Passato e futuro di Alberto Cisolla: la Coppa Italia, la grande Sisley, l’evoluzione del settore giovanile e la visione dirigenziale

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Foto LVM

Di Paolo Cozzi

Per i più giovani è il veterano della serie A con ben 23 campionati sulle spalle, per i più appassionati è il telecronista di DAZN nelle partite di Champions League, per me è stato compagno di tante vittorie con la maglia della Nazionale e avversario in alcune delle partite più importanti della mia carriera.

7 scudetti, 3 Coppe Campioni, 2 Titoli Europei con la maglia Azzurra e un argento Olimpico sono solo alcune delle innumerevoli vittorie ottenute da Alberto Cisolla in carriera, che da 4 anni a questa parte veste la maglia della Atlantide Brescia mettendo la sua passione e la sua esperienza a disposizione dei compagni. Ecco il racconto di una piacevolissima chiacchierata con un’atleta che ha le idee chiare anche per il dopo carriera!

Allora Ciso, 41 anni e non sentirli. Dopo tutti i tuoi successi, dove trovi la motivazione per andare avanti ed essere ancora un giocatore determinante?
La pallavolo è sempre la mia grande passione. Ho la fortuna di divertirmi ancora ad andare in palestra, a “sudare”, a fare un po’ di fatica per sentirmi in forma e a provare quell’emozione speciale prima di ogni partita. Sono tutte sensazioni uguali a quelle di una volta, ovvio che il fatto di avere una società organizzata come Brescia a pochi km da casa e poter portare mia figlia a scuola tutte le mattine agevola molto. L’errore più grosso a questa età sarebbe quella di non accettare di non rendere più come una volta“.

Brescia quindi un matrimonio perfetto per te, che si sposa bene anche con un’altra tua attività, quella di manager in un bellissimo ristorante sul lungolago di Salò, il Caprice Uno:
Indubbiamente, la società sta crescendo, siamo secondi in classifica e stiamo sicuramente andando oltre le nostre aspettative. Il fatto di essere a casa mi permette di seguire da vicino l’attività del ristorante di famiglia dove  lavoriamo sia io che mia moglie, dove sono impegnato soprattutto nei mesi in cui il campionato è fermo e che tra un paio di anni gestiremo insieme“.

Nonostante i tuoi numeri parlino di una carriera ancora molto lunga, come vedi il futuro senza le ginocchiere? Ti vedi più dirigente alla Zlatanov o allenatore alla Bernardi?
Io non ho mai preso in considerazione ruoli tecnici. Il ruolo dell’allenatore lo vedo un po’ troppo impegnativo, nel senso che se poi vuoi farlo bene come sono abituato a fare io le cose, devi cominciare a girare, a studiare,e a fare almeno 6-7 anni in giro come hanno fatto i vari Bernardi, Tofoli, Giani, con tanta gavetta. Mi vedo molto di più in vesti dirigenziali che in vesti tecniche. Mi capita di dare una mano anche in società a Brescia, e porto come modello quello dove sono cresciuto che è la Treviso di Bruno Da Re, sicuramente il miglior dirigente di volley degli ultimi 20 anni. Tanti pensano che quella Sisley vinceva solo perché c’era Benetton e la garanzia di molti soldi, ma avevamo un Manager unico che aveva messo in piedi una organizzazione perfetta ad ogni livello. Tanto è vero che ancora oggi Treviso è uno dei migliori settori giovanili d’Italia per organizzazione e risultati ottenuti”.

Programmazione e futuro. Hai idee su come migliorare l’attuale situazione dei settori giovanili, veri serbatoi per il domani?
“Intanto si deve pensare che si può fare pallavolo di alto livello anche con pochi fondi, in società con 40 ragazzini. Per raggiungere qualsiasi tipo di risultato, che sia la prima divisione, la serie B o il campionato U 18, bisogna trovare un ragazzino, farlo innamorare della pallavolo, dargli una mentalità e una educazione sportiva importante. E questo non costa niente. Per quanto riguarda l’alto livello, se pensi un po’ a chi gioca in nazionale ora, sia maschile che soprattutto femminile, vengono tutti dall’inizio del progetto Club Italia. Mi spiace che molte società di Superlega, soprattutto le cosiddette piccole, non abbiano il coraggio di scommettere su un giovane italiano. Un’altra soluzione, sicuramente meno costosa del modello Club Italia, potrebbe essere quella di obbligare ad “unificare” i metodi di allenamento, creando a livello federale un alto numero di allenatori competenti, in modo tale che ce ne sia uno per ogni società. Non i soliti corsi a pagamento, ma un corso gratuito in cui creare delle figure professionali che seguano le linee guida dettate dai nostri tecnici più quotati”.

