Il Mondiale che verrà e le emozioni di chi ha visto nascere il mito del volley Italiano

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Di Stefano Benzi

Ospitare un Mondiale? Per un vero appassionato è come avere il Luna Park in città: c’è un’atmosfera diversa, una corsa agli eventi, si fraternizza con i tifosi ospiti e – soprattutto – si riscopre una passione nazionalista che in Italia è merce rarissima e nasce quasi esclusivamente in corrispondenza dei grandi eventi sportivi.

Vediamo chi di voi sa chi disse la frase “fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”: non vale cercare su Wikipedia. Era un nobile, il marchese Massimo D’Azeglio, scrittore, libero pensatore, filosofo e storico. In tutte le città c’è una via o una piazza importante dedicata a lui. La storia sostiene che questa frase sia stata pronunciata da lui durante un discorso nel 1862, pochi mesi dopo che l’Unità d’Italia era stata proclamata: il 17 marzo 1861, prima seduta parlamentare che proclamò l’indipendenza e il Regno d’Italia con capitale a Torino. Secondo molti altri storici invece la frase non sarebbe mai stata pronunciata da D’Azeglio che anzi, non passava per essere un gran sostenitore dell’unità italiana. In una frase del suo “Epistolario”, questo sì scritto da lui (scripta manent!) D’Azeglio avrebbe sostenuto di essere preoccupato per l’annessione di Napoli al Regno d’Italia, cosa che gli fa decisamente meno onore.

Secondo molti la frase “fatta l’Italia bisogna fare gli italiani” sarebbe invece stata pronunciata da un altro nobile di ben altro spessore, Camillo Benso Conte di Cavour che da sempre sosteneva che i vari Stati che avrebbero poi composto il Regno d’Italia non erano esattamente quanto di più unito e omogeneo si potesse considerare. In ogni caso, l’Italia in qualche modo è stata fatta: molti problemi del 1861 sembrano resistere in modo consolidato. Tanti i motivi di disaccordo e le divisioni in un migliaio di chilometri di lunghezza con lingue, atteggiamenti, infrastrutture e caratteri profondamente diversi.

Ma se c’è una cosa che ci mette tutti d’accordo è lo sport: basta vincere un Mondiale e ci riscopriamo tutti italiani. Bella cosa, se non cozzasse completamente con la vita degli altri 364 giorni moltiplicati con cadenza quadriennale. La pallavolo ha portato i mondiali maschili qui due volte: paradossalmente, forse perché era quella che ho vissuto da ragazzino e mi ha fatto innamorare di questo sport, ricordo soprattutto la prima. Era il 1978. All’epoca giocavo a basket e il tiro da tre punti doveva ancora arrivare: la pallavolo era lo sport delle gare fulminee o interminabili, non c’era il rally point system e si giocava solo sui punti vinti sul proprio servizio. Praticamente un altro sport: non c’era tutta la fisicità di oggi e l’alzatore era un vero artista, le mani di un chirurgo e l’intelligenza di un raffinato stratega. La squadra italiana era qualcosa di spettacoloso e a poco a poco portò in campo tutti gli sportivi italiani: ascolti televisivi da record per le telecronache in bianco e nero che monopolizzavano bar e circoli sportivi. Un percorso ricco di insidie affrontato meravigliosamente.

Fu il primo grande miracolo italiano: perché se qualche soddisfazione ce la toglievamo in altri sport come basket o pallanuoto in eventi mondiali ma anche olimpici, il mondiale del 1982 – che è quello sul quale abbiamo tarato il coefficiente nazionale di entusiasmo per qualsiasi altro evento – era di là da venire. Quella squadra riuscì in un’impresa apparentemente impossibile: staccare l’Italia dal calcio e dal tifo dei club. Fu un vero elemento di coesione sociale ancora più che sportiva e fu anche il primo motore che spinse l’Italia a ulteriori miracoli grazie alla nascita della ‘generazione di fenomeni’ che di lì a poco avrebbe dominato la scena. Una squadra che ai mondiali era arrivata nella sua migliore stagione al 14esimo posto ed era reduce dal disastroso torneo di Città del Messico: diciannovesimi. Si arrivava da pesanti sconfitte, autentiche brutte figure e la federazione decise di cambiare direzione tecnica due o tre volte prima di affidarsi all’uomo dei miracoli, Pittera, protagonista del fenomeno Catania. Carmelo Pittera, tecnico della Paoletti, era arrivato in panchina dopo che il polacco Edward Skorek si era dimesso con le seguenti parole: “In Italia la pallavolo è uno sport per dilettanti, non c’è alcuna organizzazione e se ne fregano tutti. Non voglio fare figuracce…” se ne andò ad allenare nelle università americane.

