Ravenna, il presidente e medico Luca Casadio: “In palestra il contagio può propagarsi con molta facilità”

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CONSAR PORTO ROBUR COSTA

Di Redazione

Prima di essere il presidente del Porto Robur Costa, Luca Casadio è un medico dell’ospedale “Santa Maria delle Croci” di Ravenna e pochi come lui stanno toccando con mano la situazione di piena emergenza Coronavirus.

Il numero 1 ravvenate è stato intervistato, su questo particolare periodo e sulla sua visione della pallavolo da il Corriere di Romagna.

Casadio, come sta vivendo questa situazione?Cerco di tener botta, come tutti, senza farmi prendere dal panico per le notizie che si susseguono e per i tanti video che girano in rete, molti dei quali vere e proprie bufale. Sono sempre in ospedale e nel poco tempo libero a disposizione resto con la mia famiglia, riprendendo vecchie abitudine quasi dimenticate. L’altro giorno ho giocato a ping – pong con mio figlio, non capitava da anni”

Ci sono stati casi di emergenza nel Pronto Soccorso generale che l’hanno coinvolta? «Sì, qualche volta, ed è tutto molto complicato. Per andarci bisogna vestirsi come dei palombari, con abiti e occhialoni speciali. Si suda tantissimo, ma più che altro è tutta la situazione che mi colpisce. Tra i ricoverati ci sono anche persone che conosco e questo non fa che aumentare l’angoscia».

Quando potremo uscire da questa situazione? «Questo è un “animale” nuovo e bisogna capire se in queste settimane ha subito dei mutamenti. Si leggono numerosi articoli con previsioni, picchi del contagio, che però ovviamente si basano sull’esperienza cinese, diversa da quella che stiamo vivendo in Italia. Molto, se non tutto, dipende dal senso di responsabilità delle persone».

Che consigli si sente di dare? «Il virus ha un’alta contagiosità e l’unica strada da percorrere è stare sempre chiusi in casa. La Cina ne è uscita barricando la gente nelle proprie abitazioni, ma in Italia facciamo fatica. In giro vedo ancora capannelli di persone: molti non hanno ancora capito».

Passando al volley, è stato lei a decidere di far interrompere gli allenamenti della Consar, giusto? «Sì, prima di tutto abbiamo bloccato le sedute per i ragazzi delle giovanile, poi quelle della prima squadra. La palestra è un luogo dove il contagio può propagarsi con molta facilità. Purtroppo a confermarlo c’è l’esempio di una struttura cittadina dove numerosi utenti sono risultati positivi. Per noi non ha senso continuare ad allenarsi, anche perché la pausa sarà davvero lunga».

È stato dato il via libera ai giocatori: Ter Horst e alcuni italiani sono tornati a casa, gli altri stranieri invece hanno deciso di restare a Ravenna. C’è la possibilità di riprendere l’attività? «Adesso non è il momento di pensare a questo, ma alla salute delle persone. Ci vuole il massimo dell’attenzione, perché sono gli asintomatici, quelli che hanno contratto il virus senza effetti sulla propria salute, che possono trasmettere la malattia ad altri più deboli di loro. Forse solo a fine maggio si potrà fare un punto della situazione. Se in quel momento si potrà tornare in campo, si capirà se è il caso di riprendere il campionato e con quale formula».

Tornare a giocare a porte chiuse può essere una soluzione alternativa? «Non far assistere alle partite può servire per il pubblico, ma questo non vale per i giocatori. Nel corso di un match c’è contatto tra di loro, anche solo attraverso la palla o al termine di ogni azione. Abbiamo visto tutti quello che è accaduto dopo il match di Champions League tra Atalanta e Valencia. No, non si può scherzare su queste cose, anche perché se c’è un altro episodio di contagio che facciamo? Chiudiamo di nuovo, lasciando passare altro tempo? È ora di tenere tutto fermo. Prima seguiremo le direttive governative, stando tutti a casa, prima potremo tornare alla nostra vita normale»

 

 

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