Quindici anni di eccellenza nel campionato italiano non sono bastati a placare la sete di sfide di Raphaela Folie. Ai microfoni di Sports Illustrated, una delle centrali più iconiche del volley italiano traccia un bilancio della sua carriera: dagli esordi in Alto Adige alle notti magiche dei playoff scudetto. Incontrata a Monza durante le sue sessioni di allenamento estivo, Folie svela i retroscena del suo approdo negli Stati Uniti e la sua filosofia da atleta
Le radici e la casa di Monza
“Sono cresciuta a Bolzano, nel nord-est d’Italia, ma in questo momento ci troviamo a Monza, nel nuovo appartamento che ho appena acquistato. Amo vivere qui; ho giocato in questa città per alcuni anni, ho molti amici e mi piaceva così tanto che ho deciso di comprare casa. Per il momento le mie medaglie sono custodite in una piccola scatola di metallo, ma quando avrò tempo le esporrò da qualche parte, perché è sempre gratificante guardare i traguardi raggiunti nella propria carriera”.
La scoperta del talento
“Ho iniziato a giocare a pallavolo a sette anni. All’epoca era divertente, ma non è stato subito un grande amore o una vera passione. Verso i quindici anni, un allenatore del mio club mi chiese: “Perché giochi solo nelle giovanili e non nella prima squadra?”. Io non sapevo cosa rispondere. Dopo due settimane, ero già nel sestetto titolare. Lui mi disse che, fisicamente, avrei potuto puntare alla Serie A. Io ero incredula, per me era solo un divertimento, ma è stato proprio allora che è nata la mia passione per la pallavolo, una passione che dura ancora oggi”.
Gli esordi
“Dopo quell’anno, ho giocato metà stagione in prima squadra e poi mi sono trasferita da Bolzano per disputare un campionato di livello superiore. Ho passato l’intera estate ad allenarmi da sola con due allenatori: non è normale passare l’estate in palestra quando hai solo sedici anni. Normalmente ci alleniamo cinque giorni a settimana, più la partita, con l’aggiunta di due o tre allenamenti mattutini. Ci sono momenti in cui non vorrei andare in palestra al 100%, o occasioni come il Natale in cui siamo in campo perché c’è molto pubblico. Sono dei sacrifici, ma le ricompense sono tante: al momento non cambierei il mio lavoro per nient’altro al mondo”.
Il ruolo di centrale e le vittorie in Italia
“Vincere il campionato in Italia è speciale, soprattutto per il calore del pubblico durante i playoff, dove i palazzetti sono sempre esauriti. Io gioco come centrale e il mio compito principale è il muro. Fermare l’avversario è davvero gratificante: fare punto è bello, ma impedire agli altri di farlo è, per me, una gioia pura”.
Il trionfo in Champions League
“Uno dei momenti più emozionanti della mia carriera è stata la vittoria della Champions League. Era il trofeo che volevamo da più tempo, per questo è la mia medaglia preferita. Abbiamo giocato la finale a Verona, in Italia. In precedenza avevamo perso tre finali e chiudere la stagione con una sconfitta del genere fa molto male. Ci chiedevamo se saremmo mai riuscite a vincerla: vincevamo molto in Italia con Conegliano, ma quel trofeo ci sfuggiva sempre. I miei genitori seguivano la partita da casa a causa del Covid. Appena entrata negli spogliatoi li ho chiamati: erano felicissimi. Mia madre mi raccontò che mio padre continuava a saltare durante il tie-break. Disse che non avrebbe mai più guardato una partita con lui perché l’aveva fatta impazzire dalla tensione”.
Gli infortuni
“La pallavolo non è sempre e solo divertimento; ci sono periodi difficili e infortuni, come è successo a me. Per un atleta professionista la pressione è costante: devi essere la migliore, devi fare sempre di più. Io mi sono rotta il ginocchio: crociato, collaterale ed entrambi i menischi. È stata dura perché resti fuori per molto tempo. Devi affrontare l’intervento chirurgico, stare lontana dalla squadra e dedicarti solo alla fisioterapia e ai pesi, lontano dal campo. Per me gli infortuni sono la parte peggiore dello sport, perché io voglio giocare a pallavolo: fare pesi è un obbligo, non qualcosa che amo fare. Quando ti portano via il campo e ti resta solo la sala pesi, diventa davvero difficile”.
La nuova avventura negli Stati Uniti
“Ho giocato in Italia, nella massima serie, per quindici anni. Ora mi sto avvicinando alla fine della carriera, ma sento di avere ancora qualcosa da dare. Quando si è presentata l’opportunità di andare negli Stati Uniti, e ne avevo sentito parlare già da un paio di anni, ho pensato che sarebbe stata una bellissima esperienza, non solo sportiva ma anche di vita. Alla fine è stata una decisione facile. Mia madre mi ha detto: “Fai ciò che vuoi, se sei felice tu lo sono anche io”. Mio padre non era altrettanto entusiasta, perché amava venire a vedere tutte le mie partite. Mi ha chiesto come avrebbe fatto a seguirmi ora, ma gli ho spiegato che potrà guardare le partite online, anche se alle quattro del mattino”.
Gestione del fine carriera e valori dello sport
“Prima o poi la vita agonistica finisce, perché il corpo di un atleta non può continuare a lavorare per sempre. Per questo è fondamentale avere una vita al di fuori della pallavolo: serve a mantenere un equilibrio, è una rete di sicurezza per stare bene mentalmente e non diventarne ossessionati. Praticare sport di squadra fin da piccoli insegna il valore della collaborazione e ti permette di stringere amicizie profonde; i miei migliori amici li ho conosciuti proprio giocando in squadre diverse. Per arrivare in cima bisogna lavorare sodo: nulla ti viene regalato. Bisogna sostenere le compagne e dare tutto. Se dai il massimo, è già abbastanza”.
(Fonte: Sports Illustrated)