Pittera in tre mesi si prende l’impegno di costruire una squadra presentabile nei mondiali di casa: un’impresa quasi disperata anche perché fin da subito, pur avendo ottenuto carta bianca, si fa nemici diversi funzionari federali facendo fuori alcuni senatori come Salemme per appoggiare la struttura della squadra su chi conosceva meglio, i giocatori della sua Paoletti. Concetti, Nassi, Greco, Alessandro e Scilipoti reduci dal titolo nazionale sono la base: Francesco Dall’Olio, per tutti e ancora oggi più semplicemente “Pupo”, va ad alzare con Di Bernardo opposto, Innocenti e Lazzeroni, suggeriti da Nassi, Negri e Di Coste a schiacciare e Lanfranco che affianca Nassi al centro mentre Greco si rende preziosissimo in un ruolo desueto che oggi nessuno conosce nemmeno più ma che all’epoca ancora si chiamava universale.

Che squadra… due vittorie con Belgio ed Egitto e primo posto nel girone in palio con la Cina: immediatamente cambia qualcosa. Il PalaEur – fino a quel momento freddino – fa il sold-out in prevendita e la squadra risponde all’adrenalina con una prestazione incostante ma coraggiosissima sotto l’aspetto del carattere. Vittoria per 3-1 e primo posto. La seconda fase è un estenuante: girone a sei squadre (le partecipanti erano ben 24) e l’Italia fa un mezzo miracolo perché batte tutti cominciando niente meno con il Brasile. Quella la partita la ricordo come fosse ieri. Sotto 14-11 nel quinto set, l’Italia annulla tre match point per chiudere 17-15. Da quel momento, complici i 10mila dell’Eur e i milioni che in giro per l’Italia scappano davanti alla tv più vicina per vedere Pupo e compagni, cambia qualcosa. Tricolori alle finestre, palloni da pallavolo che compaiono negli oratori e vengono persino tollerati sulle spiagge e nelle piazze: gli azzurri infilano quattro vittorie mettendo KO Brasile, Germania Est, Cina e Bulgaria per poi perdere contro un Unione Sovietica davvero troppo forte.

Si va in semifinale ed è di nuovo un miracolo contro Cuba, fortissima ma schiacciata dal peso del pubblico e dalla responsabilità di dovere andare in finale a tutti i costi con l’alleato sovietico: i comunisti di CCCP e Cuba volevano la vittoria del loro blocco rispetto all’occidente capitalista. Chi ha vissuto quegli anni sa che la cosa non era uno scherzo…

Il PalaEur per l’occasione viene stipato all’inverosimile: si tirano fuori posti anche su colonnati e piccionaie. In barba ai successivamente, e fondamentali piani di sicurezza, vengono venduti 18mila biglietti. Cuba vince il primo set dopo una botta da nove punti e una risposta di altrettanti palloni messi a terra dagli azzurri che nel secondo set si portano sull’8-0 e vincono il parziale. Il terzo set vede Pittera azzeccare tutti i cambi inserendo prima Lazzeroni, che mette a terra qualsiasi pallone capiti dalle sue parti, e poi Scilipoti che al primo match point marca il 3-1 finale. Una roba storica… L’immagine dei giocatori cubani in lacrime al centro del campo che applaudono il pubblico con le braccia tese verso l’alto non si dimentica: come il pubblico che risponde all’applauso dei giocatori avversari.

La finale contro l’URSS è praticamente impossibile; già la semifinale contro Cuba lo era ma quello con l’Unione Sovietica era un impegno davvero troppo grande per noi che in fondo eravamo appena nati. Una squadra strepitosa quella, guidata da un formidabile alzatore. Vjaceslav Zaytsev (sì, Ivan, sto proprio parlando di tuo papà) e da quello che secondo me è stato il più grande centrale di tutti i tempi, Sasha Savin. L’Italia ci illude nel secondo set andando sul 13-7 ma poi crolla; subisce un break di otto punti e chiude definitivamente il suo sogno sul 3-0 (15-10, 15-13, 15-1). L’Unione Sovietica vince il quinto titolo mondiale della sua storia.

Spesso chi semina non raccoglie immediatamente: l’Italia vincerà il Mondiale nel 1990 (perso il Mondiale di calcio in qualche modo ci siamo rifatti), nel 1994 e nel 1998: tre successi consecutivi, solo il Brasile ha saputo fare altrettanto, e dopo di noi. I Gabbiani d’Argento – così come fu soprannominata la squadra del Mondiale 1978, hanno mostrato la rotta a chi è nato, come me, nel loro mito: Bernardi, Bracci, Cantagalli, De Giorgi, Anastasi, Zorzi, Lucchetta, Giani, Gardini, Tofoli… Come ho scritto più di una volta i buoni esempi servono sempre: soprattutto quando sei un adolescente incantato davanti alla tv in bianco e nero e pensi… “un giorno vorrei essere anche io come loro”.

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