“Sport, scuola e università: serve un cambiamento radicale”

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Di Stefano Benzi

Sento parlare di divulgazione dello sport nelle scuole, leggo di programmi sportivi nelle università; e la cosa mi fa sorridere perché non solo non dovrebbe essere nulla di nuovo ma si tratta di argomenti che sono scontati nella programmazione didattica da almeno quarant’anni a questa parte. Le scuole medie, come da programma ministeriale, devono fornire un programma triennale di educazione fisica e motoria individuale e di squadra. Lo sport di squadra è considerato fondamentale per la crescita sociale e di gruppo dell’adolescente e la pallavolo è sempre stata considerata uno sport di riferimento perché non essendo sport di contatto consente il rispetto di tutta una serie di normative sulla sicurezza che la scuola non può non seguire.

Bingo! Si direbbe… le scuole sono ‘obbligate’ a garantire la pallavolo nel proprio percorso didattico sulla base di un programma scolastico ben preciso. In realtà le cose non stanno così: se è vero che molte scuole ancora oggi privilegiano la pallavolo altre, per problemi di carattere didattico (il professore non ama la pallavolo e preferisce – a suo rischio – il calcio, la pallamano o la ginnastica a corpo libero) ma soprattutto strutturale (le palestre scolastiche italiane sfiorano l’indecenza e alcune scuole non le hanno nemmeno e sono costrette a dividersele con altri istituti o associazioni sportive) si deve ricorrere ad altro. Qualche tempo fa accennavo al modello francese, quando il ministero dell’istruzione impose lo sfruttamento gratuito di qualsiasi struttura sportiva da parte delle scuole per un pomeriggio intero alla settimana. Ma i modelli sono ben altri: Stati Uniti, Corea del Sud, Giappone, Cina; in Europa Inghilterra e Olanda.

Ci sarà un motivo se questi paesi primeggiano nelle competizioni scolastiche e giovanili o si presentano alle Universiadi con atleti di livello olimpico. Negli Stati Uniti l’attività sportiva è praticamente un obbligo, fa parte del DNA della nazione: ci si può ridere sopra ma se negli States non sei impegnato in una squadra di football, basket, volley o lacrosse, probabilmente fai parte delle cheer leaders o della marching-band. Il ragazzo più che coinvolto viene risucchiato dalla programmazione, gli piaccia o no: con gli anni arriva ad esserne persino orgoglioso e quest’attività fa parte del curriculum, ovvero vale quelli che noi definiamo crediti formativi. Ci sono le eccellenze… squadre di high-school di livello siderale che producono campioni come LeBron James che saltano a piè pari il passo universitario e grazie al meccanismo dei draft (la scelta dei giocatori non professionisti da inserire nelle quadre professionistiche) finiscono tra le stelle di NBA, MLB, MLS o NFL. In più ci sono le università: capisco che fare paragoni con il nostro paese è assurdo, gli States hanno numeri, mezzi e popolazione che noi non possiamo sognarci. Ma soprattutto hanno un metodo: chi può puntare a una carriera da giocatore professionista ha diritto a borse di studio per una laurea nel campo che preferisce. Ma se non dai esami, se non cresci didatticamente, non giochi: e rischi di restare un incompiuto. È un’opportunità: tocca allo studente sfruttarla o meno.

In Giappone e in Corea hanno istituito un sistema molto simile: ci sono scuole e università di eccellenza per lo studio delle lingue straniere, per l’educazione musicale, la teologia o la filosofia… e ovviamente lo sport. Entrarci non è facile: devi sostenere esami di ammissione molto duri. Capite bene che di fronte a un’organizzazione così capillare e mostruosa i nostri programmi didattici sullo sport scompaiono tra palestre che non ci sono o non funzionano, docenti poco collaborativi e studenti che con poca fatica si nascondono nelle pieghe di un sistema che non sa coinvolgerli. La cosa che fa rabbia è che il primo paese che creò un programma didattico, secoli fa, era italiana: a Ferrara. E che le prime università sono nate qui da noi, Bologna, Firenze, Pisa, Genova, Padova….

Anni fa l’Italia pullulava di CUS, i centri sportivi universitari: oggi ne sono rimasti pochissimi e attivi per poche discipline; ma se è per questo anni fa in Italia esistevano anche i Giochi della Gioventù, cancellati tempo fa per mancanza di fondi in attesa di un rilancio. Sono stati ricostituiti ma non sono neanche la più pallida idea di quello che erano quarant’anni fa.

Non possiamo fare una colpa di tutto questo ai nostri ragazzi: l’Italia è indietro anni luce rispetto ad altri paesi sotto l’aspetto dell’educazione motoria e allo sport. La politica italiana, come al solito, si è girata dall’altra parte ben sapendo che in fondo ci sono le squadre di calcio e una miriade di associazioni sportive che puntando sul volontariato e sulla collaborazione dei genitori, si può anche fingere che nelle scuole e nelle università lo sport sia un di più. Intanto però le nostre scuole e le nostre università perdono punti: e non solo perché i programmi sono sempre meno competitivi rispetto a quelli delle realtà didattiche straniere, ma anche perché troppi istituto di divulgazione scientifica sono diventati dei meri diplomifici. Figuriamoci se hanno a cuore la crescita sportiva dei nostri ragazzi. È triste, ma è un dato di fatto inconfutabile.

Come detto, a copiare i sistemi migliori come quelli di States e Giappone non serve molto: tempo, investimenti strutture e sovvenzioni. Ops… mi correggo, dimenticavo che si parlava di Italia.

Serve molto alla nostra scuola. Troppo. I ragazzi che vanno a fare i corsi Erasmus all’estero sempre più spesso decidono di tornare all’estero dove hanno imparato a stare al mondo, oltre che qualche materia. Come dare loro torto?

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