La “Brigata Scialò” fa sentire la propria voce: “Spoleto merita un’infrastruttura sportiva adeguata”

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Foto LVM

Di Redazione

Conclusa la stagione della Monini Spoleto nel campionato di A2 Maschile dopo l’eliminazione dalle semifinali Playoff Promozione per mano della Gas Sales Piacenza, squadra accreditata per il salto di categoria. Un campionato giocato ad alti livelli dagli umbri con l’unico rammarico di non avere una “casa” adatta per una realtà come Spoleto. Su questo tema, sono i tifosi della Monini Marconi a far sentire la propria voce, come riportato nell’edizione odierna del “Corriere dell’Umbria“.

È inconcepibile che Spoleto, con società sportive di altissimo livello, sia frenata dalla mancanza di un’infrastruttura sportiva che possa far fare il salto alle società e all’intera città“. A parlare è la “Brigata Scialò”, i tifosi della Marconi Monini Volley. Il cui unico cruccio rispetto a una stagione esaltante, fermatasi solo nella semifinale play off contro Piacenza nel giorno di Pasquetta, è appunto quello di non poter contare su una “struttura non necessariamente finalizzata solo ad eventi sportivi, ma polivalente come in tantissime altre città anche meno blasonate di Spoleto – scrivono – Sono 30 anni che questa città ne reclama una idonea e dopo il tentativo fallito del Palatenda, crediamo sia giunto il momento di iniziare a fare sul serio. Spoleto è da serie A“.

E tutto l’entusiasmo che gira intorno a uno sport con tanti “alti” e pochi “bassi” vissuti nel corso degli anni, è dimostrato dalla grande partecipazione di pubblico che ha sempre sostenuto il sestetto giallo-verde. “Lunedì il Palarota ha dimostrato quanto il cuore di Spoleto e degli spoletini sia grande, colorato e festoso – aggiunge la “Brigata Scialò” – più di 1000 ingressi, una coreografia meravigliosa e una curva che poche città possono vantare nel panorama del volley“.

Un tifo organizzato che nasce da una serie di incontri avvenuti in tempi recenti, in questo caso, tra gente “di tutte le età, dai ventenni ai sessantenni, padri e madri di famiglia, impiegati, operai, imprenditori – dicono – facemmo la prima colletta, e con pochi euro a testa ricomprammo tamburi, trombe e le bandiere. Poi piano piano è salita la febbre, la passione di una volta, l’attaccamento ai colori. Noi ci abbiamo messo del nostro con un po’ di pazzia e tanto cuore“.

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