Un lavoro importante.
“Bisogna cercare di dare alle società delle figure più formate, i ragazzi in palestra ci sono, forse oggi giorno mancano i formatori di ragazzini, e su quelli bisogna investire, motivarli e aiutarli a crescere professionalmente. Bisogna avere in società una figura formata in Federazione, senza costi per la società, una figura di supervisor non buttata lì a caso, ma preparata al meglio per dare una linea guida a tutti gli atleti e allenatori dei club”.

In arrivo la Final Four di Coppa Italia. Tu che ne hai vinte 4 sei un esperto in materia, un pronostico?
Prevedo grandissimo spettacolo grazie ai personaggi che finalmente sono riusciti a far breccia anche fuori dai palazzetti. A livello di gioco tecnico, equilibrio e resa, ad oggi Trento sembra ancora quella più inquadrata e solida. Però la mia favorita resta Perugia, che con Civitanova ha delle individualità che spostano gli equilibri, cosa che secondo me Trento non ha. Avere in squadra giocatori come Leon, Leal, Juantorena o Zaytsev ti permette, una volta arrivato sul 18 pari, di essere determinante grazie alla loro tecnica e alla loro fisicità. Leon è sicuramente quello che ci riesce con maggior continuità. A volte si può solamente andare dall’altra parte del campo e stringergli la mano…“.

Come vedi il fatto che all’estero si punti molto sugli ex atleti di alto profilo per ruoli dirigenziali?
Credo fermamente che in Italia lo sport sia uno specchio della politica, questi ruoli dirigenziali assomigliano secondo me, ma con tutto il rispetto del caso perché negli ultimi 30 anni la pallavolo italiana è stata capace di vincere tantissimo, più ad una gestione burocratica/politico piuttosto che ad una gestione sportiva. Probabilmente dalle altre parti si guarda di più all’esperienza acquisita “sul campo”. Sono modi diversi di interpretare questa attività e ripeto, visti i risultati degli ultimi 30 anni, non si può dire che in Italia il lavoro sia stato negativo“.

Il tuo grande amico Samuele Papi è entrato nello staff della nazionale. Cosa ne pensi?
Beh è piacevole vedere Samuele lì, perché lo conosco bene e so che è appassionato di questo sport, perché è fuori dalle parti e non è interessato alla parte “politica”, ma è li per parlare di tecnica ed equilibri. Secondo me è la persona giusta per dare quel quid in più a questo gruppo. Dovrebbe riuscire a dare una mano sia alla sfera dirigenziale e tecnica, che allo spogliatoio. Un bel collante fra tutte queste parti”.

Quindi ce la farà a riportare Juantorena in nazionale?
Io penso di no, mi sembrava abbastanza convinto della sua scelta, e poi bisognerebbe avere il coraggio di pensare al lungo periodo e non all’immediato. Convincere un giocatore a fare un’estate in Nazionale è già sbagliato di partenza, viste le difficoltà dopo un campionato lungo e usurante, una forzatura che non porta a niente di buono. A meno che non si riuscisse ad impostare un programma come una volta faceva Velasco con i vari Bernardi, Cantagalli, Gardini, cioè di far disputare ad alcuni elementi le finali e basta, e far giocare le fasi iniziali ai giovani. Adesso però non c’è più quella elasticità e non c’è più quella abbondanza di giocatori che ti permetteva di schierare tanti giovani e arrivare lo stesso alle Finali”.

Soluzioni per il futuro?
“Prima o poi mi sa che bisognerà trovare quel benedetto Anno Zero e puntare su un gruppo giovane, portandolo avanti, e inserendo ogni anno i migliori prospetti. Un gruppo unico e coeso che faccia da base solida su cui tornare a costruire“.

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