Ieri il funerale di Sara Anzanello. Tanta la commozione tra i presenti per l’ultimo saluto ad “Anza”

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La bara di Sara Anzanello sul sagrato della chiesa di Ponte di Piave. Foto Galbiati

Di Redazione

L’ultimo saluto, l’ultimo coro a Sara Anzanello. Tantissime le persone presenti ieri al funerale che hanno voluto dare l’addio al “Grande Puffo” del volley. Ecco quanto riportato da Gian Luca Pasini de“La Gazzetta dello Sport”, nell’edizione odierna.

«Un capitano, c’è solo un capitano. Un capitanooooo». Sotto una pioggia battente gli ultras della curva di Villa Cortese (storica società con cui Sara ha giocato e lottato per lo scudetto) fanno partire il coro, ne intonano anche un altro che ricordava di quanti muri fa Sara Anzanello. Papà Valter e mamma Nicoletta li guardano e la loro forza vacilla. Si abbracciano e poi «Grazie, ragazzi, siete stati fantastici». Sono partiti presto dalla Lombardia per arrivare qui nonostante l’allerta meteo e il fiume Piave che è esondato e ha chiuso questa cittadina del trevigiano in un assedio di acqua. Ma per questa trasferta speciale non potevano mancare a nessun costo, con il loro striscione con il numero 1 che Anza ha portato tante volte per schiacciare e murare, quelle che erano le sue specialità fino al maledetto 2013. Quando la sua vita di colpo è cambiata.

CAMPIONESSE DEL MONDO Non è cambiato mai il suo sorriso, la sua forza. Quel suo «non mollare mai» ripetuto con ostinazione in tutti i messaggi e letto con forza e passione da Walter (il fidanzato di Sara), in quella sorta di testamento moderno che è un post su Facebook e che consegnerà all’eternità l’anima combattente di Sara Anzanello, strappata a 38 anni alla vita, agli affetti, da un tumore. Una parola che lei stessa aveva quasi paura a pronunciare. Non ha smesso di lottare e di credere nello sport, nella pallavolo, la sua vita.

Sui campi a vincere prima, tanto con la maglia azzurra, fin da ragazzina quando venne scoperta e portata in Nazionale e poi al Club Italia, fino a quella medaglia d’oro mondiale lucente, l’unica del volley italiano femminile, conquistata il 15 settembre 2002. E le compagne di quel giorno ci sono tutte, chi con la tuta (lo aveva chiesto lei, non voleva che il suo funerale fosse dipinto con colori tetri e tristi) a cominciare dalla capitana Manuela Leggeri. Nessuno ha voglia di parlare, nessuno ha nulla da dire. E allora si tace, ci si asciuga gli occhi e ci si abbraccia stretti. Un rituale che la pallavolo consuma a ogni punto. La solidarietà si sente forte, si vede ancora meglio sotto la pioggia, in quelle facce tirate di tanti paesani, nelle tute colorate delle Sara Anzanello del domani, ragazzine e ragazzini delle varie società della zona. Ci sono i gonfaloni di Aido, l’associazione donatori di organi di cui Sara è stata testimonial.

DON ROBERTO Tocca a don Roberto, il parroco di Quinto di Treviso (dove viveva Sara) che ha celebrato la Messa assieme al collega di Ponte di Piave, tratteggiare il suo ricordo: «Una ragazza che è emersa nello sport, avrebbe potuto eccellere in altri campi: suonava il piano e amava disegnare. Amava viaggiare, la famiglia e non si lamentava mai».

Cita l’ultima intervista alla Gazzetta, quando Sara — dal letto di ospedale nella partita finale — trepidava per le ragazze di Mazzanti, che in Giappone hanno sfiorato l’oro al Mondiale. Il cuore pulsante della grande famiglia della pallavolo era lì in quella chiesa: Novara, Conegliano, Casalmaggiore, Busto Arsizio. Campionesse del presente e del passato, dirigenti, allenatori, appassionati. A guardare le sue foto appoggiate sulla bara, col sorriso e un pallone stretto fra le mani. La vettura parte. I tifosi cantano come in un palasport e là in fondo fra le nuvole nere, il cielo nero di pioggia si apre in un tramonto rosso. Sembrava il sorriso di Sara.

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