World League, quando si deve imparare… dagli altri

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Di Stefano Benzi

Chi mi segue da anni, attraverso la mia attività di cronista con Sky, Sportitalia, Eurosport o quella di editor e blogger con Eurosport prima e poi sulle mie pagine personali online, sa che ho per la Nazionale un rispetto assoluto. La Nazionale, di qualsiasi sport e in qualsiasi competizione: non mi limito al calcio ma penso anche alle tante emozioni che ho vissuto con basket, pallavolo, pallanuoto piuttosto che con scherma, nuoto, tuffi, tiro e molto altro. Vedete, sono profondamente convinto che i ruoli nella vita ci siano e abbiano un significato ben preciso: quando diventai giornalista, il mio capo di allora (quello che quando facevo qualche stupidaggine mi tirava una Lettera 22) mi disse… “Ora devi decidere se essere guardia o ladro”. Il senso era chiaro: se fai il cronista lavori con tutta la passione e l’impegno possibile nella tutela della notizia, dei fatti e anche della tua opinione, se e quando ti viene richiesta.

Poi penso ai giocatori: e mi aspetto che giustamente diano tutto per la loro squadra, perché sono pagati per farlo. Arrivare in Nazionale è un premio al loro valore, un riconoscimento imprescindibile per ogni competitor che dovrebbe essere giustamente monetizzato. Ma un giocatore se in club dà l’anima, in Nazionale dev’essere anche pronto a vendersela. Posso capire che i giocatori, come gli arbitri e i giornalisti, sbaglino; e che ogni errore commesso metta il tutto in equilibrio. Ma non ci possono essere confusioni di ruoli, non dovrebbero essercene: il giocatore fa il suo sul campo, l’arbitro garantisce la regolarità del gioco, il cronista racconta e giudica (se e quando gli viene chiesto) quello che vede. Dei dirigenti, soprattutto di quelli che paghiamo noi in quanto stipendiati dal CONI, avrò sicuramente occasione di parlare ampiamente più avanti.

Quello che ho visto nell’ultima World League non mi è piaciuto. Posso capire che si giochi male una partita, l’essere stanchi dopo una stagione faticosissima e stressante a livello di club: ma non accetto altro. Non sopporto l’idea del “tanto poi ci sono gli Europei” o del “ci basta un pareggio”: nello sport non tollero il male minore. Mi aspetto il massimo, soprattutto dalla mia Nazionale. In World League ho visto una squadra fragile, disattenta, svogliata, anche troppo coesa nel difendersi facendoci pensare che le tossine del campionato avessero avvelenato la prestazione. Non mi metto neppure a parlare del Brasile: aveva la motivazione di giocare la fase finale in casa, a Curitiba, in un impianto che solo dopo che ho visto cosa significava al tutto esaurito mi ha convinto che il Maracanizinho non è l’unico tempio brasiliano del volley. Il Brasile poteva stravincere con pieno merito e non ci sarebbe stata partita forse nemmeno per la miglior Nazionale italiana nelle sue migliori condizioni. Invece ha vinto la Francia… Ma vi rendete conto che in finale, io che sono brasiliano d’adozione e che per più di un motivo non sopporto i francesi, mi sono ritrovato ad ammirare Les Bleus fino quasi ad essere felice della loro vittoria? Non è che N’gapeth e compagni avessero avuto una stagione più leggera, o meno viaggi sulle spalle. Ma quella era una Squadra, anzi una SQUADRA. E ha fatto il miracolo che nessuno riteneva possibile: è uscita applaudita e vincente al termine di una partita che resterà nella storia.

Ero e resto convinto che la migliore Italia potesse giocarsela con la Francia, con il sorprendente Canada arrivato terzo, con gli Stati Uniti sconfitti in semifinale e nella finalina ma capaci di esprimere grandi individualità e momenti di autentico spettacolo e forse anche con il Brasile. L’Italia ha la magra consolazione di aver saputo battere la Francia (unica sconfitta per i transalpini in nove partite) quando era meno utile conquistando una seconda illusoria vittoria iniziale con l’Iran e riportando sonore sconfitte da Stati Uniti, Brasile, Belgio, Polonia, Canada, Russia e Francia (a Pau) e… ci sembra di non avere dimenticato nessuno. Ultima, dodicesima del proprio gruppo: una figuraccia. Sette sconfitte su nove partite. Un martirio…

Poi non possiamo lacrimare sul poco pubblico davanti alle dirette televisive della pallavolo se nelle uniche occasioni in cui si deve fare promozione il nostro miglior prodotto si rivela un fallimento.

Vogliamo davvero discutere delle righine sulle scarpe di ogni singolo giocatore? Sulla più o meno significativa ‘distrazione’ o stanchezza che i club portano alla Nazionale? Sul compenso più o meno legittimamente pubblicato (mi spiace di non avere avuto la notizia prima io, l’avrei pubblicata e subito: è il mio lavoro e pubblicare queste notizie significa avere credibilità e autorevolezza) del CT Blengini?

Non scherziamo: c’è poco da ridere. I problemi sono seri e sotto gli occhi di tutti. Chi dirige questo movimento raccoglie una tradizione che non ammette figuracce. Agli Europei sarò in prima fila a vedere l’Italia, non farò il tifo perché da sempre se faccio questo mestiere il mio mandato è essere imparziale e descrivere quello che vedo. Ma se mi viene chiesto un giudizio, e stavolta mi è stato chiesto, eccolo. Ed è molto più sintetico del lungo post che spero abbiate letto fin qui.

E’ stata un’edizione della World League spiacevole da parte della nostra Nazionale. Io per lo meno mi sono rattristito: e colleghi che da Brasile, Francia, States o Polonia mi hanno preso per i fondelli ne ho avuti diversi. E’ stata una nazionale a tratti impresentabile.

Agli Europei mi basterebbe vedere una squadra non vincente; ma giocante. In campo. Con quella dignità che onestamente le ultime nove partite hanno visto calpestata.

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