berruto, d’altra parte. A conferma che – sì – lo sport è davvero una scuola di vita, una palestra di abilità, un percorso di crescita. E in questo anche che la pallavolo è davvero uno sport fatto da grandi atleti e – spesso capita – ancora più grandi persone.

Di Dario Keller
(© Riproduzione riservata)

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